Mese: ottobre 2013

Il marketing dal volto umano

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recensione libro
Prof.Gianni Manzone

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Il volto umano del Marketing è un libro che intende leggere la
importantissima funzione aziendale del Marketing da una prospettiva
completamente diversa.
Il libro giustamente pone al centro della vita aziendale le politiche
di Marketing rivolte a creare ed ampliare la domanda che soddisfi l’offerta
dell’impresa.
L’importanza sempre più prevaricante di tale funzione impone al prof. Manzone,
esimio docente presso la Pontificia Università Lateranense, una riflessione antropologica
su come affrontare le problematiche legate all’uso ed all’abuso delle strategie e tattiche
del Marketing.
Dato la crescente influenza del Marketing sulle persone e dunque sulle persone di tutto il mondo
afferma il professore che occorre porre una seria riflessione su come rispettare
la dignità di tutte le persone, prese nella loro singolarità o nel loro farsi associazione.
Occorre una Etica che soddisfi una serie di “bisogni coordinati” destinati all’uomo
“l’esercizio della responsibilità verso l’altro, e quindi della disponibilità ad ispirare fiducia, deve animare tutti i livelli
normatvi e deontologici” e conclude ” in questa prospettiva etica gli operatori di marketing possono sperimentarsi come agenti morali e sentire che si è chiamati a servire le persone e le comunità.”
Una esperienza di vocazione che per chi intende diventare agente morale di questa funzione strategica.
La stessa Business Etics americana, a cui il professore fa spesso riferimento, non arriva a tanto, fermandosi spesso
sulla soglia delle leggi vigenti in ogni paese e il loro preciso rispetto. Come a riconoscere nell’umano
legislatore capacità etiche onnicompresive.
Si legge invece in queste pagine, senza indulgere, come il prof. Manzone intenda anche elevare l’uomo
al di sopra delle umane leggi, in qualcosa che ci comprende e aiuta e al quale siamo tenuti a rendere conto.
Unica piccola critica che mi preme evidenziare è il fatto che il prof. Manzone focalizza troppo l’attenzione
su uno degli aspetti del Marketing, ovvero la Pubblicità.
Un tipico errore commesso da chi non lavora nel campo del Marketing e quindi confonde una semplice tattica,
spessissimo inutile, con il Marketing stesso.
Tuttavia il lavoro risulta assai ben impostato, pone domande di fondo e offre per chi lo desidera possibili risposte,
giustamente lasciate alla riflessione di ogni lettore.
Un libro consigliato soprattutto a chi lavora e studia nel campo del Marketing, poichè esce dagli schemi
classici.

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In ascolto della creazione: lo stupore e la contemplazione della ‘Bellezza’

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Cari amici, come promesso condivido con voi alcune riflessioni maturate durante l’ultimo convegno tenutosi ad Amalfi per la XXXIV° giornata mondiale del turismo. Ne parliamo insieme a mons. Mario Lusek, direttore dell’Ufficio nazionale del turismo, sport e tempo libero della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Don Mario, al termine di questo anno dedicato da Benedetto XVI ad un approfondimento delle dinamiche del ‘crdere’ nel nostro tempo, la domanda a sfondo generale è: quale sinergia è possibile tra il ‘turismo’ e la ‘fede’ per una pastorale del terzo millennio?

Si parla oggi di turismo post-moderno a cui è chiesto di soddisfare i bisogni più veri,caratteristici del nuovo secolo: bisogni di identità sociale e di autorealizzazione; bisogno di qualita’ dell’esperienza turistica; bisogno di protagonismo; bisogno di coinvolgimento; bisogno di immersione nella realtà socio-culturale e ambientale che si visita; bisogno di “specializzazione” ( di qui la moltiplicazione dei turismi ma anche l’ibridazione dei generi di turismo).E’ interessante  notare che tra le motivazioni e i bisogni del viaggiare sta crescendo quello del Sentimento del Sacro. Il marketing raccoglie questo bisogno e parla di “turismo religioso”, termine un po’ improprio perché non è un “marchio” che la pastorale del turismo vuole veicolare ma un sistema di senso, di significati, di relazioni e di incontro. Da sempre infatti il viaggio è una tradizionale metafora della vita. E’ anche metafora dell’infinito andare verso gli altri. Come il viaggio ci porta lontano per farci essere più vicini, la relazione con l’altro ci porta lontano da noi stessi, ad uscire da noi stessi per farci essere più vicini. E’ una  “pastorale dell’amabilità” e di “prossimità” quella del turismo : fa trovare con gesti semplici e veri  quell’empatia che nasce dall’incontro fraterno e sincero e favorisce quel “lavoro di rete” che è uno degli obiettivi del mio Ufficio. Nella strategia di rete le individualità non vengono omologate, i carismi si rafforzano, le diversità diventano ricchezza da condividere, le originalità di alcuni stimolano la fantasia di altri, e tutto e converge in quella comunione che il viaggiatore, il turista, il pellegrino, il “cercatore di Dio” sente come il luogo proprio dell’incontro e della scoperta. Come afferma il cardinal Scola, il viaggiare in tutta la sua pienezza è avventura emblematica della vita. Ci salva dall’essere vagabondi e ci preserva dall’idolatria. Ad una condizione: che non siamo soli. E facendo riferimento a quell’icona evangelica che è il viaggio dei magi annota: Si muovono in  tre, adorano in tre, tornano in tre. Il cammino, la traversata, il viaggio, il pellegrinaggio, l’impresa affascinante a cui il Padre ci chiama, è personale, ma non individuale. Impossibile completarla senza una compagnia, una prossimità, una vicinanza di amici.

Il tempo, lo spazio e la valorizzazione dell’umano. Gli antropologi si sono concentrati sui concetti di ‘liquidità’, ‘glocalizzazione mediatica’, ridefinizioni delle coordinate antropologiche tradizionali come lo spazio e il tempo. Può la bellezza essere di nuovo un’occasione per andare oltre il ‘non luogo’ e la liquidità antropologica  del postmoderno?

La “vita liquida” di cui parla Bauman è una vita nella quale sembra non ci siano punti fermi; tutto cambia molto velocemente, muta in continuazione. Stiamo ancora imparando come affrontare una situazione, ma, nel frattempo, la realtà è cambiata, la situazione è diversa, e i nostri strumenti diventano subito inadeguati o, come si dice oggi, “obsoleti”.  Questa assenza di punti fermi fa impantanare, sciogliere, liquefare tutto compresi i valori. Ne risente l’educazione, la fede, ma anche il tempo libero, il turismo: nella società liquida anche “viaggiare” sembra aver perso il suo ethos originario, senza più valori, dominato dalle leggi del mercato, del profitto, del consumo e dell’apparire: “un tempo liquido” “un turismo liquido”, mutuando i concetti di “modernità liquida” e addirittura di “vita liquida”  vale a dire senza certezze generate dalla verità e da valori condivisi.  Di conseguenza non è più eludibile la domanda circa il valore di cruciali “luoghi” teologici come, ad esempio: il senso del piacere; il senso del riposo e della festa;il senso dell’habitat, del paesaggio e del creato; il senso del corpo l’elaborazione di un giudizio etico sui fenomeni sociali del tempo libero in riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa. In una parola il senso della “bellezza”. Il papa emerito Bendetto XVI ha scritto: “affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a entrare in contatto con il bello e annunciare, la verità della bellezza. “ E specificava: “Non la bellezza mendace, falsa, una bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi dell’innalzarsi verso l’alto, bensì li imprigiona totalmente in se stessi.” Il patrimonio culturale religioso, diffuso in tutto il territorio nazionale (cattedrali, monasteri, antiche vie di pellegrinaggio, musei diocesani e parrocchiali, immagini sacre…) risulta essere in tal senso un percorso privilegiato. Infatti,nei nuovi “aeropaghi” del mondo contemporaneo, tra cui il turismo, “la Chiesa ha molto da dire in modo originale in quanto è portatrice di una parola di valore assoluto e di una tradizione di valori, che non possono non arricchire di senso l’uomo del turismo, della vacanza, del viaggio “(cfr. Cei, “Parrocchia e pastorale del turismo”, EDB, 2003). La pastorale del Turismo non è una intromissione indebita in campi  considerati impropriamente di non specifica pertinenza,  ma una  chiamata a cogliere con intelligenza le opportunità di evangelizzazione offrendo al turismo stesso un salto di qualità: oltre a educare al turismo per una fruizione degna dell’uomo e ad accogliere i turisti in uno stile evangelico, è invitata a trovare modalità nuove di comunicare la Parola. Ed ha una via privilegiata: la via della bellezza.

Il convegno ha visto nelle tue ‘conclusioni’ una  particolare riflessione su una categoria per certi spetti nuova nell’orizzonte culturale: la categoria della ‘minorità’. Quali sviluppi teologici possibili a partire da questa categoria posta tra il paradigma culturale e l’attenzione pastorale?

Si parla spesso oggi di “borghi e luoghi minori”, di “circuiti turistici minori”, di  “Santuari minori”. Non si tratta di un minorità religiosa, culturale e sociale dal punto di vista qualitativo e di ruolo, ma minore perché fuori degli abituali circuiti di “itinerari” ben consolidati, o fuori delle rotte tradizionali, o non debitamente conosciuti e valorizzati. Nonostante tutto c’è una grande riscoperta dei luoghi “minori”. Per quanto riguarda la Chiesa in Italia, sono più di 3500, i luoghi dove “si è rivelata in modo particolare la gloria di Dio attraverso segni e prodigi, o dove si è manifestata la materna predilezione della Vergine Maria o del fraterno soccorso dei Santi. Luogo santo è il Santuario, dimora divina, meta privilegiata del pellegrinaggio. La Chiesa madre e maestra vi ha riconosciuto la presenza soprannaturale e vi conduce i suoi figli per rigenerare e fortificare la fede, per rinsaldare  e incoraggiare la carità, per ritrovare e consolidare la speranza. Giovanni Paolo II li ha definiti –non luoghi del marginale e dell’accessorio ma, al contrario, luoghi dell’essenziale, luoghi dove si va per ottenere “la grazia prima ancora che “le grazie” – (cfr. Lettera di S.S. Giovanni Paolo II al vescovo di Loreto, 1993). Il concetto di “minorità” sta diventando un elemento qualitativamente rilevante della fruizione turistica. E’ considerato un bene prezioso. E non riguarda esclusivamente i luoghi “religiosi” ma apre l’homo viator del nostro tempo all’esplorazione di territori nuovi, sconosciuti, sconfinati,immensi: i territori della solitudine,dell’interiorità, del mistero. Sono luoghi che danno identità al territorio, ne manifesta il volto più profondo, lo caratterizza, lo promuove  appunto qualificandone la “minorità”  che, ripeto non sinonimo di “inferiorità”, ma valore aggiunto perché richiama come valori promozionali la sobrietà, la cordialità, la simpatia e l’empatia, l’essenzialità, il gusto dell’incontrarsi e dello stare insieme, il raccontare, e perché no? il…pregare, contemplare, ammirare, stupire.

 Il fascicolo prodotto dall’Ufficio Nazionale della Cei

don Andrea

Documentario sugli archivi del Vaticano.

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News Interessante
la riportiamo così come l’abbiamo ricevuta.
http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%252FHome

Dario Edoardo Viganò
circa un’ora fa 6 ottobre 2014

Il CTV ha prodotto un documentario bellissimo sull’Archivio Segreto Vaticano che è stato selezionato per l’ultimo Festival della Fiction che si è svolto a Roma. Un viaggio meraviglioso negli oltre 85Km di scaffali (come il canale di Panama) tra bolle e documenti che hanno fatto la storia.

Cyberteologia:”Dio, l’uomo e la Rete”

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Uno dei libri di pastorale più innovativi degli ultimi anni.
Da leggere e ri-leggere.

il blog di Costanza Miriano

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Le tecnologie digitali sono entrate prepotentemente nella nostra vita quotidiana e cambiano il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà e di intrattenere le relazioni umane.

In che modo la rivoluzione digitale ha a che fare la fede?

La logica della rete offre spunti inediti per parlare di comunione, di dono, di trascendenza e aiuta a trovare nuovi sentieri nel cammino verso Dio?

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La tradizione secondo la Buona Novella: oltre la pasta ‘scotta’ dell’ipocrisia bempensante

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Cari amici, due sollecitazioni mi spingono a condividere con voi alcune riflessioni sulla portata della ‘tradizione’ della fede nella nostra cultura: l’ennesima performance di provincialismo romantico dei nostri imprenditori e un intervento dello psicanalista Massimo Recalcati in merito alla trasmissione dei valori e al senso della paternità nel nostro tempo.

IL PROVINCIALISMO ROMANTICO. Mi chiedo: avete mai provato a mangiare un piatto di pasta leggendo Proust? O ascoltando un notturno di Chopin? O magari, per stare al nostro ambito, meditando un passo del Vangelo? No? Bene: allora vuol dire che siete normali ed equilibrati. Perchè? Perchè un piatto di pasta non dipende dalla predisposizione del ‘cuore’, non ne dipende e soprattutto non può pretendere che il cuore dipenda dal piatto di pasta. Attorno al piatto di pasta si ride, si scherza, ci si arrabbia, tra amici, tra amanti, tra colleghi. Oltre il ‘genere’, in una parola: tra persone! Cosa voglio dire? I paladini dell’etica familiare e della morale sessuale devono fare attenzione: la pubblicità che mira al cuore è una pura operazione di dittatura commerciale. Quante famiglie in crisi mangiando un piatto di pasta possono lenire le ferite del cuore? Superare il tradimento di un coniuge? Affrontare la tossicodipendenza di un figlio? Quanti bambini si sono rimpinzati di merendine ‘lievitate naturalmente’ e ora non sono dei grandi aviatori o delle teen agers archeologhe? E questo per un motivo molto semplice: perchè la tradizione non è data dal prodotto che si vende, caro ‘imprenditore’, ma dal cuore, dalla vita, dai sentimenti delle persone che quel prodotto possono o meno utilizzare. E tu caro imprenditore che non riesci a prendermi per la gola (forse perchè la nostra Italia ha dei pastifici veramente rinomati al di là del grande marchio), vorresti prendermi per i fondelli piuttosto che per i fornelli… Ma questo è un monito anche per te caro consumatore: se continuerai a comprare con il cuore quello che serve allo stomaco, è facile pensare che a breve al posto della testa ti ritroverai qualcos’altro, meno ‘profumato’ della tradizione…

LA TRASMISSIONE – TRADIZIONE DEI VALORI E LA PATERNITA’ COME ‘IMPRESA’ UMANA. Noi cattolici siamo spesso tentati di confondere la tradizione della fede con la trasmissione e l’eredità di ‘costumi’ e ‘modi’ comportamentali. Ma veramente la paternità è una questione naturale? Biologica? E dunque legata a ‘dogmi’ naturali, alla trasmissione di ‘valori non negoziabili’? Pastoralmente questa impostazione è quanto meno errata e dannosa per una autentica trasmissione del Vangelo, una ‘traditio’ fidei appunto. La filiazione è un’ ‘impresa umana’, non è un mero fattore biologico o derivante dalla legge naturale. Tutta la dimensione della paternità spirituale, dello stesso concetto di adozione o di affido, la bellissima tradizione evangelica del sentirsi ‘chiamati’ alla paternità (e maternità) nell’amore, chiamati da un Padre che è puro amore, dove andrebbero a finire? Il gioco stupendo della paternità, della trasmissione della cultura, della ‘traditio fidei’ trova vita nella dinamica della libertà illimitata dell’altro. A livello comunicativo, inoltre, il messaggio di un ‘padre’ sarà sempre differente nella ricezione di un ‘figlio’, perchè l’altro è sempre qualcosa di diverso da me. Per questo, come lo studioso Recalcati sottolinea, la trasmissione nasce da un desiderio, da una domanda, dal fascino di una nostalgia: non è questione di natura, di biologia, di ‘tradizione’ intesa come dato di fatto o dogma. Allora, a livello pastorale, è molto più fruttuoso domandarsi se i valori dei padri, la simbolica antropologica di chi comunica paternità, siano affascinanti, creino domande e desideri piuttosto che ripresentare il ‘piatto di pasta scotta’ dei ‘valori non negoziabili’, o della legge ‘naturale’ o biologica. Il Vangelo di Gesù precede la natura, la innerva e la supera, ma non per qualità ‘morale’ o per ‘spessore veritativo’, ma per la portata di Amore che proviene dal cuore stesso del Padre. L’amore di un Padre che ‘vive’ nei desideri dei figli (pensiamo alla parabola lucana della misericordia) e che attende all’orizzonte con pazienza e speranza, sicuro che un ‘vero’ desiderio, un fascino autentico, una vera nostalgia vivono sempre nel cuore dei suoi figli. Per rimanere in tema: meglio un vitello grasso preparato con amore da un Padre ‘buono’, piuttosto che un piatto di pasta ‘griffato’ ma scotto, vecchio, cucinato per saziare ma non per amare!

d. Andrea

La vicinanza di Dio: gli angeli e la missione del comunicare

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Cari amici: si parte!

Come promesso con la festa degli angeli custodi, diamo il via ufficialmente ai nostri contributi e alla nostra ‘missio’.

Perchè porre il nostro lavoro – mio e di Paolo –  sotto l’immagine dell’angelo?

Quando insieme a Paolo abbiamo ragionato e riflettuto su una data plausibile per inaugurare questo blog, entrambi siamo stati concordi su questo giorno: il 2 ottobre, memoria liturgica degli angeli custodi. E questo per diverse ragioni che vogliamo condividere con voi. Provo a farlo attraverso dei semplici ‘step’ descrittivi.

Gli angeli sono IMMAGINE DELLA VICINANZA DI DIO. Gli angeli nella Sacra scrittura sono indicati come ‘messaggeri’ di Dio. Dio nella sua bontà invia infinite volte i suoi angeli agli uomini, nel momento del bisogno, nella prova, nella tenebra della sua vita. E lo fa per un unico scopo: perchè è un ‘Padre’ premuroso.

Gli angeli sono RIVELATORI DEL GIOCO COMUNICATIVO: TRA DIO E L’UOMO. Gli angeli sono rivelatori di un gioco comunicativo molto interessante: essi parlano di Dio all’uomo, ma allo stesso tempo narrano la vita dell’uomo all’ ‘orecchio’ paziente e benigno del Padre. Questo è per l’uomo un motivo di grande speranza nella fede: il Padre non può non ascoltare i suoi figli, tanto più se a sostenere le loro richieste sono gli stessi inviati del Padre, gli angeli appunto.

Gli angeli sono MEMORIA DELLA NOSTRA ESISTENZA: CI RICORDANO CHE NON SIAMO MAI SOLI. Nel nostro tempo una delle tenebre che abitano il nostro cuore è paradossalmente proprio quella della solitudine. L’angelo mi ricorda che anche l’uomo, creato a ‘immagine’ e ‘somiglianza’ di Dio, è sempre davanti al volto del Padre, come i suoi angeli. Noi siamo sempre davanti allo sguardo del Padre, qualunque sia la nostra situazione umana, storica, contingente. Noi…: non siamo mai soli!

MA COME AVVIENE TUTTO QUESTO? Eh già, il nostro scetticismo di uomini Dio lo conosce bene, e non se ne preoccupa. Gli angeli ci ricordano questo: la compagnia del Padre entra nella tua vita mediante una parola buona, attraverso l’abbraccio della persona amata, ma anche attraverso i profondi impulsi e i moti interiori del nostro animo. Si! Dio non ha dimora nei cieli: il Padre si è scelto una casa, è la nostra carne, impasto di bellezza e oscurità, di luce e di tenebra, di gioia e di dolore, qui il Padre chiede di essere cercato e di farsi trovare, dal suo amore, dalla sua provvidenza, dal suo… Angelo!

Allora buon cammino insieme agli angeli a questo nostro lavoro, nella fiducia di lavorare e di mettere a disposizione mente  e cuore per allargare la condivisione del ‘regno’, la condivisione della Bellezza della fede!

armonia angelica