Enzo Biemmi e gli orientamenti della CEI: per una Chiesa dell’incontro

Postato il Aggiornato il


Cari amici, 

vi propongo il commento di Fr Enzo Biemmi (note biografiche in calce all’articolo), dove siamo aiutati ad entrare da una propspettiva interessante dentro al documento dei nostri vescovi ‘Incontriamo Gesù’. Di seguito l’articolo/commento apparso sulla rivista ‘Settimana’, buona lettura.

A ormai cinquant’anni dalla chiusura del concilio Vaticano II e a quasi altrettanti dal Documento Base della catechesi (1970), i vescovi italiani presentano alle loro comunità i nuovi Orientamenti per il compito dell’annuncio e della catechesi. Questi cinquant’anni hanno segnato in Italia un profondo cambiamento culturale e ne hanno radicalmente mutato il quadro rispetto alla fede. Era dunque più che necessaria una parola di “riorientamento” del compito dell’evangelizzazione, essenziale per la comunità ecclesiale.

Scartata l’ipotesi di rifare il Documento Base, e anche quella (almeno per il momento) di riscrivere i catechismi per le diverse fasce di età, i vescovi italiani optano dunque per degli “orientamenti”. Questa scelta è già una presa di posizione: il quadro del Documento Base viene riconfermato, ribadendo i grandi orientamenti conciliari; la questione degli strumenti non è secondaria (quelli attuali sono visibilmente inadeguati alla situazione), ma non è, in questo momento, la questione essenziale.

È dunque importante leggere gli Orientamenti in questa prospettiva di “trasformazione in corso”, di fedeltà, da una parte, al concilio e al Documento Base (che ne costituisce l’autorevole recezione nel campo della catechesi) e, dall’altra, allo Spirito che, come suo solito, ha già preso qualche falcata di vantaggio rispetto al concilio stesso, al Documento Base e alla Chiesa italiana. Solo in questa prospettiva gli Orientamenti possono essere colti nella loro intenzione di fondo, non sottovalutati e retta- mente attuati. Se ne possono così capire e per- donare i limiti, propri della difficoltà di operare un discernimento lucido e una conseguente proposta operativa nitida quando non si è su un terreno stabile, ma su una barca in movimento.

Il grazie
Non era scontato che un documento dei vescovi su una dimensione della Chiesa “in crisi”, quale è la catechesi, cominciasse con un lungo elenco di “grazie”: ai catechisti, ai parroci (spesso criticati), alle parrocchie, ai genitori (spesso colpevolizzati), ai laici, donne e uomini, generosi e gratuitamente impegnati nella catechesi (spesso dati per scontati), ai consacrati e alle consacrate, agli insegnanti di religione, ai catecheti e teologi (più spesso temuti che ascoltati)… (n. 7). Questo ripetuto “grazie” per chi «ha reso e rende possibile l’impegno dell’annuncio e della catechesi» ha questo sapore: pur nei suoi limiti, il movimento catechistico italiano, con le sue scelte di fondo, ha contribuito al traghettamento da “una catechesi della dottrina cristiana” ad “una catechesi per la vita cristiana”, come recitano i sottotitoli dei catechismi CEI. In fondo, si tratta di un “grazie” per avere custodito, pur tra le inevitabili oscillazioni, la duplice fedeltà a Dio e all’uomo, che il Direttorio generale della catechesi ha opportunamente “copiato” come felice formula di sintesi dal Documento Base, offrendola alla Chiesa universale.
Questo “grazie” fa anche pace con la tensione irrisolta in questi cinquant’anni tra “svolta antropologica” e “istanza veritativa”, tra rischi di riduzione antropologica della catechesi e rigide riaffermazioni della dottrina la quale, slegata dalla vita da cui proviene (il Vangelo) e dalla vita delle donne e degli uomini per cui solo ha senso, rischia di ridurre la fede cristiana a un’ideologia, come dice senza mezzi termini papa Francesco.
Se gli Orientamenti fossero anche solo questo, cioè la pacifica chiusura di una sterile dialettica ecclesiale per metterci tutti insieme a servire il Vangelo che unisce e non separa, ci sarebbe da dire grazie ai vescovi italiani per il grazie che ci hanno rivolto.

La missione
Ma gli Orientamenti non confermano solo, ma arricchiscono e orientano il cammino. È bene dunque che rimarchiamo la “differenza” che essi introducono. Il singolare è opportuno, perché, in fondo, la differenza è una sola: di prospettiva. E questa prospettiva è chiara: l’impegno missionario ed evangelizzatore.
Se il Documento Base affidava alla catechesi il compito di condurre all’unità di “fede e vita” persone nella quasi totalità cristiane ma con un vissuto che cammina- va spesso su due staffe, gli Orientamenti pongono l’evangelizzazione come orizzonte e processo, e disegnano «non comunità in ansia per il numero dei partecipanti, ma una comunità impegnata a suscitare vite cristiane, uomini e donne capaci di assumere la fede come unico orizzonte di senso» (n. 19). È per questo che, se pur a elaborazione del te- sto ormai avanzata, le forti sollecitazioni di papa Francesco contenute in Evangelii gaudium (una “Chiesa in uscita”) hanno trovato spazio frequentemente e natural- mente nel testo, confermandone e irrobustendone la prospettiva missionaria. Non è inutile, dunque, individuare, se pur brevemente, come questa “conversione missionaria” viene declinata e operativamente proposta. I quattro capitoli del testo lo lasciano chiaramente intuire.
a) Abitare con speranza il nostro tempo. Basti un’espressione: l’invito ad «abitare il clima culturale odierno in modo propositivo» (n. 10). La postura missionaria chiede la sospensione del giudizio e il congedo dai lunghi elenchi degli “ismi”, in gran parte veri, ma inutili. Essa chiede una Chiesa “pro-positiva”. Dove “positiva” significa aperta alla speranza (non ad un ingenuo ottimismo) e “pro” significa una Chiesa “a favore”, non “a parte” o, peggio, “contro”. E dove l’insieme delle due parti (“pro + positiva”) significa più concentrata a offrire ciò che di bello ha ricevuto per grazia che a verificare quello che le persone devono avere e portare prima di ricevere il Vangelo.
È questo lo sguardo che, in modo pacato, gli Orientamenti assumono, che poi è semplicemente uno sguardo di amore verso le persone così come sono e di fiducia nella potenza intrinseca della Parola.
b) Il coraggio del primo annuncio. «La conversione missionaria dell’azione ecclesiale esige che si riporti al centro il primo annuncio della fede» (n. 33). Il secondo capitolo integra decisamente quanto maturato in questi anni: la consapevolezza che siamo alla fine del cristianesimo sociologico e che la fede non va più data per scontata. Il Vangelo va annunciato sia a chi non ha ancora incontrato il Signore Gesù, sia a chi è cristiano per tradizione. È dunque tempo per tutti di “primo annuncio” o di “secondo primo annuncio”.
Per questo motivo, gli Orientamenti riprendono a lungo la prospettiva del convegno ecclesiale di Verona, la sua esigenza di mettere al centro la persona con le sue esperienze fondamentali, quei “cinque ambiti” considerati come soglie di fede e luoghi del “sì di Dio all’uomo” e qui felice- mente riformulati in forma di “periferie antropologiche”: essere figli, essere cercatori, riscoprirsi amanti e amati, essere appassionati e consapevoli, scoprirsi fragili. Il contenuto di questo “primo annuncio” è ripreso dalle stesse semplici e profonde parole di papa Francesco: «Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti» (Evangelii gaudium, 164).
c) Iniziare. La prospettiva missionaria diventa ancora più con- creta nel terzo capitolo, là dove si fa tesoro del cammino di ripensamento dei percorsi di iniziazione cristiana e si riconosce la creatività di tante comunità che, a partire dal RICA e dalle tre note CEI sull’iniziazione cristiana, hanno assunto “l’ispirazione catecumenale” nei percorsi per gli adulti e per le nuove generazioni. Tale “ispirazione” è definita come «tirocinio globale e immersione nel mistero pasquale», in grado di «rinnovare le forme usuali della catechesi, talvolta debitrici di modelli che le condannano all’inefficacia» (n. 52). In particolare, colpisce l’omaggio fatto alle numerose sperimentazioni attuate in questo ultimo decennio, talvolta guardate con un certo sospetto, alle quali viene riconosciuto il merito di avere mostrato che l’itinerario catecumenale rappresenta una prospettiva opportuna, pur dovendo essere assunto come riferimento analogico (n. 53). Se è vero che i loro modelli non vengono assolutizzati, gli Orientamenti invitano ad accogliere le acquisizioni che ci hanno consegnato e su cui è bene convergere per evitare l’eccessiva frammentazione di pro- poste (n. 54).
E sull’annosa questione del- l’ordine e dell’unità dei tre sacra- menti dell’iniziazione cristiana i vescovi prendono atto di due prassi: quella più diffusa, che pone la confermazione in età preadolescenziale o adolescenziale dopo la prima eucaristia, e quel- la che si ispira alla Nota IC/2 e prevede la coincidenza rituale di confermazione e prima eucaristia, facendo di questa il completamento anche cronologico del- l’iniziazione cristiana. Tale posizione può apparire una soluzione di compromesso, ma forse è semplicemente una misura di saggezza pastorale, che ritiene che questo sia un tempo nel qua- le non è opportuno arrivare a soluzioni omologanti.
d) Testimoniare e narrare. L’ultimo capitolo è dedicato ai “catechisti”. In ottica di missione, non stupisce che la loro fisionomia si allarghi in due direzioni: dal singolare al plurale (dal “catechista isolato” alla “comunità che annuncia”) e dal modello unico al ruolo diversificato. La figura di chi annuncia il Vangelo si arricchisce di dimensioni nuove: laici missionari, accompagnatori di genitori e di catecumeni, formatori di educatori, evangelizzatori di strada, piccole comunità (n. 67). In sostanza, il termine di “catechista” non è più slegato da quel- lo di “evangelizzatore”.
Vale anche la pena notare quanto è detto al n. 87 rispetto al- la formazione dei catechisti: vi è l’invito alle parrocchie e alle diocesi a «non far mancare ai catechisti le risorse umane ed economiche, affinché il loro servizio possa essere svolto agevolmente e senza aggravio personale o familiare» e «a farsi carico dei costi economici delle attività e della formazione iniziale e permanente dei propri catechisti». Se diocesi e parrocchie cominciassero da qui, allora si capirebbe che davvero per la comunità cristiana l’annuncio del Vangelo è prioritario ad ogni altra struttura e organizzazione.

L’incontro con Gesù
Nessuno faticherà a riconoscere i limiti di questi Orientamenti. I documenti riflettono semplice- mente una cosa: i limiti delle nostre comunità, il difficile discernimento in una situazione complessa, la nostra scarsa capacità di condivisione, l’agire catechistico e pastorale generoso, ma spesso disarticolato. Sarà anche facile per tutti fare il confronto con la forza di Evangelii gaudium, del suo linguaggio semplice e mai banale, della sua nitida prospettiva di Chiesa. Eppure, anche questo è il prezzo che gli Orientamenti pagano per un lavoro fatto insieme da tutti i vescovi, con la collaborazione di mille mani e nel dialogo tra mille sensibilità differenti.
Se questo ha tolto qualche volta un po’ di fascino al testo, è stato il modo di onorare il Documento Base non solo nel contenuto, ma anche nel metodo: «Nato nella comunità ecclesiale, il documento ritorna ora nel vivo del- la comunità ecclesiale» (Documento Base 199). Dentro i limiti di questi Orientamenti, riconosciuti onestamente e umilmente, occorre saperne vedere l’anima, coglierne l’ispirazione, individuare – in una parola sola – il messaggio. Questa parola è detta nel titolo: incontriamo Gesù. Ci saremmo tutti aspettati: annunciamo Gesù. La Chiesa italiana sembra aver capito che non annuncerà Gesù se non lo incontrerà di nuovo, se non tornerà lei ad ascoltare nuovamente il primo annuncio della Pasqua, se non assumerà in tutte le sue espressioni una «dimensione domenicale» (n. 98).
Questo verbo declinato alla seconda persona plurale (incontriamo Gesù) disegna il volto della catechesi per i prossimi anni, la pone in una relazione di reciprocità con la cultura attuale, cioè di “santità ospitale” (Christophe Theobald), le affida il compito di essere semplicemente e umilmente una “diaconia dello Spirito”, il quale la pone “in uscita” e sempre l’anticipa nel cuore delle donne e degli uomini di oggi.

Fr. Enzo Biemmi

(Enzo Biemmi è un religioso fratello, appartenente alla Congregazione dei Fratelli della Sacra Famiglia. Si è formato prima all’Università di Filosofia di Torino, poi allo Studio Teologico di Verona. Si è specializzato in pastorale e catechesi all’Istituto Superiore di Pastorale Catechistica di Parigi (ISPC) e ha conseguito il dottorato in teologia all’Università Cattolica di Parigi e in Storia delle Religioni e Antropologia Religiosa alla Sorbona.
Dal 1997 al 2003 è stato direttore della rivista Evangelizzare (EDB). E’ direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Verona, diocesi nella quale ha ricoperto per dieci anni il ruolo di responsabile della formazione dei catechisti degli adulti. Ha sempre cercato di coniugare riflessione e sperimentazione pastorale, come documentano le sue pubblicazioni e i suoiinterventi in varie riviste e convegni ecclesiali. Attualmente è membro della Consulta nazionale per la catechesi e Presidente dell’Equipe europea dei catecheti.)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...