Mese: febbraio 2014

La ‘bellezza’ salverà il mondo? Cominciamo a salvare la bellezza ‘dal’ mondo

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Cari amici, 

la frase senza tempo di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”, stupidamente sulla bocca di molti, di troppi, necessita di un nuovo grande ripensamento. Ho seguito sgomento questa settimana la polemica sull’indottrinamento messo in circolazione dall’UNAR (ufficio nazionale anti discriminazioni razziali) per i maestri e maestre delle scuole d’infanzia. Il Comune di Roma a sua volta ha pensato bene di concretizzare in corsi di aggiornamento per gli insegnanti sull’educazione sessuale e sulla tematica del ‘gender’. Il Miur si è immediatamente distanziato da tale operazione e lo scetticismo, soprattutto nel mondo cattolico, ha fatto si che si montasse la solita polemica all’italiana.

Chi mi conosce sa con quanta attenzione seguo anche pastoralmente il mondo lgbtq, e come anche attraverso questo blog, cerchi di porre degli elementi di discussione e confronto incoraggiato anche dallo stile dell’attuale pontefice. Ma mi domando: siamo sicuri che tali operazioni ideologiche siano di aiuto al mondo lgbtq? Nel documento dell’UNAR si mettono in discussione la morale letteraria e poetica di poesie e favole con le quali tutti noi siamo cresciuti e si chiede ai docenti di guardare con criticità soggetti come ‘cappuccetto rosso’ ‘biancaneve’ ‘il principe azzurro’ perchè istillerebbero nella psicologia del bambino una distinzione netta tra maschio e femmina portando all’esaltazione della famiglia tradizionale e a un’eccessivo interesse per figure mitologiche troppo ‘marcate nella loro distinzione sessuale’.

Ma ci rendiamo conto? Cosa dovremmo leggere ai nostri bambini? Rivisitare biancaneve e il principe azzurro togliendo loro i connotati, in tutti i sensi, per non offendere il libero sviluppo del gender? Attenzione! Attenzione soprattutto agli esponenti e ai battaglieri del mondo lgbtq: sveglaitevi cari amici! Il sistema vi manipola e vi sfrutta per distruggere quanto di bello, e dunque di vero e di buono vi è nella nostra cultura. Di qui a poco ci sarà chiesto di interpretare monumenti letterari e artistici perchè eccessivamente violenti verso l’ideologica filosofia del gendere. Vi immaginate voi: i promessi sposi con due uomini o due donne, l’Iliade o l’Odissea impersonate da Luxsuria con Penelope che ascolta la voce dei ‘sireni’ e Ulisse seduto al telaio? Sveglia! Ripeto: attenzione! La bruttezza ammicca sempre con il suo fascino ‘mondano’ e come sempre la prima vera e grande risorsa che cerca di contraffare è proprio la cultura! Pensiamo a autori come Oscar Wilde, Caravaggio, Porust, Gide,  Zeffirelli, quando mai si arebbero sognati di trasformare l’arte in quello che non è: anti-natura nel senso più profondo. Ovvero confusione, smarrimento, libertà confusa con dis-grazia. La bellezza salverà il mondo dunque dovrebbe essere un motto usato con più cautela e forse è il caso di dire: la bellezza va salvata dal mondo prima di divenirne la salvatrice.

Con le strutture scolastiche che cadono a pezza, insegnanti costrette a procurarsi gessetti e carta igenica per i loro bambini, credo siano altre le emergenze da affrontare, ma il sistema sapientemente sposta e distoglie l’attenzione su altri aspetti inesistenti e inconsistenti. Le grandi personalità omosessuali hanno da sempre segnato il mondo culturale, artistico, politico della storia del mondo, come tutte le vere e grandi personalità e nessuno che abbia ascoltato Cappuccetto rosso, o si sia perso nella delicatezza dell’amore di Renzo e Lucia, ha cambiato per questo il proprio orientamento sessuale o si è sentito discriminato. Discriminato è il bambino italiano che muore sotto il tetto della propria scuola, discriminato è il bambino che non riceve la giusta assistenza e giusti servizi dall’istituzione dalla quale i propri genitori sono ipertassati e ipervessati.

Come affermò il grande Paolo Poli in una intervista: “c’è un’eleganza e una grazia anche nel saper vivere la propria sessualità in pace con se stessi e con gli altri, senza bisogno di gay pride, sfilate, e ostentazioni di volgarità”. La bruttezza imperversa: svegliamoci amici! Salviamo la bellezza da una parte di mondo che propone logiche autodistruttive!

d.Andrea.

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Sanremo e Parlamento: dove sei cara demo-crazia?

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Cari amici, 

due eventi apparentemente distanti mi spingono a condividere con voi alcune considerazioni sullo stato della ‘democrazia’ in Italia, e sono: il nuovo governo guidato da Renzi e i risultati del Festival di Sanremo.

Chi di noi ha votato questo governo? Chi di noi è stato chiamato alle urne per eleggere il nuovo Presidente del Consiglio? Qualche giorno fa scrivevo a proposito del Festival alcune riflessioni sui testi delle canzoni indicando in Sarcina e Sinigallia due artisti ben dotati. Ebbene: proprio ieri sul Corriere della sera leggevo questa notizia in merito agli ascolti: le esibizioni di Sinigallia sul palco di Sanremo hanno fatto toccare in tutte le serate il picco dello share. Cosa significa? Il televoto non risponde alla reale attesa dei telespettatori? Chi ha votato Arisa e ha lasciato fuori Sinigallia? C’è un’Italia che sta davanti alla TV e alzo lo share, e un’Italia virtuale e una reale che si oppongono?

Il termometro della democrazia sta toccando gradi da antibiotico: svegliamoci e smettiamola di vivere passivamente la dittatura mediatica e culturale, ognuno nei propri ambiti si impegni a denunciare lo stato pietoso della nostra ‘rappresentatività’.

Fu profeta il film ‘Il grande dittatore’ di Chaplin: il sistema gioca a palla con l’umanità, non lasciamoci prendere in giro!

d.Andrea.

Il cristianesimo perchè renderlo banale?

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Il cristianesimo è prima di tutto una esperienza di vita. Su questa esperienza che ti cambia il modo come vivi e come partecipi alla vita di tutti, “meta-noia”, si basano tutti gli scritti che ne seguono. Non siamo credenti grazie ai detti o agli scritti, ma lo siamo in quanto esperiti da una coinvolgimento profondo che ci ha cambiato, con la immodesta presunzione di offrire a tutti la possibilità di vivere la stessa esperienza salvifica.

Centro e fulcro di tutto è Gesù Cristo, un Dio che si è fatto uomo e che risorgendo dalla carne in una altra carne ci dà la possibilità di aderire a questa salvezza.

Vi sembra banale? NO NON è BANALE, è STRA-ORDINARIO è qualcosa di sconvolgente, mettere al centro della propria vita il vivere seguendo un Dio che si è fatto ammazzare dagli uomini per poi risorgere e salvarci. WOW, è fuori da tutti gli schemi “logici-razionali”.

Allora da uomo di Marketing mi chiedo?

PERCHE’ NOI CRISTIANI CHE ABBIAMO UN PRODOTTO STRA-ORDINARIO LO RENDIAMO BANALE?

Perchè banalizziamo in molti discorsi il ruolo centrale che ha nelle nostre vite tale straordinarietà salvifica?

Anche a me capita, quando mi chiamano per delle consulenze elencare alcuni aspetti del mio Curriculum, e di fare fatica a evidenziare il fatto che insegno Religione Cattolica. Penso che capiti a tutti noi, lasciamo nel segreto la cosa che ci rende stra-ordinari, mancando poi a un preciso incarico apostolico che lo stesso Cristo ci ha invitato a rispettare, quello di divulgare e diffondere la nostra Salvezza per la Salvezza di tutti.

D’altronde io per primo fui salvato da chi mi offrì tale salvezza, inaspettatemente e direi sorprendetemente.

Allora ho deciso che da oggi a ogni richiesta di Curriculum o di lettera di presentazione evidenzierò l’aspetto centrale del mio essere come parte centrale della mia vita.

Altrimenti tempo si possa cadere nel bieco gnosticismo, con i suoi fasulli segreti solo per iniziati. Il cristianesimo è esattamente opposto alle iniziazioni, è aperto a tutti e attraverso tutti e non è BANALE, seguendo semplici logiche razionali greche, ma è stra-ordinario va al di là della comprensione logico razionale.

Perchè la FEDE è VITA,

non LOGICA.

La vivi non La ragioni.

Chi si dichiara : cattolico NON PRATICANTE, è un ignorante oltre che un non Cattolico.

Buon compleanno “L’Unità”: auguri caro Festival

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Cari amici, eccomi di nuovo tra voi dopo l’esperienza degli esercizi spirituali ignaziani.

Oggi il quotidiano rappresentante della sinistra italiana compie 9o anni: buon compleanno all’ Unità! Martedi 18 febbraio inizierà la 64° edizione del Festival della canzone italiana. Il grande Marshall Mcluhan è qui a ricordarci che i mezzi di comunicazione plasmano, a nostra insaputa, comportamenti e tendenze sociali e culturali di popoli e generazioni. Certamente in questo tempo di crisi questi due appuntamnti ci rammentano che la nostra cara Italia può gloriarsi di buoni prodotti comunicativi, al di là ovviamente delle appartenenze politiche di ciascuno (per quanto riguarda l’Unità) e culturali (per quanto riguarda San Remo). Come ci ricorda Oscar Wilde in merito ai libri “non esistono libri buoni o libri cattivi: esistono libri scritti bene e libri scritti male”. Il parallelo può essere adottato per ogni forma artistica e culturale: non c’è il quotidiano perfetto, quello buono, come non c’è trasmissione televisiva buona o cattiva: ma ogni cosa se ‘fatta bene’ è traduzione in ogni epoca della bellezza che abita lo spirito, il cuore, la mente dell’uomo. Così, come ripeto, si può essere d’accordo o meno con le posizioni politiche del giornale fondato da Antonio Gramsci, ma non se ne può negare di certo la qualità giornalistica e la statura che la sua storia gli conferiscono e oggi nonostante le difficoltà economiche gli confermano e il pubblico di lettori gli tributa. E così è per il Festival di San Remo: 64 edizioni! Ci sarà qualcosa di particolare che non fa morire questa esperienza e attrae ancora molti giovani davanti alla Tv nelle serate in cui viene trasmesso. Anche quest’anno ci aspettiamo bella musica e belle emozioni. Ho sfogliato e letto i testi delle canzoni. Vedremo dove porteranno i voti. Mi sembra che ci sia un buon ‘soffio spirituale’ in particolare nelle canzoni di Francesco Sarcina (già Vibrazioni) e Riccardo Sinigallia (già Tiromancino). Testi che si distaccano dalla solita melassa sentimentale per ‘attraversare’ con intelligenza questo difficile momento culturale aprendo alla speranza e anche alla responsabilità di una storia da costruire – o forse ricostruire – tutti insieme.

Allora buona lettura e buon compleanno a tutta la redazione dell’ Unità, e auguri al Festival di Sanremo!!! Essere italiani è un gran fortuna: oltre ad avere il Papa in casa, ci conferma come popolo di ‘sognatori pensanti’, ke nn è poko! 

d.Andrea

importanza pastorale dei distretti industriali spontanei

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in risposta alla lettera del prof. Bruni per ribadire l’importanza delle azioni spontanee delle persone che dal nulla hanno
creato i distretti industriali italiani.

Egregio Prof.Luigino Bruni,
La ringrazio per la gentile attenzione che mi ha riservato. Il mondo dell’impresa e degli imprenditori è un tema a me particolarmente caro e pertanto mi permetto di rispondere alla sua ultima.
Lei parla di due capitalismi, uno mediato dalle istituzioni di stampo latino e uno immediato di stampo anglosassone. Il primo da lei caldeggiato è malato a causa di istituzioni sclerotizzate dalla burocrazia. Afferma che occorre guarirle e semmai farne di nuove, immagino ideate da un legislatore. Come esempio porta la Germania dove le istituzioni sono alleate del sistema socio-economico. Ho studiato in Germania e ho lavorato con partner tedeschi per anni; seri, precisi e corretti e con istituzioni che rispondono ai più piccoli intoppi in massimo 15 giorni. Mi scusi ma i tedeschi non sono di stampo protestante “sola fide”? Non li vorrà per caso paragonare al capitalismo latino spero. Le istituzioni tedesche dunque sono mediate da coloro che le hanno create, non come in Italia che vivono di luce riflessa e sono finalizzate ai loro stessi interessi non a servire ciò per cui in teoria sono state create.
Lei afferma che gli effetti non intenzionali non colgano a fondo gli aspetti che creano le condizioni per la nascita dei distretti. Peccato che le politiche industriali, identiche in tutta Italia non hanno permesso in ogni dove la nascita dei distretti, ma solo in quei luoghi in cui la volontà di alcuni visionari è emersa con i soldi di alcuni illuminati possidenti, raramente dal sistema creditizio arretrato italico. Come mai nelle Marche solo nel distretto fermano-maceratese milioni di partite Iva mentre poco a sud la disoccupazione media del 18% e un deserto industriale? E nel sud d’Italia non avevano la legge mezzadrile come a Fermo? Il nostro distretto ha i suoi semi all’inizio del 1900 quando un certo Pollastrelli con i soldi dei proprietari terrieri vince una mega commessa di scarpe per l’esercito fascista. E per oltre 10 anni è la più grande fabbrica di calzature italiane. Da quella esperienza escono futuri grandi e piccoli imprenditori, esiste un foto che ritrae attorno a un desco Botticelli, Pizzuti e Macerata. Da questa prima industria calzaturiera nel dopoguerra, sono esplose una miriade di imprese, nella assoluta indifferenza accademica e politica, hanno creato dal nulla il distretto calzaturiero. Il Prof. Beccattini ha studiato, trai i primi i distretti industriali, sorti in maniera molto simile e veemente in tutta Italia a macchia d’olio. In campo internazionale il Prof. Porter dal canada con il suo libro IL VANTAGGIO COMPETITIVO DI UNA NAZIONE fece conoscere le peculiarità uniche del tessuto produttivo italiano.
Oggi questa incommensurabile forza propulsiva subisce gli attachi proprio da quelle istituizioni che la opprimono strangolando ogni iniziativa che non venga da loro prevista. L’intenzionalità istittuzionalizzata non ha mai portato a risultati soddisfacenti in camp economico. Le istituzioni sono importanti ma solo se nascono dal basso e non imposte dall’alto, attuando pienamente il principio di sussidiarietà, solo in questo modo si alimenta il pieno e assoluto rispetto del principio di solidarietà tipico ed unico delle comunità distrettuali italiane.
Saluti Cordiali
Paolo Orlandi

Lettera ad Avvenire e risposta del Prof. Luigino Bruni

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Pubblico la mia lettera inviata al quotidiano Avvenire diretto da Marco Tarquinio e pubblicata
il giorno mercoledì 5 febbraio a pagina 2.
A seguire pubblica la risposta che mi ha onorato di inviare il prof. Luigino Bruni.
Il tema è la lettura della Evangelium Gaudium e la Dottrina Sociale della CHiesa sui temi del lavoro
e dell’Impresa, i quali mi sono particolarmente a cuore.

Egr. Direttore Marco Tarquinio,
sono Paolo Orlandi prof. Marketing presso il Poliarte di Ancona, IDR scuola superiore di Civitanova Marche. Un passato da imprenditore e pres.dei giovani Industriale di Fermo, poi conversione e conseguimento Baccalaurea e Laurea in Teologia Pastolarale.
I temi del lavoro e dell’Impresa mi appassionano e
credo sia importante infondere una cristiana speranza e un coraggio francescano a chi fa impresa, come ai bei tempi di S.Giacomo della Marca e di S. Bernardino, i quali riuscirono ad offrire agli artigiani la possibilità di mettere in opera i talenti e fioccarono le piccole imprese a carattere familiare che resero prospera per decenni i comuni.
Azioni spontanee, senza che alcun disegno “ideologico” lo prevedesse. Sono bastati delle minime sovrastrutture che le proteggessero dai soprusi dei nobili, in primis quello della Usura per scatenare la voglia di mettersi in proprio e tutto in famiglia.
Constato invece articoli di stampo “ideologico” tipo quelli del prof. Bruni che auspica “una intrapresa di cooperazione intenzionale, esercizio di virtù sociali, faccenda comunitaria e personale”, e auspica le “giuste istituzioni” per mitigare le passioni delle persone.
Domanda: chi decide cosa è giusto e quali passioni? Quando mai in economia ha funzionato la pianificazione economica?
Per far emergere il bene comune l’esempio migliore del passato sono stati i nostri distretti industriali, i quali nacquero nella assoluta indifferenza accademica.
Questi emersero grazie a sovrastrutture minime che permettevano alle persone di raccogliere le briciole di Epulone, per poi imparare un mestiere e diventare industriale. Qui a Fermo di questi esempi sono molti: Della valle, Bracalente-NeroGiardini, Pizzuti-Docksteps, Paciotti, Sacripanti- Manas, Botticelli, Santoni etc.
I distretti sono l’esempio più eclatante di come le persone se messe nelle condizioni di operare con istituzioni minime e non invasive possono offrire initenzionalmente lo sviluppo integrale delle persone, non dimentichiamo che nei distretti la famiglia è tutt’uno con l’impresa.
Ogni volta che il fantomatico legislatore economico “giusto” ha tentato di innestare il processo distrettuale ha ottenuto solo disastri.
Sono le singole volontà a scatenare gli effetti positivi inintenzionali di azioni, grazie alle persone con i loro fallimenti e risalite nascono i distretti, all’interno di comunità allargate.
Oggi sono proprio le istituzioni ad affondare i distretti con la oppressione di burocrazia, tasse e scarsità dell’offerta formativa.
Visitate il nostro distretto e le migliaia di famiglie che hanno reso ricchissima una terra da povera che era non molti anni fa. Noi che eravamo sotto giuste istituizioni papaline che non concessero alle passioni di realizzare i propri talenti. Cosa invece che attorno agli anni 60 quando i nostri nonni rischiando si inventarono una industria, molti ci riuscirono, altri fallirono, il risultato però non fu certo frutto di una cooperazione intenzionale.

Lì 2 febbraio 2014

QUESTA INVECE LA RISPOSTA DEL PROF. Bruni inviatemi la sera del 2 febbraio e pubblicata sempre il mercoledì 5 febbraio a pagina 2 di Avvenire.

Gentilissimo Professore, Le anticipo quanto inviato al Direttore che mi ha chiesto di rispondere alla Sua gentile lettera. Non sapendo quando e come il giornale risponderà (dati i tempi dei giornali), ho pensato di inoltrarle intanto questa mia risposta. E’ forse un po’ schematica e evidentemente insufficiente dati i temi che tocca, ma intanto le faccio arrivare un po’ di reciprocità. A presto, Luigino

——
Gentilissimo Professor Orlandi,
il Direttore mi ha girato la Sua mail, pregandomi di replicare. Innanzitutto grazie per la lettera, e per le questioni che solleva. Da marchigiano (provincia di AP) conosco i nostri distretti, e sono d’accordo che sono stati il frutto di una cultura diffusa e tacita, famiglie e comunità fiorite anche in economia. Non mi è invece chiara la sua critica alla mia idea di “cooperazione intenzionale”, alle “giuste istituzioni” che mitighino le passioni degli individui. L’idea che porto avanti da un po’ è che una specificità del capitalismo latino (di paradigma cattolico) rispetto a quello aglosassone oggi dominante (di matrice protestante) è proprio la natura “mediata” del nostro modello di mercato, una mediazione delle diverse istituzioni. QUi, come sa meglio di me dati i suoi studi teologici, viene in evidenza la differenza tra l’umanesimo latino mediato dalla chiesa (e dalle istituzioni) e quello “immediato” (sola fide) del mondo anglosassone, dove le istituzioni non sono necessarie. Il problema è che il nostro capitalismo comunitario-mediato si è ammalato (anche per la risposta della Controriforma), e continua ad esserlo. E occorre curarlo, secondo me.
Dietro i due miei articoli che lei critica c’è proprio l’idea di economia e di mercato che è fiorita anche nei distretti industriali – di cui ho parlato più volte, anche su Avvenire. L’idea di un mercato fondato sulla ideologia degli effetti non intenzionali non mi sembra che colga bene che cosa è accaduto nei nostri distretti. A proposito di distretti, come Lei sa Giacomo della Marca e Bernardino da Siena furono grandi ispiratori di istituzioni diverse, i Monti di Pietà, che furono importanti per quelle prime lotte alle usure. E senza una politica industriale diversa da quella attuale, i nostri mezzadri sarebbero con ogni probabilità rimasti tali. Poi non credo che i nostri imprenditori sono stati dei “lazzari” che hanno raccolto “le briciole dei ricchi epuloni”; dietro quegli imprenditori e accanto a loro c’erano invece saper fare agricolo (erano già imprenditori in quanto mezzadri), virtù civili e religiose, capacità di cooperare con gli altri, istituzioni migliori delle attuali, sui quali le opportunità industriali fiorirono in imprese e benessere diffuso. Le piccole imprese familiari non nacquero dai ricchi epoluni (molto pochi e poco ricchi, nelle nostre parti), e non erano certamente dei lazzari ma gente con grande dignità e talenti.
Siamo d’accordo che la burocrazia ci sta complicando molto la vita, e tarpando spesso le ali; ma occorre farne di migliori e renderle efficienti, non farne a meno: basta guardare che cosa accade in Germania, dove le istituzioni ci sono, e come se ci sono, ma sono diverse; meno burocratiche e più efficienti. Non esiste nessun sviluppo economico sostenibile senza istituzioni alleate: questo lo dice anche la nostra storia italiana, oltre alla enorme evidenza empirica in tutto il mondo.
Mi dispiace che abbia letto i miei interventi da un verso che mi fa apparire nemico dei distretti e fautore delle burocrazie. Comunque grazie ancora, e scusi il tono un po perentorio della mia,
cordialmente,
Luigino Bruni