2 novembre 1975: 40 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini

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Cari amici vi propongo il testo da me curato per la rivista Arte e fede sull’anniversario della morte di Pasolini. Buona lettura…

Pier Paolo Pasolini: il profeta della modernità

Introduzione

Di certo una commemorazione di Pier Paolo Pasolini – oltre a essere un’operazione difficoltosa – sarebbe stata per lui stesso un’attività polverosa e nostalgica. In questo senso credo sia molto più fruttuoso entrare nel personaggio, autore, regista, poeta, scrittore, dal versante della profezia. Ovvero: non ‘commemorare’ con le nostre parole la sua opera – eclettica e contraddittoria per molti aspetti – ma lasciare la parola allo sguardo profetico tenuto da Pasolini nei confronti della sua storia, della sua vita, dell’esistenza umana in generale. Uno sguardo indubbiamente attuale, capace di gettare barlumi di verità su un contesto antropologico complesso come il lo è il nostro. In particolare sono tre a mio parere gli squarci che si aprono a partire dalle opere di Pier Paolo: uno squarcio poetico, uno cinematografico, e in fine uno squarcio letterario.

 

  1. Poeta delle Ceneri

Poco dopo la morte dell’autore un suo testo autobiografico viene alla luce: ‘Poeta delle Ceneri’. Per molti studiosi e appassionati della figura e del genio pasoliniani esso ha rappresentato una sorta di chiave interpretativa della sua esistenza. In questa autobiografia l’autore afferma ad un certo punto: “E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere, ma nel vivere”. Una reinterpretazione moderna della filosofia di vita già affermata in passato da diversi autori, non ultimo Oscar Wilde secondo il quale: ‘artista è colui che sa fare della propria vita un capolavoro, un’opera d’arte’.

Pier Paolo Pasolini era convinto di questo: impegnarsi a vivere per fare della vita un’azione continua di trasformazione della realtà. Così appare a noi una profezia ancora più vera oggi – soprattutto per le giovani generazioni – nel denunciare tanto assopimento e indolenza a discapito di una vita degna di questo nome. A tale proposito risuonano forti le parole di San Giovanni Paolo II rivolte ai giovani: “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”. Certo: Pasolini non lascia spazio ai romanticismi o alle facili illusioni. Esso è scrittore della sobrietà e poeta austero e asciutto. Tutto ciò fino al  limite estremo dell’annientamento: l’artista deve riuscire a sottrarsi dalla vita, annientare tutto se stesso affinché l’arte – e solamente lei – possa essere manifesta: “La vita si esprime anche solo con se stessa. Esiste un’arte che vive di azioni, che non esprime nulla se non se stessa”.

La profezia soggiacente a queste riflessioni è allo stesso tempo forte e sconvolgente: nei confronti di un’arte – quella attuale – in cui al contrario l’opera scompare, resta muta, incomprensibile per dare spazio solo e esclusivamente all’artista e alla sua firma. Pier Paolo Pasolini viene a ricordare al nostro cuore, alla nostra mente e alla nostra volontà il senso più profondo di ogni opera d’arte: lasciar trasparire la vita; dare voce, forma e suono all’esistenza. Quasi che l’artista continui nei secoli l’opera creatrice di Dio.

 

  1. Il Vangelo secondo Matteo

Interessante risulta essere la genesi di questo capolavoro, sulla quale si è detto e scritto di tutto. In realtà tutto ebbe inizio dalla lettura ‘d’un fiato’ del Vangelo di Matteo da parte di Pasolini.

Invitato da dai Padri della Pro Civitate di Assisi ad un convegno sul suo film ‘Accattone’, Pier Paolo si ritrova a leggere casualmente il Vangelo che trova sul comodino della sua stanza nella ‘foresteria’ dell’istituto che lo ospita. Una ‘notte illuminata’: così egli definisce quella notte particolare passata a leggere il Vangelo di Matteo nella sua stanza. Da qui nascerà un percorso di studi e indagini con l’aiuto dell’associazione di Assisi – Pro Civitate – di due gesuiti del Centro san Fedele e del teologo Romano Guardini. Un percorso che porterà al cinema ‘Il Vangelo secondo Matteo’.

Sono ben 50 gli anni che ci separano da questo inizio, eppure l’opera del regista – come la sua stessa figura – continua a fare da sfondo all’orizzonte cinematografico che ha voluto immortalare la figura di Cristo. Imprescindibile presenza, sguardo contraddittorio – il film va ricordato spaccò in due l’opinione e del mondo cattolico e del mondo comunista – eppure chiunque voglia entrare con lo sguardo del cinema dentro le pieghe della vita di Cristo non può fare a meno di lasciarsi interrogare da questo film.

Fu il pontefice Giovanni XXIII – che volle vedere il film in una proiezione privata in Vaticano – a quietare in un certo senso i malumori dei cattolici, ma anche le critiche più laiche visto l’apprezzamento che come Papa riscuoteva anche tra gli oppositori politici del cattolicesimo.

E’ singolare il fatto: nel 50mo anniversario del film (1964 – 2014), proprio Papa Roncalli sia stato elevato alla gloria degli altari (27 aprile 2014) insieme a Giovanni Paolo II. Quasi un rincorrersi della memoria. Un rincorrersi del tempo che mantiene vivo il sentimento di Pasolini verso l’orizzonte religioso e la figura stessa del Pontefice. Ma anche una grande conferma: il Vangelo e l’uomo, la fede e la vita del mondo, vivono in perenne amicizia, in simbiotico rapporto.

“Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”Con questa dedica Pier Paolo Pasolini apre i titoli di testa della pellicola del suo ‘Il Vangelo secondo Matteo’, e proprio 50 anni fa lo stesso regista chiedeva che il film fosse proiettato il giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d’Italia e del mondo.

Emerge dall’incontro di queste due grandi personalità – Pasolini da una parte e Giovanni XXIII dall’altra – un altro grido profetico rivolto agli orecchi di credenti e non credenti: lo spirito è libero di muoversi e di trovare dimora dove vuole, e dunque nessuno può impedirne la manifestazione, di per sé neanche lo stesso autore il quale – lasciandosi plasmare dalla forza dell’ispirazione – scompare e si annienta dentro l’opera stessa.

 

  1. Scritti corsari

Denunciare l’evidenza. Annunciare il risaputo. Dare voce alle ovvie verità della storia. Perché Pasolini rasenta quasi la banalità del ‘già detto’ e rischia il contagio del qualunquismo. Di fatto per una ragione soltanto: svegliare la coscienza, scuotere una società assopita e ammalata.

Per confermare il suo stile anticonformistico Pier Paolo Pasolini sceglie di pubblicare una serie di articoli con il Corriere della sera – testata storica della borghesia italiana, tipicamente anti-operaia e padronale – la cui raccolta è chiamata ‘Scritti corsari’.

Intelligenza, immaginazione sociologica, capacità retorica fanno degli Scritti corsari una grande raccolta di riflessioni capaci di far emergere pregiudizi intellettuali e meschinità del pensiero italiano di quegli anni.

Un aspetto in particolare colpisce nella scrittura e nel pensiero di Pasolini: la straordinaria bravura nel saper trasformare fatti del quotidiano, eventi sociali o culturali, in una narrazione quasi mitologica e senza tempo. D’altronde proprio in questo dovrebbe essere rintracciata la valenza profetica dell’autore. Profeta infatti non è colui che predice il futuro, ne semplicemente colui che interpreta il presente, ma profeta è colui che dona forma e voce a una storia capace di ritornare più e più volte, e di ritornare sempre nuova ma con il peso del passato per scuotere il presente.

Davanti alle pagine degli Scritti corsari il lettore spesso è colto da una sensazione di totale complicità con quanto viene affermato ma allo stesso tempo si sente messo in crisi nelle sue posizioni e convinzioni, messo in crisi cioè nei suoi pregiudizi.

Un’immagine che può essere di aiuto per entrare nelle parole dell’autore, può essere quella della luce: negli scritti di Pier Paolo Pasolini la luce non è né riflessa, né indotta da una fonte estranea, ma essa trapela dalle parole e dai concetti rendendo limpida e senza veli una realtà all’apparenza contorta e incomprensibile.

In un certo senso Pier Paolo Pasolini è stato un grande ‘narratore di storie’ a partire dalla sua storia – personale e biografica – e da quella del suo Paese. Pier Paolo Pasolini rimane presente ancora oggi e forse più di ieri proprio per questa sua singolare capacità di narratore. Nel cinema, nella poesia, nella saggistica e nella critica, egli è perenne narrazione.

Tutta la sua profezia si esaurisce e riparte proprio da qui: dalla narrazione. Il nostro mondo – che ha costruito tanti modelli (economici, politici, culturali, ecc…) ha perso però la capacità di saper narrare storie per rendere affascinante l’esistenza. Soprattutto la nostra Europa, nata dalla fusione della cultura classica (il mito) e da quella giudeo-cristiana (la parabola), è diventata improvvisamente muta rispetto alle grandi narrazioni del passato. Il panorama culturale è pieno di ‘cronisti’, tracciatori di confini tra il passato, il presente e il futuro, ma mancano i grandi narratori dell’eterno, le voci della profezia.

Probabilmente l’inossidabilità di Pier Paolo Pasolini risiede proprio in questa unicità narrativa: lui che alla fine della sua vita ha abiurato da tutte le sue opere, ha narrato al suo presente il nostro futuro, e oggi narra con il suo passato il nostro presente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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