Mese: novembre 2013

La mission dei progetti pastorali

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Un amico è impegnato nel lancio di un progetto pastorale, mi ha chiesto un parere
su alcuni nomi che sono venuti fuori per far conoscere il progetto.
Io ho chiesto quale fosse lo scopo, gli obiettivi e i sogni da realizzare dietro questo progetto,
prima di poter scegliere un nome, la risposta è stata vaga.

Nel Marketing il nome di un prodotto-servizio è l’ultima cosa da fare, anche se di importanza capitale.
Prima occorre chiarirsi le idee attraverso una Vision che poi si traduca in una Mission specifica, sulla base della quale scaturiscono tutte le scelte seguenti in modo coerente. Questo modo di procedere agevola di molto i passi successivi.

In pratica la Mission è TUTTO.

Occorre pensarla a fondo e bene, prima di applicare le strategie e le tattiche seguenti. Il nome appunto è una tattica fondamentale ma si deve basare sulla Mission.

Cosa è una Mission?
Provo a spiegarlo in parole semplici. Una Mission è il cuore pulsante di una impresa, è la realizzazione di una Vision che invece è solo futuro visionario. La Mission comunica con tutto il mondo intorno all’impresa, la sua storia, i suoi sogni realizzati, le sue aspirazioni e la collaborazione richiesta a tutti coloro che vengono a contatto con l’impresa.
In Pratica la Mission spiega esattamente da dove parte e dove vuole arrivare l’impresa e con chi.
Nella Mission occorre considerare i punti di forza nostri, quelli che vogliamo sviluppare. Eventualmente le motivazioni. Nella Mission occorre definire a chi ci si rivolge, giovani, anziani, che diventano un preciso riferimento.
Insomma la Mission deve parlare chiaro a Noi e a tutti gli altri.
(per approfondire cfr: http://pandemiapolitica.wordpress.com/2013/01/03/la-mission-pandemica/ )

Una Mission NON E’ detto che sia esplicita e scritta, sufficiente che sia chiara a tutti coloro che partecipano all’impresa. Personalmente suggerisco di Esplicitarla, in modo da chiarirsi e non avere dubbi su ciò che si sta facendo.
La Mission scritta deve essere SINTETICA, Breve, leggibile tutta di un fiato e magari riassumibile con uno slogan.
Ad. es. Just do it, della Nike traduceva magnificamente la Misssion Nike
così come in Italia lo slogan di Barilla ” dove c’è B…. c’è casa”, traduceva perfettamente la sua Mission.

Per scrivere una Mission occorrono minimo 6 mesi, metterla a punto, limarla, perfezionarla. Inoltre va sempre monitorata, per aggiornarla, migliorarla, attualizzarla. Non scoraggiatevi, ma vi assicuro che una volta scritta e condivisa, elimina infinite litigate a seguire, come appunto quella di non sapere esattamente il nome da dare al progetto.
Inoltre il progetto stesso ha una linea guida che tutti conoscono e permette di remare tutti nella stessa direzione.
Pertanto partite dal piede giusto, iniziate a parlare di Mission del progetto con i vostri collaboratori, esponete le varie problematiche, dalla storia al futuro. Se avete bisogno di un aiuto scrivetemi pure, lieto di poter offrire un contributo.
393 5561322
porlandi05@gmail.com

Post Scriptum
La VISION per noi cattolici è l’Evangelizzazione !!!

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Vide e credette: un evento culturale a conclusione dell’Annus Fidei

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Cari amici,

il 24 novembre 2013 troverà la conclusione l’Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI l’11 ottobre 2012. L’ultimo regalo, come mi è piaciuto interpretarlo, del Papa più aristocratico e elegante che la Chiesa ha avuto dopo il Concilio Vaticano II. Nell’intenzione originaria del Papa bavarese vi era quella di riprendere coscienza, urgentemente, dei contenuti e dei valori ‘fondanti’ e ‘fondamentali’ del Credo Cattolico romano. Indubbiamente tanto insuccesso popolare, che a confronto di Papa Francesco, Ratzinger ha vissuto è stato ingenerato anche da un’eccessiva comunicazione apologetica che il suo pontificato ha messo in atto. Anche in merito a questo anno della fede l’interpretazione teologica e la ricaduta pastorale sono state da subito lette come un’ulteriore volontà di arginare il ‘relativismo’ dei valori e le molte espressioni distoniche presenti nella cultura post-moderna. Di certo lo stile ‘aperto’ e ‘familiare’ di Papa Francesco, se anche mantiene intatti i contenuti della fede, risulta mediaticamente e umanamente molto più vicino alle domande (almeno come disponibilità all’ascolto) e alle esigenze (se non altro evitando il giudizio) che il mondo oggi presenta alla coscienza e al credo cattolico.

Sono state molte le iniziative che in questo anno le Diocesi e le Parrocchie hanno progettato, pensato, proposto. Nella comunità cristiana dove vivo il mio ministero, abbiamo pensato di programmare e progettare un piccolo evento culturale a più livelli. In calce all’articolo trovate, anche come invito, il manifesto delle iniziative di cui vi parlerò. Oltre alle serate culturali programmate, abbiamo realizzato una pubblicazione cartacea, un book fotografico, e un DVD fotografico e musicale, che raccolgono un pezzo della storia della fede di Civitanova Marche.

La chiesa di Cristo Re è caratterizzata da vetrate artistiche istoriate, realizzate negli anni sessanta. Perchè non valorizzare questo segno di arte e di fede proprio al termine dell’annus fidei? Ci siamo chiesti con il parroco e il consiglio pastorale. Così è nato il progetto della pubblicazione e delle serate culturali. Questa particolare modalità comunicativa della fede, la cosiddetta Biblia pauperum – la Bibbia dei poveri, mi spinge a condividere con voi alcune riflessioni sulla ‘bellezza’ della fede e su alcune dimensioni che nei secoli hanno accompagnato la coscienza credente e che forse noi moderni, in virtù di una eccessiva paura e di una immotivata difesa apologetica, abbiamo lasciato ai margini per concentrarci sulle disquisizioni dogmatiche e moralistiche: niente di più nefasto per un annuncio vivo e bello dell’esperienza cristiana.

UNA FEDE CHE AFFASCINA: la carezza del Vangelo non vive di affermazioni perentorie, ma di proposte delicate, rispettose, eleganti. La Chiesa delle origini ha da subito percepito nell’espressione artistica la possibilità di comunicare l’Historia Salutis non a partire dal concetto ma dal segno. L’eleganza della fede, a differenza delle molte proposte pastorali spesso abbrutite dal moralismo, non può essere lasciata alle visite guidate nelle cattedrali: il cristiano è per eccellenza l’uomo vero, reso tale da Cristo. Dovremmo riscoprire questo aspetto fondamentale dell’agire credente: l’uomo si lascia affascinare e sedurre dalla Bellezza, e non dalle disquisizioni accademiche (ve lo assicura uno che siede in cattedra). Il cuore dell’uomo vive della nostalgia di Dio. Tutto ciò che lo avvicina all’incontro con il Padre non passa inosservato, e spesso è quanto di più semplice e immediato si possa pensare.

UNA FEDE CHE ILLUMINA MA NON ACCECA: Lumen fidei è l’incipit dell’enciclica di Papa Francesco. Ma che sarebbe la luce della fede se più che illuminare la vita della persona in tutti i suoi aspetti, anche i più oscuri e reconditi, diventasse una luce che acceca, un’imposizione di norme e di precetti, un ossequio gretto che consola magari la coscienza ma non illumina la vita? Pensando proprio alla tecnica artistica delle vetrate viene possiamo capire come la luce della fede oltrepassa l’orizzonte umano, lo trasfigura, ma non lo violenta, non lo distorce: Dio Padre ama la sua creazione così come essa si manifesta. Quanto ne guadagneremmo se cominciassimo a sostituire l’ansia di ‘far cambiare vita’ alle persone (così viene travisata la conversione) con la passione per l’uomo, per tutto l’uomo, impasto di Spirito e di terra, ma uomo? E allora scopriremmo che è Dio Padre per primo che si converte all’uomo, alla sua storia, e diventa uomo, e diventa storia: diviene amore incarnato.

UNA FEDE CONCRETA E NON IDEALISTICA: l’arte sacra non ha mai disdegnato di immortalare il soggetto spirituale in tutti i momenti della propria vita. Pensiamo alle natività, alle crocifissioni, ai momenti della vita quotidiana della Madonna o dei santi. Questa è l’esperienza della fede. Non la ricerca schizofrenica di una perfezione da raggiungere in virtù di un’osservanza, ma una ‘conversione’ di amore e di misericordia al proprio vissuto, alla concretezza delle pagine buie o luminose che la vita di ognuno presenta. L’epoca moderna, segnata dall’idealismo dei valori ha dimenticato la natura dell’uomo: essere fragile dalle potenzialità infinite. E la chiesa spesso si è soffermata sulle fragilità, piuttosto che sulle potenzialità infinite. Cristo non ha avuto paura di toccare, di assaporare, di baciare, le ferite dell’uomo. Perchè dovremmo fuggire la carne? Perchè dovremmo inseguire l’ideale della perfezione spirituale, ricompensa agognata dopo una vita di repressioni e di osservanze precettistiche, di timoroso ossequio a dei ‘comandamenti’, quando lo Spirito per primo non ha disdegnato la nostra carne ed ha abitato in essa? Il vissuto è di per se credente, perchè è atto di Dio che innerva la storia con l’esistenza delle sue creature.

I nostri antenati nella fede ci hanno consegnato un metodo, una storia, un patrimonio. La fede è via, metodo, per giungere a se stessi e li incontrare il volto del Padre. La fede si incarna in una storia, è verità di incontro, di relazione (Papa Francesco). La fede è vita: amore per tutto il creato così com’è, così come si manifesta, e non come si vorrebbe che fosse. La storia dell’arte, la bellezza della nostra fede, ci insegna paradossalmente proprio questo: non è fuggendo dalla storia, dalla vita, dall’uomo che trovi Dio, ma è proprio vivendo pienamente la tua umanità riconciliata nell’amore e dall’amore che vivrai da Dio, vivrai per l’amore. E allora il mondo crederà. Allora l’uomo religioso diverrà spirituale. E l’amore potrà nuovamente vivere la sua epifania: la manifestazione della Gloria di Dio. Che non è l’uomo credente (sinonimo di un’adesione concettualistica e idealistica) ma L’UOMO VIVENTE!

CLICCA PER L’INVITO!   locandina pdf

d.Andrea.

Il marketing al servizio della pastorale

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Pochi giorni fa il preside della scuola superiore tecnica dove sono I.r.c. mi ha invitato
a partecipare ad una iniziativa a livello comunale.
In occasione dell’arrivo della statua ritraente Don Bosco, il comune
ha concesso ai salesiani locali di organizzare in piazza una sorta di manifestazione
per “catechizzare” gli studenti sulla figura di Don Giovanni Bosco, ed in particolare
sulla sua opera di evangelizzazione a favore dei giovani.
Infatti veniva spesso citato come il santo dei giovani.
Premesso che conosco assai poco e male la storia evangelizzatrice del Santo,
in più mio padre fu ai tempi allievo del collegio salesiano di Macerata,
e non ne parla un granchè bene, tuttavia mi preme sottolineare
come sono rimasto colpito da un fatto:
Oggi una evangelizzazione fatta così
SERVE A POCO O a nulla.

La classe che ho accompagnato era un primo, bravi ragazzi con i loro piccoli o grandi problemi
legati all’età o alle loro situazioni familiari.
Hanno assistito interdetti alle esibizioni “canore” dei ragazzi svoltesi sul palco, e per lo più rivolte
ai piccoli delle elementari.
Hanno apprezzato il panino offerto.
Poi la processione di circa 10 minuti, indi in chiesa per una breve preghiera e ….stop.
La settimana seguente a scuola nessuno di loro ricordava il motivo della uscita, nè hanno partecipato alle iniziative serali sulla figura del santo.
Insomma a che servono queste manifestazioni puerili?
Intrattenere una orda di piccoli delle elementari, serve a nulla, occorre parlare alle fasce di età più esposte e intrise di problemi, quella fascia cha va dai 15 ai 20 anni.
Occorre competenza, passione, coraggio di innovare i modi di parlare loro.
Essendo un professionale un modo potrebbe essere quello di mettere in pratica il loro saper fare al servizio della parrocchia, dell’oratorio.
Coinvolgerli con il FARE.
Basta con i Ban che non ho mai ben capito a chi piacciono.
Di sicuro ai miei alunni NO, ne al 99% dei loro coetani.
Siamo nel 2013 le competenze digitali dei ragazzi sono ampliate e illimitate,
perchè non sfruttarle?
Inoltre la maggior parte dei ragazzi che prosegue gli studi frequentano corsi liceali o tecnici industriali, credo hanno bisogno che si giunga a loro con proposte serie ed all’altezza dei loro studi e della loro intelligenza.
Sfidarli culturalmente, un ambiente parrocchiale stimolante, andando a cogliere nella diocesi quelle competenze che possono parlare alle persone nella loro totalità, o anche al di là dalla diocesi.
Il desiderio di qualcosa di alto è insito nei nostri giovani, deve solo essere stimolato a venir fuori,
solo così è possibile scatenare quello che nel Marketing si chiama viralità.
Ovvero come un virus si diffonde facilmente con il contatto, se si riescisse ad infettare alcuni ragazzi con le proposte giuste state certi che in poco tempo la pandemia si diffonde e giunge a infettare i molti.
Certo occorre un cambiamento totale e innovativo di fare evangelizzazione e comunicazione, e come tale soggetto a fallimento, tuttavia con la certezza che prima o poi solo intraprendendo strade rischiose con la forza dello Spirito Santo ad illuminare la via si possano cogliere i frutti nella vigna del Signore per il futuro della Chiesa.