Arte, fede ed evangelizzazione: alla ‘scuola’ di Padre Marko I. Rupnik s.j.

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      Cari amici eccoci di nuovo dopo qualche giorno di silenzio.

Voglio proporvi, come lettura anche per il Tempo di Avvento che a breve inizierà, l’ultimo libro/intervista a P. Marko I. Rupnik, gesuita direttore dell’Atelier Centro Aletti di Roma e autore di numerose opere artistiche presenti in molte parti del mondo. Personalmente ho la fortuna di conoscere P. Marko da qualche anno per l’esperienza degli ‘Esercizi spirituali ignaziani‘ (esperienza umana e spirituale di una portata e incisività uniche nel panorama cattolico) che lui tiene ogni anno per un gruppo di sacerdoti, religiosi/e e laici. Un appuntamento diventato ormai per me irrinunciabile nel calendario annuale.

Voglio indicarvi questo volume, IL ROSSO DELLA PIAZZA D’ORO ed. LIPA 2013,  perchè credo che, sia per la sua giovinezza (è uscito da pochi mesi in libreria) e sia per la forma dell’intervista con il quale è stato pensato, raccolga tutta l’impostazione culturale e soprattutto il messaggio spirituale di Rupnik e del suo ‘apostolato’.

Tanto per darvi un’idea vi riassumo in 3 step l’essenzialità del pensiero di P. Marco:

1 – Dalla cultura idealistica alla cultura della Pasqua. Secondo l’autore l’uomo moderno vive una schizofrenia interiore, causata dal continuo oscillamento tra la realtà del peccato (materialismo) alla realtà della perfezione (idealismo). ‘Salvare’ l’uomo da questa dicotomia dilaniante significa recuperare al più presto una cultura della Pasqua, una visione ‘simbolica’ (sim-ballein: mettere insieme) della vita.

2- Dall’individualismo alla comunione. P.Marko, fondando il suo messaggio sui testi dei ‘Padri’ apostolici e della spiritualità dell’Oriente cristiano, invita a recuperare la dimensione della comunione. Come il Dio Trinità vive di relazione, così l’uomo non può fare a meno di costruire la sua esistenza sulla comunione, come relazione e dono di sè.

3- ‘Peccato’ e Fede. Rupnik aiuta a ricentrare l’attenzione sulla realtà del ‘peccato’. Se l’uomo di fede si è abituato a guardare la sua vita a partire dall’analisi/esame dei ‘peccati’, l’autore ci aiuta ad andare alla sorgente del ‘vero’ peccato: la disgregazione dell’armonia tra l’uomo (creatura) e Dio (creatore). La purificazione dal Peccato dunque, non è disamina moralistica della propria esistenza alla luce di precetti e comandamenti, ma cammino di conversione della mente e del cuore: dal ritenere ‘se stessi’ il centro di tutto, al ricollocare noi stessi e Dio nelle giuste dimensioni. In questo senso anche la fede torna a vivere della dinamica che solamente le appartiene: essere un dono, e dunque vivere di accoglienza e di apertura. Guardare alla propria esistenza a partire dai ‘peccati’ ripiega l’uomo sul suo ombelico illudendolo di essere lui l’artefice della propria conversione vissuta a partire da un ‘cambio’ morale della vita. La fede, e dunque la conversione, è invece ‘inabitazione’ del Divino nell’umano (Incarnazione), e trasfigurazione dell’umano nel Divino (Redenzione), dunque non è mai opera dell’uomo, consolazione ‘egoica’ frutto di un’adesione morale e ideale, ma accoglienza di una Persone e del suo messaggio: Gesù Cristo e il suo Vangelo di riconciliazione.

Per una Chiesa che ha predicato a partire delle fratture della modernità, più l’ideale della perfezione che la vita nella redenzione, tale messaggio rimane indubbiamente difficile da comprendere. Ma la Chiesa di Cristo non ha altro motivo di esistere che questo: far superare all’uomo la paura della morte. Ovvero riconciliare attraverso la comunicazione della vita divina, il creato con il suo Creatore. Se non recuperiamo al più presto tale impostazione i nostri accattivanti ‘progetti’ pastorali, le nostre ansie di evangelizzare e convertire, continueranno ad essere indifferenti all’uomo, alla persona, e dunque del tutto illusorie e inutili, come l’allontanamento dalla Chiesa e il rifiuto di un vissuto di fede da parte dell’uomo moderno ci stanno indicando. Pensiamo quanto danno produce sulla persona una visione ‘moralistica’ e ‘consolatoria’ della fede, ovvero l’adesione a  uno schema idealistico della perfezione e dunque della grazia: illudere l’uomo di potersi salvare a partire dalla propria bravura, dal proprio ‘ossequio’ a dei precetti, a dei comandamenti, dal proprio sforzo per diventare ‘perfetto’. In realtà è proprio questa le mentalità del peccato: l’auto-redenzione. La vita di grazia, la vita che lo Spirito comunica invece, apre l’uomo a una relazione, non lo lascia solo: nè davanti alle proprie fragilità nè davanti alle sue potenzialità, ma inserisce tutto nella dimensione agapica del ‘dono’, della comunione, della relazione nell’amore come vive la Santa Trinità. La fede e la grazia sono doni delle tre Persone Divine, doni da accogliere e non quindi beni da possedere sulla base delle proprie virtù o dei propri sforzi.

“Quando partiamo dalla comunione, cioè dalla relazione nell’amore, non abbiamo più individui razionalmente conoscibili, ma persone che sono un ‘mistero’ e che si rivelano per essere conosciute. La salvezza, dunque, non può essere una salvezza dai peccatucci, perchè ho rubato la marmellata… Ma è Salvezza dal PECCATO: ritenere se stessi il centro, gli artefici di tutto, anche della vita spirituale e della fede. Il nocciolo della Salvezza è liberare l’uomo da se stesso, da ciò che si è prescritto e che esige da se stesso: quello di auto-salvarsi. Perchè se l’epicentro sono io devo pensarci io… Proprio questa è la mentalità del peccato”. (estratto dal libro) 

 P. Marko I. Rupnik durante la sua attività artistica

d.Andrea

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