A COSA SERVE IL DOPO-CRESIMA?

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Sollecitato da Paolo,

condivido con voi alcuni chiarimenti necessari e delle riflessioni nella speranza di essere di aiuto sull’argomento.

Innanzitutto un chiarimento terminologico. La domanda della ragazza – ‘a cosa serve il dopo-cresima’ – può sembrare una semplice provocazione, ma in realtà porta con se una verità teologica nonché antropologica. Nella chiesa non è mai esistito – ne come riflessione teologica, ne come prassi credente – un tempo chiamato dopo-sacramento. In concreto non esiste il dopo-battesimo, come non esiste il dopo-matrimonio, ecc… Questo perché la vita della persona è una realtà integra e indivisibile. Dunque la prima chiarificazione è a un livello terminologico: smettiamola di pensare a un pre e a un post sacramenti. Tale riflessione ci porta poi a considerare la ricaduta deflagrante e disorientante che tale modo di concepire la pastorale ha prodotto. Da diversi anni a questa parte purtroppo abbiamo appiccicato il percorso sacramentale – il catechismo – alle tappe della scolarizzazione: alla fine delle elementari c’è la prima comunione, alla fine delle medie la cresima, e poi? La domanda della ragazza – torno a ripetere – è più che fondata: sembrerebbe dire alla fine delle superiori (il desolante dopo-cresima) quale premio mi spetta?

Detto questo mi pare necessario tornare a chiedersi quale sia l’identità di una comunità parrocchiale, cosa ci sta a fare una parrocchia – dal greco chiesa tra le case – in mezzo alle persone? E qui entriamo nel merito dei contenuti dei percorsi dei vari catechismi. La parrocchia non è un ufficio distaccato dei servizi sociali. Spesso proponiamo ai ragazzi molti contenuti morali – o peggio moralistici – senza dare loro il giusto nutrimento spirituale. Parlando con i genitori, da prete, mi viene ripetuto che ‘ io mando mio figlio in parrocchia così non cresce come un delinquente, non ruba, non si droga, ecc…’ Considerazioni di una tristezza inaudita. Siamo tutti più contenti se c’è un drogato, o un delinquente in meno, ma mi domando e vi domando: quanti cristiano nascono e vengono generati dalle nostre parrocchie? L’aver centrato tutta la nostra attenzione sulla morale (catechesi, predicazione, ecc… degli ultimi 200 anni) ci ha fatto perdere di vista il perchè noi esistiamo come cristiani e come chiesa. La chiesa non ha altro motivo di esistere se non quello di far superare la paura della morte alle persone: annunciare la salvezza. Questo non perchè ci si possa dimenticare del resto – una redenzione anche terrena, sociale e politica – ma perchè nessuno può sostituirsi a noi in questo annuncio. Essere i supplenti dei comuni, o delle regioni, per sfamare, far giocare i bambini, strappare dalla droga, può essere anche bello e di certo edificante per chi lo fa, ma non è il compito prioritario della parrocchia e del cristiano.

In conclusione tornado alla domanda della ragazza – e potendo rispondere con cognizione dato che in parrocchia posso accompagnare diversi ragazzi delle superiori e università – io credo fondamentale rompere la struttura mentale dei sacramenti concepiti come diplomi scolastici. Ritornare a pensare alla persona come realtà indivisibile immersa in una storia e in un tempo che trascorre ma dei quali non è succube (A Diogneto: siamo nel tempo ma non del tempo) e dunque concepire il cammino di fede come immersione nella vita dello spirito: con alti e bassi, con slanci e frustrazioni, con albe soleggiate e momenti tenebrosi. Pretendere che la vita spirituale della persona sia come la linea di un elettrocardiogramma di un morto – ovvero sempre stabile e uguale – ci porta a raccogliere una spiritualità morta e polverosa, mentre lo spirito soffia dove vuole, ne senti la voce, ma non sai da dove viene ne dove va.

Una domanda del genere: a cosa serve il dopo cresima, testimonia proprio questo la fine di un cammino che non è mai iniziato.

Mi permetto di suggerire: meno cartelloni care catechiste (tra l’altro orrendi e antiestetici) e più umanità. Quintali di carta sprecata per disegnare cose su Gesù (dai contenuti di fede dubbi e spesso eretici), ma forse abbiamo dimenticato che il maestro si incontra nel volto dell’altro e non i cartelloni esposti all’interno di liturgie scialacquate e bambinesche segno di una chiesa infantile piuttosto che giovane.

d. Andrea

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