Alfiere cristiano e capitalista

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LETTERA INVIATA AD AVVENIRE
IN RISPOSTA ALL’ARTICOLO DEL PROF. RAVASI

buona sera,
ho appena terminato di leggere il lunghissimo articolo del prof. Ravasi su S. Giuseppe che
nel sottotitolo riporta il Santo delle Partite Iva.
Scrivo al solito per difendere le uniche persone che mai vengono difese, ovvero le persone che
come San Giuseppe dipendono dalle Commesse ricevute e soprattutto pagate.
Il “Tektos” di in ogni tempo dipendeva da coloro che pagava per ottenere qualche suo lavoro pronto di già o su commessa, senza lavoro non si mangiava.
Immagino che se fosse stato bravissimo e particolarmente creativo, un “tektos” aveva più commissioni di altri,
e magari per l’aumentato lavoro aver qualcuno che lo potesse aiutare. Inoltre immagino che la grazia per un falegname
è che le commesse vengano pagate, una volta concordate. Se così non fosse, occorre una giustizia del mondo
che potesse garantire l’esecutività dei contratti. Inoltre per ottemperare alle commesse ricevute, aveva bisogno di soldi per le materie prime, soldi che spesso erano prestati sotto usura. Non parliamo poi delle esose tasse.
La ricerca delle commissioni e i contratti stipulati non sono forse la base del mercato? E il capitalismo non si base sul mercato onesto e regolato di chi offre e di chi riceve? Se manca la domanda e l’offerta anche un santo come Giuseppe temo non potesse di certo lavorare. Inoltre è normale che tra tektos ci fosse il più stimato e bravo, e perciò più pagato che si arricchirà di più, e chi invece modestamente fa ma meno bravo e potrà vivere degnamente sempre che riceva le commesse, non è mica scontato.
Ebbene se il quadro fatto è esattamente quello di un falegname dell’epoca, non so se lo sa il prof. Ravasi, ma tutti i borghesi all’inizio della loro attività sono passati dalla povertà estrema riscattata attraverso il fare. La loro bravura rispetto agli altri riscattava il passato per raggiunger una vita più che dignitosa e con i giusti agi conquistati.
Vivendo in un distretto industriale la storia di San Giuseppe, di artigiani che con bravura si sono meritati tutto, ne conosco a bizzeffe, compresa la mia famiglia con il capo aziendale che era mia madre, pur essendo figlia di un fornaio, ha creato dal nulla una azienda di oltre 50 persone.
Da fornaia a …. borghesia provinciale. Nei distretti del fare, è la norma.
Il Prof. Ravasi rimane sul vago sulla ricchezza con giri di parole per non dire nulla, ma si capisce che vuole colpire quelli che definisce gli alfieri del connubio capitalismo-cristianesimo.
Grazie professore non sapevo di essere un alfiere, speravo magari di essere cavaliere, di certo sfugge in cotanti giri inutili di parole 3 o 4 secoli di storia cristiana dal medio-evo che ha permesso il fiorente crescere dei tanti San Giuseppe “falegnami” che hanno reso l’Italia ed il Mondo occidentale il luogo migliore al mondo in cui vivere. Immersi nella bellezza assoluta delle opere d’arte di ogni tipo, spesso pagate dalle tasse che tosavano proprio i tektos delle nostre città.
Ignorati Patrizio Olivi, San Bernardino da Siena e il tanto stimato conterraneo San Giacomo della Marca.
L’alfiere saluta e auspica un deciso orientamento cristiano a favore di chi fa come San Giuseppe e si prodiga a cercare commissioni in modo da poter assumere tanti ma tanti giovani, ai quali trasmettere la voglia di fare e non di essere parassiti della società, ” chi non lavora neppur mangi”.

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6 pensieri riguardo “Alfiere cristiano e capitalista

    verdecchiaandrea ha detto:
    20 marzo 2014 alle 19:53

    San Giuseppe ‘falegname’? I Vangeli parlano di ‘carpentiere’: cioè? Un ingegnere edile della nostra epoca. Occorre chiarire a quanti ammonti l’onorario di un ingegnere? Non credo. La Santa famiglia povera? A giudicare dai vari spostamenti geografici e dalla libertà dell’uomo Gesù di lasciare il lavoro a soli 30 anni per girovagare insieme a un gruppo di amici annunciando cose meravigliose e compiendo gesti unici, non si direbbe che se la passasse così male. Anzi: i Vangeli pullulano di cene e incontri con personaggi dell’alta borghesia di Nazareth. Lo stesso gruppo di apostoli non disdegna di vere con se una ‘cassa’ comune per le varie necessità. E poi vogliamo parlare della parabola del ‘ricco epulone’? A chi si rivolge Gesù? Ai ricchi? No! Ai farisei: convinti che la povertà come la malattia fossero discriminanti per essere vicini o lontani da Dio. Ricordate la legge deuteronomistica incarnata dalla vicenda di Giobbe? Se sei povero è perchè Dio ti maledice; se sei malato o menomato fisico è perchè Dio maledice i tuoi peccati. Ecco il senso della parabola – ripeto rivolta ai farisei, e non ai ricchi – non è ciò che appare che fa la differenza davanti al ‘Padre’, ma ciò che si è! Forse se tornassimo a leggere i Vangeli togliendo gli occhiali del finto moralismo scopriremo tante verità veramente affascinanti, come afferma Oscar Wilde: Gesù non è mai preoccupato della morale che stringe ma dei cuori: così ad esempio Cristo piange sul ‘giovane’ ricco perchè è un morto che cammina, incapace di guardare con la sua ricchezza le tante ricchezze che il Padre dona. Una Chiesa ancora preoccupata di presentare la figura di Cristo come quella del moralizzatore bacchettone (ricchezza; sessualità; ecc…) non mi pare molto fedele alla ‘Parola’, magari trova il plauso dei finti poveri travestiti da radical chic, le cui ville costellano le coste più belle e le cui barche fanno da riferimento per i salotti politici estivi. Sveglia cristiani! Un po più di libertà nell’ascoltare le parole del maestro, e sarà Lui ad applaudirci!

      paolorlandi55 ha risposto:
      21 marzo 2014 alle 15:43

      Questo non sa di che cosa parla. Ha tracciato il perfetto identikit dell’imprenditore e lo identifica con il lavoratore dipendente. Mi chiedo se non sia il caso ritirargli la laurea honoris causa che la PUL gli ha conferito.
      È imbarazzante, siamo di fronte ad uno degli esempi più fulgidi di “ignoranza attiva”, quella che produce disastri inenarrabili. Questo semplicemente non conosce nulla di storia economica, di impresa e di economia in senso lato. Non sa che la borghesia non era il ceto ricco e neppure medio, semplicemente perché a quei tempi non esisteva il ceto medio. Quella che oggi noi chiamiamo borghesia poteva essere anche molto povera. Dobbiamo attendere il tardo medioevo per vedere una borghesia che comincia ad imporsi e solo le rivoluzioni liberali daranno alla borghesia lo status di classe che si contende l’egemonia con la nobiltà e con il “clero”. Disastroso e umiliante per l’intera comunità dei fedeli. Un cardinale, ministro della cultura, che faccia fare una figura così meschina alla chiesa….
      Poveri noi!!!
      Ciao

    paolorlandi55 ha risposto:
    21 marzo 2014 alle 15:44

    il commento sopra è di un mio amico che intende rimanere anonimo.
    me ne attribuisco la paternità condividendone in pieno i contenuti.
    saluti

    cristianostrategist ha detto:
    26 marzo 2014 alle 17:11

    Interessante e… Particolare davvero! Ne approfitto per segnalarti il mio blog se ti va di seguirlo, magari puoi prendere spunto, o l’idea per qualche articolo a 4 mani 😀 socialmarkethics.com

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