Mese: agosto 2014

RAcconti di un pellegrino….. Marchigiano

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Sono da poco tornato dal pellegrinaggio annuale Unitalsi a Loreto.
Ricorre pertanto il decimo anno del mio impegno in seno alla Chiesa CAttolica come barelliere dell’Unitalsi.

Infatti era il lontano 2005 quando la “provvidenza” mi ha preso per mano e prima mi ha inviato un “amico” tipo messaggero poi ha guidato tutti i miei passi con la mia volontà.
Da un profondo baratro il mio amico mi ha portato a medjugorie, e da li ricordo ancora adesso dopo aver iniziato il viaggio della conversione, il giorno della Madonna il 15 agosto a pranzo telefonò al presidente dell’unitalsi che rispose favorevolmente e mi iscrisse al primo pellegrinaggio della mia vita a LOreto con inizio il 30 agosto 2005.

Ricordo che alle 11 del 30 agosto andai a prendere il mio amico e alle 12 pranzammo a Loreto insieme ai barellieri e damine in divisa, che io ancora non avevo. Poi conobbi il primo disabile di nome gigi, guarda caso milanista e stringemmo amicizia così come con Giorgio, Angelo, GUERINO, francesco, maria, Marcellino ecc. ecc. quasi tutti ospiti del Santo Stefano che da quel momento per quasi 7 anni ho visitato settimanalmente ( poi mi sono sposato é arrivato Geremia e sono aumentati i lavori ).

Un pellegrinaggio dove conobbi quasi tutti i miei nuovi amici, dato che dal giugno 2005, nessuno dei precedenti a parte un paio sono rimasti nelle mie cerchie.

Una novità per la mia vita che ha impresso e cambiato il corso degli eventi. Pensate che la domenica , quando si celebra la messa diocesana del malato, con la presenza del vescovo il mio messaggero, sempre lui, mi fece conoscere don Gabriele Miola, all’epoca credo responsabile segreteria dell’Istituo Teologico Marchigiano. Egli conosciuta brevemente la mia storia mi disse” dato che non lavori vieni e iscriviti al corso di teologia.”
Cosa che feci due settimane dopo. E chi ci trovo in segreteria? la mitica Dolores, che era anche la segretaria Unitalsi che mi iscrisse quindi due volte in un mese: per seguire i corsi dell’ITM e per l’Unitalsi.

Ricordo che nn so perché l’assistente ecclesiastico dell’epoca Unitalsi mi chiese di leggere più volte nel corso del pellegrinaggio, in particolare mi é rimasto impresso la lettura che feci durante la fiaccolata, particolarmente ispirata e per la quale molti mi hanno fatto i complimenti ( tre anni di scuola di teatro finalmente utili).

Ricordo poi il pranzo dell’ultimo giorno, ove solo pochi barellieri rimasti a dar da mangiare a circa 20 disabili, con una stanchezza incredibile.

Infine il ritorno a casa, il sonno profondo e il risveglio nella più assoluta solitudine ma che era piena di una presenza che mi spinse a seguire la via che ancora oggi inseguo. Ora capisco perché i primi cristiani venivano chiamati quelli della via, perché la conversione é un cammino faticoso e impervio ma bellissimo. Ed il cammino inizia sempre con il primo passo ed io ho voluto condividerlo in ricordo di quel 30 agosto 2005.

Un ripasso del lessico ‘cattolico’: dialogo o compromesso? Coscienza critica o tolleranza?

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Cari amici,                                           

mentre il caldo dell’estate sembra ormai un ricordo da cartolina, sappiamo bene come  le armi siano sempre più roventi in diverse parti del piante. Come dire: la guerra infiamma questa stagione in maniera particolare.

Ma non è questo l’aspetto che vi sottopongo. O meglio – in riferimento alla situazione drammatica del medio-Oriente – vi propongo un articolo-editoriale di monsignor Luigi Negri – Arcivescovo di Ferrara – apparso la scorsa settimana sul quotidiano Il Giornale.

A quale scopo ve lo sottopongo? Credo che negli ultimi anni – dopo la rivoluzione del 68′ e la riforma conciliare – noi cattolici stiamo perdendo il valore di alcune parole tipiche e topiche della nostra tradizione.

Un esempio? Scambiamo la tolleranza per un valore evangelico. Non mi pare nostro Signore abbia mai utilizzato tale parola. Semmai incontriamo: misericordia, perdono, remissione dei peccati, conversione. Ovvero: ritorno, ricostituzione, ri-creazione di una realtà fragile e manchevole alla sua giusta e più vera realtà quella della redenzione e della ricapitolazione di tutto in Cristo. 

Ma ancora: il termine dialogo. Non vi sembra che sia spesso giustificazione di ignavia per noi cristiani? Quanti nostri fratelli continuano a morire ingiustamente mentre noi in virtù di uno sbandierato senso del dialogo abbiamo paura quasi ad accennare ciò che sta accadendo. 

La riflessione di monsignor Luigi Negri è un piccolo stimolo a recuperare alcune parole con il loro giusto significato, cercando di lasciar cadere alcuni termini che non ci appartengono affatto.

La Chiesa da secoli conosce il martirio, la coscienza personale (concetto che solo la patristica cristiana ha prodotto), l’identità della fede. 

Tutto il resto è vaniloquio – come afferma monsignor Negri – cosa di cui ne la Chiesa ne Dio hanno bisogno.

CLICCA QUI PER L’ARTICOLO: Non possiamo dialogare con tutti

Buona lettura, d.Andrea.

 

La coscienza Sovrana di ogni persona che si richiama a Cristo

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Jonh Henry Newmann

Stamane mi è arrivata questa newsletter, dal sito Blog di Socci, e mi è sembrata molto interessante come spunto di riflessione.
Riporta frasi di Jonh Henry Newmann e di Benedetto XVI sulla coscienza.
Ho Pensato così di copiarla interamente, e offrire a tutti noi in questi giorni precedenti all’ascensione in Cielo di Maria, un momento di preghiera sul
tema delle nostre coscienze.
Ognuno tragga le proprie umili riflessioni.

Buona Festa dell’ASCENSIONE DI Maria al Cielo.

VIVA IL CONCILIO (CONTRO LA PAPOLATRIA DEI BIGOTTI). RATZINGER: LA COSCIENZA E’ AL DI SOPRA DEL PAPA ED E’ QUESTO CHE DISTINGUE L’OBBEDIENZA DEI CRISTIANI DA QUELLA (ABERRANTE) CHE PRETENDEVANO HITLER, STALIN EC. E’ SULLA COSCIENZA CHE SAREMO GIUDICATI (IL CATECHISMO AFFERMA CHE ABBIAMO L’OBBLIGO DI OBBEDIRE ALLA COSCIENZA). QUESTA E’ LA NOSTRA LIBERTA’ DI FIGLI DI DIO. NON SIAMO SUDDITI NELLA CHIESA, MA FIGLI DI DIO!

Posted: 13 Aug 2014 03:07 AM PDT

“Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo (…) allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa”
John Henri Newman – Lettera al Duca di Norfolk

“(La coscienza) è la messaggera di colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo”

John Henri Newman – Lettera al Duca di Norfolk

“Per Newman la coscienza rappresenta un completamento intimo e una limitazione del principio della Chiesa. Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell’autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica. L’enfasi sull’individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo e ultimo tribunale, e che in ultima istanza è al di là di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale, stabilisce inoltre un principio che si oppone al crescente totalitarismo e che distingue la vera obbedienza ecclesiale da una tale pretesa totalitaria”
Joseph Ratzinger

(questo brano di Ratzinger è tratto dal suo commento alla “Gaudium et Spes”, numero 16, che dice Ratzinger, con il Concilio Vaticano II, è proprio sulla linea di Newman)

Mi sembra significativo che Newman, nella gerarchia delle virtù sottolinei il primato della verità sulla bontà o, per esprimerci più chiaramente: egli mette in risalto il primato della verità sul consenso, sulla capacità di accomodazione di gruppo.

Direi quindi: quando parliamo di un uomo di coscienza, intendiamo qualcuno dotato di tali disposizioni interiori.

Un uomo di coscienza è uno che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante.

In questo Newman si ricollega all’altro grande testimone britannico della coscienza: Tommaso Moro, per il quale la coscienza non fu in alcun modo espressione di una sua testardaggine soggettiva o di eroismo caparbio.

Egli stesso si pose nel numero di quei martiri angosciati, che solo dopo esitazioni e molte domande hanno costretto se stessi ad obbedire alla coscienza: ad obbedire a quella verità, che deve stare più in alto di qualsiasi istanza sociale e di qualsiasi forma di gusto personale.

Si evidenziano così due criteri per discernere la presenza di un’autentica voce della coscienza: essa non coincide con i propri desideri e coi propri gusti; essa non si identifica con ciò che è socialmente più vantaggioso, col consenso di gruppo o con le esigenze del potere politico o sociale.
Joseph Ratzinger, La Chiesa una comunità sempre in cammino, pp.123