La settima arte davanti alla lacerazione della morte: tre proposte per riflettere

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Cari amici,

a breve ri-vivremo la commemorazione liturgica di tutti i nostri fratelli defunti, i quali “ci hanno preceduti nella fede e nella carità di Cristo” e ora, per la coscienza credente, vivono nel Padre.

Non possiamo nasconderci che nulla come la realtà antropologica e dunque spirituale della morte interroga il cuore dell’uomo, e per il credente scuote e sveglia lo ‘sguardo della fede’. Il cinema, come arte propriamente umana, sintesi delle arti, e manifestazione della bellezza ha affrontato a più riprese la tematica del morire. Vi propongo tre titoli in particolare, che negli ultimi anni ci hanno presentato le dinamiche del morire attraverso però la carezza dell’intelligenza e della poesia: attraverso il fascino dello sguardo cinematografico.

Questi i film in ordine meramente cronologico

  LA POESIA DEL MORIRE: ‘Prima della pioggia’. La prima proposta risale al 1994. A firma di Milcho Manchevski. Il film tratta, con un intreccio di storie (tre racconti interconnessi), la tematica dello scontro di civiltà a partire dalla guerra dei Balcani, che si traduce però in uno scontro evidente tra il bene e il male. La poetica di Manchevski non si ferma ovviamente al fatto descrittivo: il regista costruisce una lotta meta-narrativa tra il kronos – o tempo delle storie – e il kayros – tempo della speranza – i quali in un intreccio sapiente si rincorrono e si scontrano senza mai annullarsi l’uno nell’altro. Di fatto ogni storia può avere un nuovo inizio, ogni tempo la sua speranza.

“Il cerchio non si chiude. Il tempo non è rotondo”

Questo il climax, l’apice della narrazione: un’espressione di poesia che apre sempre ad un nuovo divenire, che spalanca il cuore alla Speranza.

 IL GIOCO METAFORICO: Le invasioni barbariche. Una narrazione eccellente quella di Denys Arcand risalente al 2003. Nel film un docente universitario di storia dell’Occidente, è alle prese con un cancro in fase terminale. Il regista gioca metaforicamente sull’approssimarsi della fine, del crollo, della morte a causa di un invasore esterno, barbarico appunto: nel caso del morente professore è un cancro, nel caso dell’Occidente sono i nuovi stili di vita sotto i quali la cultura occidentale troverà la morte se non ne prenderà coscienza al più presto. Un gioco metaforico molto affascinante, per un film accattivante dalle tinte indubbiamente forti, e dall’elevato senso critico.

  L’ELEGANZA DEL DOLORE: A Single man. Nella fine un nuovo inizio.

Prima opera dello stilista Tom Ford (già stilista della casa di moda GUCCI), il film del 2009, narra l’ultimo giorno di vita di un docente universitario di mezza età trafitto dal dolore per l’improvvisa scomparsa della persona amata. Nelle 24 ore raccontate dal regista, il protagonista tornerà ad incontrare e a vivere volti ed esperienze di totale ordinarietà ma che assumeranno un sapore del tutto nuovo, proprio perchè in prossimità della fine. Un magistrale Colin Firth ed una colonna sonora di altissima densità spirituale, rendono il film un vero capolavoro.

“Nella vita ho avuto momenti di assoluta chiarezza. Quando per pochi, brevi secondi, il silenzio soffoca il rumore e provo un’emozione invece di pensare. E le cose sembrano così nitide, e il mondo sembra così nuovo: è come se tutto fosse appena iniziato”. (George Falconer – scena finale)

d.Andrea

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