Mese: agosto 2016

Atleti nel Nome della Fede in Cristo.

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Ieri è terminata l’Olimpiade di Rio di Jainero. Bellissima come al solito per chi come me adoro gli sport olimpici. In attesa di Tokyo 2020, mi fa piacere condividere nel Blog alcuni articoli interessanti che parlano di alcuni atleti, famosi, famosissimi o semplici atleti, che esprimono nel loro essere Atleti la Fede in Gesù Cristo.

La Portano dentro di loro nel loro cuore, la fanno vedere con oggetti, la fanno sentire con le parole. Sono anche loro strumento evangelizzatrice nelle Mani del Signore.

Li ringraziamo Tutti, soprattutto quelli che non abbiamo trovato o saputo. Questo è solo uno sparuto elenco, sono sicuro che moltissimi atleti sono vicini alla Fede.

GRAZIE DI CUORE PER PORTARE LA MEDAGLIA DELLA FEDE NEL VOSTRO ESSERE ATLETI.

 

 

 

 

 

  • Bolt e la Fede in Cristo.   :L’atleta ne indossa un’altra sempre al collo, conosciuta come Medaglia Miracolosa, frutto delle apparizioni della Madonna a Santa Caterina Labourè.”Io sono cresciuto in Chiesa,e mi hanno insegnato che tutto accade per un motivoDio ha un progetto per tutti.Quindi non possiamo lamentarci, bisogna andare avanti”Usain St. Leo Boltsz
  • Ledecky e la sua Fede:

Katie ha l’abitudine di recitare sempre qualche Ave Maria prima di una gara. “La mia fede è sempre stata importante per me”, ha dichiarato nel 2014. “Definisce quello che sono”.

La Ledecky attribuisce gran parte della pace e della fiducia che porta in piscina al suo forte rapporto con Dio. Spesso ne parla apertamente nelle interviste, come in quella rilasciata all’arcidiocesi di Washington nel 2012. “Prego sempre prima di una gara. Recito l’Ave Maria. Mi piace anche andare a Messa ogni settimana. È una grande possibilità per riflettere e collegarsi a Dio. (La mia fede) è una parte importante della mia vita fin da quando sono nata”.

Ogni sera si addormentava leggendo un brano dei tre libri che Joseph Ratzinger, il Papa emerito, insomma lui, Benedetto XVI, ha dedicato alla figura di Gesù. E tanto serva a descrivere un personaggio che avrebbe meritato di vincere a prescindere, solo che lo sport prevede pure la figura del nobile sconfitto.

Don Mario Lusek cappellano della Nazionale a RIO: “Dietro a una medaglia c’è spesso la fede”

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Don Mario Lusek con il Campione Olimpico Basile

In pieno torneo Olimpico ci fa piacere condividere una bellissima intervista che Don Mario Lusek, cappellano storico della Nazionale e al seguito della spedizione azzurra da Pechino 2008.

Don Mario è della Nostra Diocesi probabilmente una delle personalità più importanti all’Interno della  CEI  dove ricopre importanti incarichi.

In questa bellissima intervista evidenzia come moltissimi atleti sono legati alla Fede, la quale è fondamento della loro stessa vita di atleta.

“Per discrezione vorrei evitare di indicare nomi e fatti ma posso assicurare che ho vissuto esperienze che dimostrano che la fede, la religione non sono estranee allo sport e che la disponibilità del prete favorisce l’intreccio di rapporti e contatti che pur momentanei, legati al tempo olimpico, diventano significativi e permanenti”

Sorgente: Il cappellano delle Olimpiadi di Rio: “Dietro a una medaglia c’è spesso la fede”

22/07/2016 di Daniele Rocchi

Preferisce definirsi una “presenza amica” per tutti, atleti, tecnici e dirigenti, più che un “coach dell’anima”, una presenza “non invasiva” ma discreta e riservata, don Mario Lusek, cappellano sportivo della squadra Olimpica italiana in partenza per Rio. “Il cappellano è una presenza che esprime la vicinanza della Chiesa e la sua attenzione e rammenta un po’ il prete dell’oratorio e su questa tipologia modella il suo servizio che è si culturale e liturgico, ma anche di presenza, ascolto, condivisione in forme briose e serie a seconda delle situazioni”. Don Lusek si aggregherà al team olimpico azzurro (278 atleti, 145 uomini, 133 donne, di 28 discipline) in partenza per Rio de Janeiro. Il 3 agosto sarà inaugurata Casa Italia alla presenza del premier Matteo Renzi che assisterà alla cerimonia di apertura il 5 agosto. Il 21 agosto la cerimonia di chiusura e il 22 partenza per l’Italia. “Speriamo con un bel po’ di medaglie”, afferma il sacerdote.

Don Lusek, qual è il suo ruolo all’interno della squadra olimpica italiana?

“Il cappellano è un membro ufficiale della Delegazione olimpica accreditato dal Coni. Può seguire gli atleti negli stadi, ne condivide la mensa e i pochi e residuali spazi di tempo libero. E’ una presenza discreta, riservata, ma visibile, vicina ma tenendosi sempre un po’ indietro evitando di occupare le prime file e per questo viene percepita nel suo vero ruolo reso credibile e autorevole perché portatore di uno spirito di familiarità, di spiritualità. Non c’è rifiuto o ostilità alla presenza di un prete. Anche se all’interno del Villaggio è previsto un Centro multireligioso, noi italiani preferiamo vivere i momenti liturgici negli spazi assegnati al contingente, con orari flessibili in base agli orari di gare, allenamenti e momenti comuni già programmati”.

Come è la sua giornata nel Villaggio olimpico?

“Come dicevo vivo gomito a gomito con gli atleti, gli accompagnatori, i tecnici e tutti gli addetti ai lavori in modo integrato. Posso anche accedere agli allenamenti ma io non amo “invasioni di campo” soprattutto in momenti come quelli. Mi considero una presenza amica, ovviamente in nome di una fede e di una appartenenza che non esclude ma si fa prossima. Per questo mi trovo ad assaporare i sospiri che aleggiano, andare quando mi è possibile alle gare, gioire per una vittoria e quindi fare festa, condividere le sconfitte se necessario consolando. Sempre con molta discrezione”.

Quanto è difficile consolare un atleta dopo una sconfitta, una medaglia persa al fotofinish soprattutto quando la competizione – come le Olimpiadi – è associata all’aspetto economico garantito dagli sponsor?

“Per molti atleti un’olimpiade rappresenta una solo occasione nella vita ed è chiaro che le aspettative e i sogni sono molti. Non mi è mai capitata una situazione di delusione assoluta, ma solo attimi di amarezza: è importante in questi casi aiutare a tenere alta la testa dopo una sconfitta e oltre a riconoscere che capacità personali non vengono azzerate da un episodio non sottovalutare i limiti che fanno parte del vissuto di un atleta. Certo che vincere una medaglia olimpica porta con sé dei benefici economici e per gli atleti di molti sport questo avviene solo ogni quattro anni quando tutti gli occhi del mondo sono puntati su di loro. Questo non è un male, anzi. Il problema nasce quando la ricchezza di valori che lo sport porta con sé viene smarrita con l’emergere dell’eccessiva spettacolarità, l’accendersi del confronto agonistico e l’altro da avversario diventa nemico, e il premere dell’interesse economico mette in ombra la centralità della persona.

C’è un episodio, uno sportivo, che più di ogni altro le è rimasto in mente e che in concreto spiega il suo ruolo dentro la squadra olimpica?

“Certamente, diversi e belli. Ma proprio per questo richiamo alla discrezione vorrei evitare di indicare nomi e fatti e posso assicurare che sono esperienze che dimostrano che la fede, la religione non sono estranee allo sport e che la disponibilità del prete favoriscono l’intreccio di rapporti e contatti che pur momentanei, legati al tempo olimpico, diventano significativi e permanenti”.

Nella sua lunga esperienza di cappellano, negli atleti vede più fede o più superstizione?

“Gli atteggiamenti scaramantici non mancano e vanno collocati in un contesto più ludico che esperienziale e vanno osservati con il sorriso: ci sono anche esperienze che raccontano la fede dei singoli, come atleti che pregano, che portano la Bibbia o il Vangelo con sé, che accedono alla Confessione, che confidano i loro dubbi in maniera serena”.

Nel panorama olimpico ci sono esperienze come quella italiana circa il servizio religioso alle squadre?

“L’esperienza italiana è stata imitata nel tempo da altre nazioni e non solo di tradizione cattolica, anche se con modalità diverse tanto che Papa Francesco nell’udienza per i 100 anni del Coni ha elogiato l’Italia per questa scelta”.

A Rio mancheranno, tra gli altri, i cestisti e il marciatore Alex Schwazer, fermato di nuovo per doping. Cosa dire agli atleti che non hanno staccato il pass olimpico?

“Il caso di Alex è serio. La sua marcia si era interrotta bruscamente a Londra nel 2012. Io ero lì. Ha ammesso la sua colpa. Ha pagato il debito. Si è umiliato. Si è rialzato ed ha ricominciato a camminare con slancio, passione, coraggio e voglia di riscatto. Questo nuovo cammino si è fermato o è stato fermato di nuovo: è una sconfitta per tutti se non si diradano le ombre. Altri non ce l’hanno fatta a qualificarsi e quindi è un’occasione persa. Ogni atleta sa che non può fermarsi mai dinanzi ad un ostacolo: anzi che bisogna ripartire da esso per tornare a guardare lontano e sognare ancora. Come nella vita.

Fonte: Sir
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