Mese: marzo 2014

L’imprenditore come Noè

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Una bellissima iniziativa e un ottimo articolo meritano di essere divulgati.
L’iniziativa è della diocesi di Carpi:
Carpi: avviati progetti imprenditoriali grazie a donazione di Benedetto XVI

(Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/03/14/carpi:_avviati_progetti_imprenditoriali_grazie_a_donazione_di/it1-781232
del sito Radio Vaticana )

Un brillante idea che mette in pratica il Vangelo, aiutando giovani avvenutorosi a rispondere a una chiamata, così come Noè
rispose a una chiamata per salvare altre persone e animali.
Così questi giovani possono rischiare con il proprio talento e aiutare tutte le persone attorno a loro ad ottenere la dignità del lavoro, non la semplice
e superficiale elemonsina.

Allo stesso tempo su avvenire di Domenica un magistrale articolo del Prof. Luigino Bruni ci fa capire come colui che intraprende risponde
a una chiamata, con i suoi rischi e la sua forza che viene dall’alto.
Una volta poi risposto a tale chiamata si ritorna a essere un semplice uomo qualunque come per Noè.
L’articolo si intitola, ” e Noè ricostruì l’acrobaleno”.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/noericostruiarcobaleno.aspx”

Riporto un brano bellissimo e significativo :
Quando arriva la chiamata, soprattutto la chiamata decisiva della vita, il giusto risponde, e risponde in ogni contesto e a qualsiasi età: a 20, a 50, ma anche a 80 anni, nessuno, neanche il chiamato. Dietro ‘chiamate senza arche di salvezza’ si sono sempre nascosti molti auto-inganni, e non di rado nevrosi. Le comunità umane, le imprese, il mondo, si salvano ogni giorno da situazioni degradate, guastate, da crisi radicali, perché ci sono persone che sentono una chiamata di salvezza e rispondono. Perché ce n’è almeno una. Una sola persona può essere sufficiente per una storia di salvezza. Le salvezze arrivano perché qualcuno sente una chiamata a salvarsi e a salvare e, soprattutto, perché costruisce un’arca. Crea un’opera d’arte, fa nascere una cooperativa, un’impresa, un sindacato, un’associazione, un movimento politico. Forma e custodisce una famiglia, un figlio, un mestiere, riesce a portare lungamente una croce feconda.

Che dire sono commesso, a volte la Chiesa lascia le chiacchiere piagnucolose pauperistiche, per stimolare le persone a mettere in pratica i propri talenti, in modo
che la risposta a una chiamata sia la realizzazione sulla Terra della volontà del Signore a beneficio di tutti.
Ma aggiungo e sottoscrivo la conclusione sempre del Prof. Bruni :

Si inizia a costruire qualcosa, quasi sempre interpellati dal dolore del mondo, senza però sapere chiaramente il senso di quell’opera. Ma si lavora, e si attende una voce. A volte questa voce-senso arriva durante la costruzione, altre volte si continua a lavorare tutta la vita attendendola. Qui l’arca diventa la voce e la chiamata, e questo Noè ‘senza voce’ non è meno giusto. Ci possono essere, e ci sono, arche senza chiamata, ma non ci devono essere chiamate senza arca. “</em>

Ecco amici in tempo di Quaresima stimoliamo l’ascolto alla chiamata, facciamoci forza con la preghiera, e doniamo forza a chi parte per realizzare una impresa per rispondere a una chiamata.
Ecco la messa in pratica del DECRETO SULL’APOSTOLATO DEI LAICI APOSTOLICAM ACTUOSITATEM scritto nel concilio vaticano II e a causa di un sempre forte clericarilismo sempre dimenticato.

“Tutti i laici facciano pure gran conto della competenza professionale, del senso della famiglia, del senso civico e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la correttezza, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza di animo: virtù senza le quali non ci può essere neanche una vera vita cristiana.

Modello perfetto di tale vita spirituale e apostolica è la beata vergine Maria, regina degli apostoli, la quale, mentre viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo, e cooperava in modo del tutto singolare all’opera del Salvatore; ora poi assunta in cielo, « con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo ai pericoli e affanni fino a che non siano condotti nella patria beata» (10). La onorino tutti devotissimamente e affidino alla sua materna cura la propria vita e il proprio apostolato.”

Grazie al Prof. Brune per un bellissimo articolo e grazie alla diocesi di Carpi per la messa in pratica con i fatti speriamo seguiti da altre diocesi.

Quaresima: tempo di risveglio

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Cari amici, 

da qualche giorno siamo già immersi nel cammino quaresimale. Condivido con voi alcune riflessioni spirituali e pastorali per camminare insieme fino al mattino di Pasqua, quando l’Amico ci dirà: “Pace a voi!”.

La Quaresima trattiene dei connotati eminentemente sottoposti alla dinamica della ‘transizione’, dell’ ‘esodo’, del non compiuto, un già e non ancora come tempo di passaggio. Don Tonino Bello ci ricorda a tal riguardo che “non porta alcun frutto spirituale considerare la Quaresima come un tempo a se stante, senza cioè la coscienza della Pasqua e della resurrezione”. La liturgia cioè ci mette dentro un cammino che ci condurrà a una meta già posseduta: la misericordia del cuore paterno di Dio. Solo così è possibile affrontare tale cammino, altrimenti resta esperienza di retorico moralismo, sottoposto alle logiche egoiche del sacrificio fine a se stesso, del precetto vuoto e diciamocelo chiaramente: insensato.

Come sempre la liturgia per comunicarci tutto ciò, inserisce i propri percorsi in periodi dell’anno ben precisi. Se il Natale, la venuta nel mondo della luce di Cristo, venne fissato il giorno della festività pagana del ‘Dio sole’, appunto il 25 dicembre, il tempo di Quaresima è collocato in un periodo in cui la natura stessa vive un momento di passaggio, un già e non ancora: l’inverno finisce, inizia un periodo nuovo – quello della primavera – in cui vi è già in germe la potenzialità di una vegetazione che sboccerà, sorgerà dal suolo, fiorirà negli alberi, ma ancora tutto è silenziosamente nascosto nel grembo della madre terra. Tutto ciò a dire che ognuno di noi, al di là delle proprie fragilità e dei propri deserti, porta già con se i germogli che solamente la luce benevola e calda della misericordia di Dio Padre, del suo amore, porterà a fioritura. Pensate che bello: non dipende da noi, sia nel bene che nel male, se tutto ciò fiorirà ma è disegno fisiologico e connaturale della Redenzione operata da Cristo. Per quanto ci possiamo opporre alla grazia con i nostri inverni e con le nostre siccità, essa in realtà opera silenziosamente e inconsapevolmente germogliano in noi i frutti dell’amore.

Cosa ci è chiesto allora di risvegliare ‘veramente’ in questo tempo? Il cardinal Martini parlava della Quaresima come del ‘tempo in cui il cristiano è chiamato a risvegliare la propria coscienza dell’Alleanza che Cristo compie con ogni uomo’. Che bello! Non un risveglio di una coscienza moralistica o moralizzatrice, preoccupata di mettere a posto la vita a partire dal proprio ‘io’. dal proprio ‘ombelico’ – pura retorica precettistica fatta di digiuni e preghiere inutili e inconsistenti – ma la coscienza di un’Alleanza, di un’Amicizia, di un ‘Partenariato’ unico: quello con Gesù Cristo! Così di possono attraversare i deserti delle tentazioni, contemplare la Trasfigurazione, essere con Gesù insieme alla ‘samaritana’, e lentamente avvicinarsi al sepolcro della resurrezione.

Ecco perchè insieme a questa coscienza dell’Alleanza per vivere ‘veramente’ e ‘fruttuosamente’ la Quaresima siamo invitati a risvegliare quella che Sant’Ignazio di Loyola – negli Esercizi –  pone come dimensione imprescindibile della fede: l’immaginazione. E già: immaginazione! Ovvero attivare quell’attitudine della contemplazione per cui tu non sei ‘davanti’ agli episodi del Vangelo, ma sei ‘dentro’ alla scena contemplata perchè è Cristo che la vive per te. Se penso agli incontri di pseduo-meditazione della Scrittura che spesso si vivono nelle nostre parrocchie – elevati addirittura al rango di ‘lectio divina’ – vedo come non siamo più abituati ad attivare tale capacità. Quanto spesso anche l’ascolto della Parola viene trasformato nell’ascolto del proprio io. Per cui la frase tipica di chi è chiamato a condividere solitamente è questa: ” a me mi ha colpito…”. Cui segue la demenziale costatazione: “ma io davanti a quanto letto mi sento incapace, peccatore, misero”. Sai quale novità ai scoperto. Ma chi se ne importa di ciò che ti ha colpito o se ti senti peccatore e incapace. Chi è diverso da te? Tutti proveniamo da Adamo. Contemplare significa proprio l’opposto: presi per mano dal Maestro lasciamo le egoiche sicurezze del nostro io – fragile e peccatore – e attraversiamo la vita come lui l’ha attraversata.

La pratica del digiuno di fatto si pone sulla stessa logica. Come anche quella delle ‘opere’ di carità. Chi è che digiuna? Sei tu? E compie il bene? Sei ancora tu? Allora stai nutrendo solo il tuo ego, meglio una bella passeggiata sul molo – come spesso consiglio ai miei parrocchiani – o una cena con gli amici, piuttosto che tali sforzi di inutile retorica moralistica. Da noi stessi cari amici non possiamo nulla di buono, al massimo ci possiamo limitare nel male. La coscienza dell’Alleanza con Cristo ci dice proprio questo: tu ‘puoi’ digiunare con Cristo, perchè lui lo ha già vissuto al posto tuo – è esperienza già compiuta e eternamente assunta dal cuore del Padre – e così tu puoi compiere solo il bene già compiuto da Cristo – bene compiuto e eternamente assunto nel seno del Padre.

Ecco allora che la mattina di Pasqua non ci troveremo soli davanti al sepolcro vuoto, ma saremo con Lui: con Lui nella passione, con Lui sulla croce, con Lui davanti a Maria di Magdala. Con Lui risorti per sempre e assunti nel cuore del Padre!

Cari amici il mondo non ha bisogno di nuovi ‘salvatori’ o nuovi ‘redentori’: tutto è compiuto sarà l’affermazione di nostro Signore sulla croce. Capite? TUTTO è compiuto. Noi non aggiungiamo o togliamo nulla. Tutto è compiuto: la morte, la vita, il peccato, la grazia, tutto!

Sia questo tempo il tempo del risveglio della nostra coscienza dell’Alleanza con il buono, il vero e il bello incarnati da Cristo.

Buon cammino!

d.Andrea

Alfiere cristiano e capitalista

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LETTERA INVIATA AD AVVENIRE
IN RISPOSTA ALL’ARTICOLO DEL PROF. RAVASI

buona sera,
ho appena terminato di leggere il lunghissimo articolo del prof. Ravasi su S. Giuseppe che
nel sottotitolo riporta il Santo delle Partite Iva.
Scrivo al solito per difendere le uniche persone che mai vengono difese, ovvero le persone che
come San Giuseppe dipendono dalle Commesse ricevute e soprattutto pagate.
Il “Tektos” di in ogni tempo dipendeva da coloro che pagava per ottenere qualche suo lavoro pronto di già o su commessa, senza lavoro non si mangiava.
Immagino che se fosse stato bravissimo e particolarmente creativo, un “tektos” aveva più commissioni di altri,
e magari per l’aumentato lavoro aver qualcuno che lo potesse aiutare. Inoltre immagino che la grazia per un falegname
è che le commesse vengano pagate, una volta concordate. Se così non fosse, occorre una giustizia del mondo
che potesse garantire l’esecutività dei contratti. Inoltre per ottemperare alle commesse ricevute, aveva bisogno di soldi per le materie prime, soldi che spesso erano prestati sotto usura. Non parliamo poi delle esose tasse.
La ricerca delle commissioni e i contratti stipulati non sono forse la base del mercato? E il capitalismo non si base sul mercato onesto e regolato di chi offre e di chi riceve? Se manca la domanda e l’offerta anche un santo come Giuseppe temo non potesse di certo lavorare. Inoltre è normale che tra tektos ci fosse il più stimato e bravo, e perciò più pagato che si arricchirà di più, e chi invece modestamente fa ma meno bravo e potrà vivere degnamente sempre che riceva le commesse, non è mica scontato.
Ebbene se il quadro fatto è esattamente quello di un falegname dell’epoca, non so se lo sa il prof. Ravasi, ma tutti i borghesi all’inizio della loro attività sono passati dalla povertà estrema riscattata attraverso il fare. La loro bravura rispetto agli altri riscattava il passato per raggiunger una vita più che dignitosa e con i giusti agi conquistati.
Vivendo in un distretto industriale la storia di San Giuseppe, di artigiani che con bravura si sono meritati tutto, ne conosco a bizzeffe, compresa la mia famiglia con il capo aziendale che era mia madre, pur essendo figlia di un fornaio, ha creato dal nulla una azienda di oltre 50 persone.
Da fornaia a …. borghesia provinciale. Nei distretti del fare, è la norma.
Il Prof. Ravasi rimane sul vago sulla ricchezza con giri di parole per non dire nulla, ma si capisce che vuole colpire quelli che definisce gli alfieri del connubio capitalismo-cristianesimo.
Grazie professore non sapevo di essere un alfiere, speravo magari di essere cavaliere, di certo sfugge in cotanti giri inutili di parole 3 o 4 secoli di storia cristiana dal medio-evo che ha permesso il fiorente crescere dei tanti San Giuseppe “falegnami” che hanno reso l’Italia ed il Mondo occidentale il luogo migliore al mondo in cui vivere. Immersi nella bellezza assoluta delle opere d’arte di ogni tipo, spesso pagate dalle tasse che tosavano proprio i tektos delle nostre città.
Ignorati Patrizio Olivi, San Bernardino da Siena e il tanto stimato conterraneo San Giacomo della Marca.
L’alfiere saluta e auspica un deciso orientamento cristiano a favore di chi fa come San Giuseppe e si prodiga a cercare commissioni in modo da poter assumere tanti ma tanti giovani, ai quali trasmettere la voglia di fare e non di essere parassiti della società, ” chi non lavora neppur mangi”.

parrocchie piene o al solito

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Ieri sono stato alla celebrazione settimanale quaresimale. Ero sicuro di trovare una chiesa piena di volti nuovi ansiosi di partecipare alla celebrazione di CrISTO, tanto che pensavo che quest’anno la parrocchia dovrà pagare il riscaldamento molto di più dovendo riscaldare la navata centrale invece che la solita cappellata.
Da aziendalista inveterato, pensavo che magari l’aumento delle presenze e della loro generosità avrebbe compensato la spesa.
Ero convinto che la francesco-mania avesse avuto un effetto deflagrante, e che molti si sarebbero riavvicinati alla parrocchia. A forza di leggere le entusiastiche prosopopee di Avvenire, per non parlare degli inserti delle varie televisioni, ero convinto di un boom di nuove presenze.
INVECE …
INVECE nulla di tutto ciò. Eravamo i soliti 20-30, nella piccola angusta saletta a fianco la canonica. Nulla è cambiato dopo un anno del nuovo Papa.
Ma non dicevano che….
Ma non sostenevano che..
Ma ….
Ma ma ma
Alla prova dei fatti, da noi a Fermo parrocchia San Norberto nulla è cambiato in termini di presenza in Parrochia e per fare CHIESA.
Non ho avuto modo di parlare con don Peppe, magari lui sa meglio di me, io vedo e osservo, lui la vive ogni ora del giorno.
Magari è solo il caso della nostra parrocchia, in altri invece la presenza di chi si è ri-avvicinato è significativa.
Magari e speriamo,
Temo però che al momento il Santo Padre viene ascoltato solo per chiò ceh scende a patti con il mondo,
quando poi si tratta di portare il mondo a Dio. ……
allora …. tutto come prima….

Oscar a Fellini e Maradona: nostalgia, vecchio e trash ci confermano come un popolo di stereotipati

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Cari amici: è fatta! 

L’Oscar tanto atteso e desiderato è arrivato. Ma a chi è andato ‘veramente’ l’Oscar de ‘La grande bellezza’? Forse alla nostra cara Italia, o alla sua gloriosa capitale? Un Oscar agli italiani di oggi e ai sogni per il futuro? No! Il napoletano Sorrentino, che ha guardato la capitale con gli occhi di un ‘piccolo’ neo-irrealista partenopeo, è stato chiaro: l’Oscar va al vecchio – Fellini – va al volgare – il cafonal rappresentato egregiamente con la sciorniata di figure stereotipate del suo film – va al trash napoletano – Maradona come figura mitologica del nulla consacrato a eccellenza.

Ma gli italiani oggi sono tutti più contenti, non una voce fuori dal ‘coro’ dell’autodistruzione italiana. E bravo Sorrentino! Complimenti! L’elogio della bruttezza, della cafoneria, dello stereotipo ‘impegnato’ ha fatto colpo. Quale occasione migliore per consacrare in terra USA un film dispregiativo verso l’Italia, verso la sua capitale, verso i suoi valori di fede, bello, arte, cultura.

Ma sappiamo: a noi piace essere trattati male, guardati male, e trattati peggio. Così mentre un nuovo governo che nei contenuti sa di ‘naftalina’, le relazioni internazionali svilenti – i Marò ne sono solo un esempio – l’economia che ci vede trascinati dalle grandi bellezze economiche, il popolo che ha partorito Michelangelo, Verdi, Caravaggio, Pasolini, Zeffirelli – e potemmo continuare per un bel po – si ritrova rappresentare da un napoletano ‘piccolo piccolo’ consacrato da una giuria ‘grande grande’ come quella degli Oscar.

Continuiamo a farci del male, continuiamo a far passare immagini e valori sbagliati della nostra Italia. Mentre il ‘regista impegnato’ in tanta bruttezza  si gongola della sua bella statuetta, altre statue, monumenti – umani, letterari, artistici – di vera e grande bellezza continuano il loro lavoro che da secoli svolgono: accogliere turisti, incantare bambini e giovani generazioni, elevare lo sguardo del cuore e dell’intelletto verso ‘la bellezza vera’.

Caro Sorrentino, qui nella tua Italia è tempo di carnevale, chissà se tolta la maschera del successo dietro il tuo film non scopriremo anche noi quanto di gretto, limitato, vecchio, cafonal e stereotipato, vi è dietro la tua pellicola.

Io, da romano, mi dissocio dal tuo successo, preferisco sostenere le statue della ‘mia’ Roma, piuttosto che la statuetta glamour e patinata del tuo successo, e so di non essere il solo. Anche fosse mi conforta sempre il grande Oscar Wilde: “quando qualcuno la penserà come me avrò l’impressione di avere torto”.

W Roma, w l’Italia, w il bello che la storia ci ha consegnato e il mondo ci invidia, da ieri insieme al napoletano Sorrentino…

Un solo suggerimento al grande regista: dismetti gli occhiali del napoletano e indossa lo sguardo del regista, vedrai nella città eterna qualcosa di più di Fellini e di Maradona (ma che c’entra poi…bò!)

d.Andrea

Settimo comandamento NON RUBARE

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Che tristezza.
Nella terra di Don Sturzo sentire cosa hanno pensato di fare per la pastorale del lavoro i nostri Vescovi e preti in quel di Palermo, precisamente a
Termini Imerese.
In questa terra dilaniata dalla disoccupazione la chiusura dello stabilimento Fiat, viene vissuta come l’ennesimo sgarbo verso i poveri e gli ultimi
e pertanto la diocesi ha pensato bene di appoggiare le politiche di lotta sindacale per la difesa dei posti di lavoro.
Uno potrebbe pensare, bene, ottimo, una iniziativa condivisibile e piena di significati religiosi.
MA …. c’è un ma….
Siamo proprio sicuri che sia così?
Da teologo-aziendalista ho letto nel corso dei miei studi svariate analisi sulla produttività dei nostri amici siciliani.
Era portata ad esempio in tutti i manuali come la massima inefficienza per una impresa.
In pratica i palermitani lavorano poco e male, con tassi di assenteismo che superavano di media il 15% giornaliero con punte,
quando giocava il Palermo o la Nazionale di oltre il 35%. In pratica andavano a lavorare un operaio su 3.
Considerato che l’italiano in genere ha una ottima produttività, rispetto a tutte popolazioni mondiali, i peggiori sono i polacchi in europa,
come mai nessun prete o vescovo si scandalizzava ed esortava i cari amici cattolici palermitani a non infrangere il settimo comandamento?
NON RUBARE!!!
Si perchè chi ha un lavoro e non lo fa, ma riceve comunque la ricompensa, è come se rubasse, in più ruba il posto di lavoro a chi magari al posto suo
farebbe meglio il suo di lavoro. Andrebbe ammonito prima, se si ravvede bene, altrimenti licenziato e al suo posto uno più ligio alle regole.
Ma non ho sentito mai un compagno Vescovo ammonire contro questa pratica che se fosse stata sanata sono sicuro che l’azienda sarebbe rimasta.
Idem succede a ROMA, ma guarda un po’, sotto la giurisdizione diretta del PAPA, ove aziende pubbliche come l’ATAC o L’AMA a fronte di 10 mila dipendente
oltre il 15% non va a lavoro, molti fraudolentemente. Ma non ho sentito elevarsi il grido pastorale nei confronti di questi gentiluomini.
Penso che sia necessario una riflessione seria da parte di tutti i nostri “pastori”,
Il lavoro è un diritto per la dignità dell’uomo, ma al contempo è un dovere non RUBARE il posto di lavoro e NON LAVORARE
percependo il salario.
Mi sembra che Paolo, artigiano delle tende, lo abbia chiarito in modo inequivocabile.