imprenditore

Alfiere cristiano e capitalista

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LETTERA INVIATA AD AVVENIRE
IN RISPOSTA ALL’ARTICOLO DEL PROF. RAVASI

buona sera,
ho appena terminato di leggere il lunghissimo articolo del prof. Ravasi su S. Giuseppe che
nel sottotitolo riporta il Santo delle Partite Iva.
Scrivo al solito per difendere le uniche persone che mai vengono difese, ovvero le persone che
come San Giuseppe dipendono dalle Commesse ricevute e soprattutto pagate.
Il “Tektos” di in ogni tempo dipendeva da coloro che pagava per ottenere qualche suo lavoro pronto di già o su commessa, senza lavoro non si mangiava.
Immagino che se fosse stato bravissimo e particolarmente creativo, un “tektos” aveva più commissioni di altri,
e magari per l’aumentato lavoro aver qualcuno che lo potesse aiutare. Inoltre immagino che la grazia per un falegname
è che le commesse vengano pagate, una volta concordate. Se così non fosse, occorre una giustizia del mondo
che potesse garantire l’esecutività dei contratti. Inoltre per ottemperare alle commesse ricevute, aveva bisogno di soldi per le materie prime, soldi che spesso erano prestati sotto usura. Non parliamo poi delle esose tasse.
La ricerca delle commissioni e i contratti stipulati non sono forse la base del mercato? E il capitalismo non si base sul mercato onesto e regolato di chi offre e di chi riceve? Se manca la domanda e l’offerta anche un santo come Giuseppe temo non potesse di certo lavorare. Inoltre è normale che tra tektos ci fosse il più stimato e bravo, e perciò più pagato che si arricchirà di più, e chi invece modestamente fa ma meno bravo e potrà vivere degnamente sempre che riceva le commesse, non è mica scontato.
Ebbene se il quadro fatto è esattamente quello di un falegname dell’epoca, non so se lo sa il prof. Ravasi, ma tutti i borghesi all’inizio della loro attività sono passati dalla povertà estrema riscattata attraverso il fare. La loro bravura rispetto agli altri riscattava il passato per raggiunger una vita più che dignitosa e con i giusti agi conquistati.
Vivendo in un distretto industriale la storia di San Giuseppe, di artigiani che con bravura si sono meritati tutto, ne conosco a bizzeffe, compresa la mia famiglia con il capo aziendale che era mia madre, pur essendo figlia di un fornaio, ha creato dal nulla una azienda di oltre 50 persone.
Da fornaia a …. borghesia provinciale. Nei distretti del fare, è la norma.
Il Prof. Ravasi rimane sul vago sulla ricchezza con giri di parole per non dire nulla, ma si capisce che vuole colpire quelli che definisce gli alfieri del connubio capitalismo-cristianesimo.
Grazie professore non sapevo di essere un alfiere, speravo magari di essere cavaliere, di certo sfugge in cotanti giri inutili di parole 3 o 4 secoli di storia cristiana dal medio-evo che ha permesso il fiorente crescere dei tanti San Giuseppe “falegnami” che hanno reso l’Italia ed il Mondo occidentale il luogo migliore al mondo in cui vivere. Immersi nella bellezza assoluta delle opere d’arte di ogni tipo, spesso pagate dalle tasse che tosavano proprio i tektos delle nostre città.
Ignorati Patrizio Olivi, San Bernardino da Siena e il tanto stimato conterraneo San Giacomo della Marca.
L’alfiere saluta e auspica un deciso orientamento cristiano a favore di chi fa come San Giuseppe e si prodiga a cercare commissioni in modo da poter assumere tanti ma tanti giovani, ai quali trasmettere la voglia di fare e non di essere parassiti della società, ” chi non lavora neppur mangi”.

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importanza pastorale dei distretti industriali spontanei

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in risposta alla lettera del prof. Bruni per ribadire l’importanza delle azioni spontanee delle persone che dal nulla hanno
creato i distretti industriali italiani.

Egregio Prof.Luigino Bruni,
La ringrazio per la gentile attenzione che mi ha riservato. Il mondo dell’impresa e degli imprenditori è un tema a me particolarmente caro e pertanto mi permetto di rispondere alla sua ultima.
Lei parla di due capitalismi, uno mediato dalle istituzioni di stampo latino e uno immediato di stampo anglosassone. Il primo da lei caldeggiato è malato a causa di istituzioni sclerotizzate dalla burocrazia. Afferma che occorre guarirle e semmai farne di nuove, immagino ideate da un legislatore. Come esempio porta la Germania dove le istituzioni sono alleate del sistema socio-economico. Ho studiato in Germania e ho lavorato con partner tedeschi per anni; seri, precisi e corretti e con istituzioni che rispondono ai più piccoli intoppi in massimo 15 giorni. Mi scusi ma i tedeschi non sono di stampo protestante “sola fide”? Non li vorrà per caso paragonare al capitalismo latino spero. Le istituzioni tedesche dunque sono mediate da coloro che le hanno create, non come in Italia che vivono di luce riflessa e sono finalizzate ai loro stessi interessi non a servire ciò per cui in teoria sono state create.
Lei afferma che gli effetti non intenzionali non colgano a fondo gli aspetti che creano le condizioni per la nascita dei distretti. Peccato che le politiche industriali, identiche in tutta Italia non hanno permesso in ogni dove la nascita dei distretti, ma solo in quei luoghi in cui la volontà di alcuni visionari è emersa con i soldi di alcuni illuminati possidenti, raramente dal sistema creditizio arretrato italico. Come mai nelle Marche solo nel distretto fermano-maceratese milioni di partite Iva mentre poco a sud la disoccupazione media del 18% e un deserto industriale? E nel sud d’Italia non avevano la legge mezzadrile come a Fermo? Il nostro distretto ha i suoi semi all’inizio del 1900 quando un certo Pollastrelli con i soldi dei proprietari terrieri vince una mega commessa di scarpe per l’esercito fascista. E per oltre 10 anni è la più grande fabbrica di calzature italiane. Da quella esperienza escono futuri grandi e piccoli imprenditori, esiste un foto che ritrae attorno a un desco Botticelli, Pizzuti e Macerata. Da questa prima industria calzaturiera nel dopoguerra, sono esplose una miriade di imprese, nella assoluta indifferenza accademica e politica, hanno creato dal nulla il distretto calzaturiero. Il Prof. Beccattini ha studiato, trai i primi i distretti industriali, sorti in maniera molto simile e veemente in tutta Italia a macchia d’olio. In campo internazionale il Prof. Porter dal canada con il suo libro IL VANTAGGIO COMPETITIVO DI UNA NAZIONE fece conoscere le peculiarità uniche del tessuto produttivo italiano.
Oggi questa incommensurabile forza propulsiva subisce gli attachi proprio da quelle istituizioni che la opprimono strangolando ogni iniziativa che non venga da loro prevista. L’intenzionalità istittuzionalizzata non ha mai portato a risultati soddisfacenti in camp economico. Le istituzioni sono importanti ma solo se nascono dal basso e non imposte dall’alto, attuando pienamente il principio di sussidiarietà, solo in questo modo si alimenta il pieno e assoluto rispetto del principio di solidarietà tipico ed unico delle comunità distrettuali italiane.
Saluti Cordiali
Paolo Orlandi

Lettera ad Avvenire e risposta del Prof. Luigino Bruni

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Pubblico la mia lettera inviata al quotidiano Avvenire diretto da Marco Tarquinio e pubblicata
il giorno mercoledì 5 febbraio a pagina 2.
A seguire pubblica la risposta che mi ha onorato di inviare il prof. Luigino Bruni.
Il tema è la lettura della Evangelium Gaudium e la Dottrina Sociale della CHiesa sui temi del lavoro
e dell’Impresa, i quali mi sono particolarmente a cuore.

Egr. Direttore Marco Tarquinio,
sono Paolo Orlandi prof. Marketing presso il Poliarte di Ancona, IDR scuola superiore di Civitanova Marche. Un passato da imprenditore e pres.dei giovani Industriale di Fermo, poi conversione e conseguimento Baccalaurea e Laurea in Teologia Pastolarale.
I temi del lavoro e dell’Impresa mi appassionano e
credo sia importante infondere una cristiana speranza e un coraggio francescano a chi fa impresa, come ai bei tempi di S.Giacomo della Marca e di S. Bernardino, i quali riuscirono ad offrire agli artigiani la possibilità di mettere in opera i talenti e fioccarono le piccole imprese a carattere familiare che resero prospera per decenni i comuni.
Azioni spontanee, senza che alcun disegno “ideologico” lo prevedesse. Sono bastati delle minime sovrastrutture che le proteggessero dai soprusi dei nobili, in primis quello della Usura per scatenare la voglia di mettersi in proprio e tutto in famiglia.
Constato invece articoli di stampo “ideologico” tipo quelli del prof. Bruni che auspica “una intrapresa di cooperazione intenzionale, esercizio di virtù sociali, faccenda comunitaria e personale”, e auspica le “giuste istituzioni” per mitigare le passioni delle persone.
Domanda: chi decide cosa è giusto e quali passioni? Quando mai in economia ha funzionato la pianificazione economica?
Per far emergere il bene comune l’esempio migliore del passato sono stati i nostri distretti industriali, i quali nacquero nella assoluta indifferenza accademica.
Questi emersero grazie a sovrastrutture minime che permettevano alle persone di raccogliere le briciole di Epulone, per poi imparare un mestiere e diventare industriale. Qui a Fermo di questi esempi sono molti: Della valle, Bracalente-NeroGiardini, Pizzuti-Docksteps, Paciotti, Sacripanti- Manas, Botticelli, Santoni etc.
I distretti sono l’esempio più eclatante di come le persone se messe nelle condizioni di operare con istituzioni minime e non invasive possono offrire initenzionalmente lo sviluppo integrale delle persone, non dimentichiamo che nei distretti la famiglia è tutt’uno con l’impresa.
Ogni volta che il fantomatico legislatore economico “giusto” ha tentato di innestare il processo distrettuale ha ottenuto solo disastri.
Sono le singole volontà a scatenare gli effetti positivi inintenzionali di azioni, grazie alle persone con i loro fallimenti e risalite nascono i distretti, all’interno di comunità allargate.
Oggi sono proprio le istituzioni ad affondare i distretti con la oppressione di burocrazia, tasse e scarsità dell’offerta formativa.
Visitate il nostro distretto e le migliaia di famiglie che hanno reso ricchissima una terra da povera che era non molti anni fa. Noi che eravamo sotto giuste istituizioni papaline che non concessero alle passioni di realizzare i propri talenti. Cosa invece che attorno agli anni 60 quando i nostri nonni rischiando si inventarono una industria, molti ci riuscirono, altri fallirono, il risultato però non fu certo frutto di una cooperazione intenzionale.

Lì 2 febbraio 2014

QUESTA INVECE LA RISPOSTA DEL PROF. Bruni inviatemi la sera del 2 febbraio e pubblicata sempre il mercoledì 5 febbraio a pagina 2 di Avvenire.

Gentilissimo Professore, Le anticipo quanto inviato al Direttore che mi ha chiesto di rispondere alla Sua gentile lettera. Non sapendo quando e come il giornale risponderà (dati i tempi dei giornali), ho pensato di inoltrarle intanto questa mia risposta. E’ forse un po’ schematica e evidentemente insufficiente dati i temi che tocca, ma intanto le faccio arrivare un po’ di reciprocità. A presto, Luigino

——
Gentilissimo Professor Orlandi,
il Direttore mi ha girato la Sua mail, pregandomi di replicare. Innanzitutto grazie per la lettera, e per le questioni che solleva. Da marchigiano (provincia di AP) conosco i nostri distretti, e sono d’accordo che sono stati il frutto di una cultura diffusa e tacita, famiglie e comunità fiorite anche in economia. Non mi è invece chiara la sua critica alla mia idea di “cooperazione intenzionale”, alle “giuste istituzioni” che mitighino le passioni degli individui. L’idea che porto avanti da un po’ è che una specificità del capitalismo latino (di paradigma cattolico) rispetto a quello aglosassone oggi dominante (di matrice protestante) è proprio la natura “mediata” del nostro modello di mercato, una mediazione delle diverse istituzioni. QUi, come sa meglio di me dati i suoi studi teologici, viene in evidenza la differenza tra l’umanesimo latino mediato dalla chiesa (e dalle istituzioni) e quello “immediato” (sola fide) del mondo anglosassone, dove le istituzioni non sono necessarie. Il problema è che il nostro capitalismo comunitario-mediato si è ammalato (anche per la risposta della Controriforma), e continua ad esserlo. E occorre curarlo, secondo me.
Dietro i due miei articoli che lei critica c’è proprio l’idea di economia e di mercato che è fiorita anche nei distretti industriali – di cui ho parlato più volte, anche su Avvenire. L’idea di un mercato fondato sulla ideologia degli effetti non intenzionali non mi sembra che colga bene che cosa è accaduto nei nostri distretti. A proposito di distretti, come Lei sa Giacomo della Marca e Bernardino da Siena furono grandi ispiratori di istituzioni diverse, i Monti di Pietà, che furono importanti per quelle prime lotte alle usure. E senza una politica industriale diversa da quella attuale, i nostri mezzadri sarebbero con ogni probabilità rimasti tali. Poi non credo che i nostri imprenditori sono stati dei “lazzari” che hanno raccolto “le briciole dei ricchi epuloni”; dietro quegli imprenditori e accanto a loro c’erano invece saper fare agricolo (erano già imprenditori in quanto mezzadri), virtù civili e religiose, capacità di cooperare con gli altri, istituzioni migliori delle attuali, sui quali le opportunità industriali fiorirono in imprese e benessere diffuso. Le piccole imprese familiari non nacquero dai ricchi epoluni (molto pochi e poco ricchi, nelle nostre parti), e non erano certamente dei lazzari ma gente con grande dignità e talenti.
Siamo d’accordo che la burocrazia ci sta complicando molto la vita, e tarpando spesso le ali; ma occorre farne di migliori e renderle efficienti, non farne a meno: basta guardare che cosa accade in Germania, dove le istituzioni ci sono, e come se ci sono, ma sono diverse; meno burocratiche e più efficienti. Non esiste nessun sviluppo economico sostenibile senza istituzioni alleate: questo lo dice anche la nostra storia italiana, oltre alla enorme evidenza empirica in tutto il mondo.
Mi dispiace che abbia letto i miei interventi da un verso che mi fa apparire nemico dei distretti e fautore delle burocrazie. Comunque grazie ancora, e scusi il tono un po perentorio della mia,
cordialmente,
Luigino Bruni

Basta parole, azione : i soldi dello IOR per aiutare le imprese-famiglie

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Il Santo Padre pochi giorni ha parlato contro l’usura. Bene, ottimo direi,
solo che …. c’è qualcosa che mi spinge a scrivere cosa ho pensato.
In Italia l’usura è da sempre una piaga sociale, sappiamo che a chi è in difficoltà economica e onestamente si guadagna da vivere, alle prime difficoltà economiche, anche dopo anni di lavoro,
le BANCHE gli chiudono il fido e di conseguenza la possibilità di rifarsi.
Pertanto spesso il ricorso agli strozzini è quasi obbligatorio.
Le care amiche banche italiane che nella maggior parte sono governate da gente NOMINATA, o dai politici, o dagli azionisti e perchè no, molto spesso dai vescovi.
Di sicuro NON scelti per le loro capacità di gestire una banca.
La cosidetta finanza cattolica è da sempre una delle potenti lobby italiche, il cui capo, il sig. Bazoli, dovrebbe essere il campione dello spirito cristiano nella finanza.
Ma quando maiiiiii!!!

Strano che nessuno informi il Santo Padre delle migliaia di vittime, suicidatesi, grazie alla connivenza delle Banche, in quanto non hanno trovato la forza e il modo di tirare avanti la loro impresa o bottega, e la paura di lasciare senza nulla la famiglia li ha travolti.

Chi sono i principali responsabili?
Sono gli stessi NOMINATI nelle Banche che poi gravitano attorno alle Diocesi, magari solo per raccattare pochi spiccioli di elemosina e così solerti ad applaudire per iniziative minime di solidarietà (se ne ne vedono tanti a fianco ai vescovi).

Poi quando si tratta di valutare le famiglie-imprese, tipica caratteristica del nostro territorio
NULLA SANNO FARE, essendo INCAPACI se non in malafede per i propri tornaconti.

Le parole stanno a zero, qui nelle Marche si dice.
OCCORRE AZIONE.

Allora Santo Padre una proposta mi permetta di offrirla.
Lo IOR ha immensi capitali, per la maggior parte provenienti da mali-affari, utilizziamoli per offrire alle IMPRESE-FAMIGLIE o alle giovani generazioni la possibilità di realizzare i loro progetti con le Start-up.
RICREIAMO LO SPIRITO DI SAN GIACOMO DELLA MARCA E SAN BERNARDINO,
come a quei tempi contro l’usura si inventarono, qui nella MaRCHE in piccolo paesino, a Fossombrone,
i BANCHI DI MUTUO SOCCORSO.

Offrivano denaro a poco prezzo, contro gli usurai, e permettevano a molti di inventarsi o mantenersi un mestiere.
.
Basta chiacchiere Sudamericane , Occorrono fatti, fatti, fatti.
Oggi i Vescovi del triveneto parlano di teologia familiare, ma….
si sono accorti della desertificazione imprenditoriale che li circonda.
SONO CIECHI O IN MALAFEDE?^
E Bagnasco che nel suo intervento auspica piani collettivistici per il lavoro?
Lasciamo stare.
FACCIAMO QUALCHE COSA PER LE FAMIGLIE, STROZZATE DALLE BANCHE E DALL’USURA.
Un fondo CATTOLICO per le imprese-famiglie, SERIE.
Lo gesticano Laici-illuminati e giovani, VIA I PRETI, che al massimo diano consigli e ragguagli sulle famiglie da aiutare e le loro realtà.
Questo si che sarebbe un gesto rivoluzionario e incisivo per rilanciare le famiglie e dar loro forza per il futuro con la dignità di un lavoro indipendente.
Seguendo i dettami della Dottrina sociale della CHiesa e sotto l’egida di San gIOVANNI Bosco che proprio
oggi festeggiamo.
CORAGGIO SANTO PADRE CORAGGIO

Proprio oggi che il mondo dei Makers, leggete

BASTA PAROLE CALATE DALL’ANNO FACCIAMO QUALCOSA PER I NOSTRI FIGLI
DATO CHE ABBIAMO INFINITE RISORSE PER FARLO.

Pastorale per l’imprenditore

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Il marketing si basa molto su un aspetto peculiare, creare una offerta
differente dagli altri in modo da poter attirare una domanda specifica
che magari in modo latente aspettava una offerta simile.
Allora mi sono chiesto quale sia un oggetto della pastorale che oggi possa
esser così differente dalle altre, in modo da coinvolgere qualcuno che al momento
non è molto attratto o non trova accoglienza o risposte agli annunci pastorali.
Forse per mia deformazione professionale e di studio credo che non esista al momento
una pastorale tanto ignorata da noi tutti se non quella riguardante il lavoro dell’imprenditore, sia quello grande che il piccolo o piccolissimo imprenditore,
sono loro che creano lavoro con il loro ingegno e la loro creatività.
Sia che si tratti di imprese grandi a livello aziendale, sia di micro imprese, coloro
che guidano lo sviluppo economico hanno quanto mai bisogno di un supporto spirituale
e di conforto.
La creatività si basa su una forte spiritualità e fiducia in sè.
Ricordiamo che siamo a immagine di un Dio creatore, e creare qualcosa ci rende simili a Dio,
grazie poi alla nostra intelligenza che è un riflesso della intelligenza divina.
Sia i grandi imprenditori sia i piccoli come gli artigiani, i commercianti gli ambulanti
oggi sono in enormi difficoltà.
Lo dimostrano le centinaia di morti suicida causa difficoltà aziendali.
E la CHiesa come risponde alle loro esigenze?
Perchè non portare loro la parola del Vangelo?
Eppure non leggo annunci nelle Parrochie o nelle Diocesi che si rivolgono a questi coraggiosi
che mettono se stessi nella speranza di creare una impresa che possa aiutare tutta la comunità a prosperare.
Certo a livello nazionale abbiamo l’uCID, ma spesso si rivolge a pochi eletti e grandi imprenditori,
tuttavia in ogni parte di Italia la imprenditorialità diffusa, la più alta d’Europa,
ci impone di offrire loro una pastorale specifica.
Di più oso dire che occorre una Pastorale incentivante la creatività e il mettersi in gioco,
in particolare rivolta a coloro che iniziano o tentano di iniziare la loro piccola impresa.
Insomma cari amici diamoci da fare fin d’ora per una pastorale dell’impresa,
ricordo che i primi 4 apostoli furono selezionati tra i piccoli imprenditori della pesca,
pertanto sforziamoci di stare loro vicino, poichè se la crisi finirà sarà grazie
all’ingegno di coloro che con coraggio e creatività e spiritualità offrirà a tutti noi
il lavoro per il futuro.
Testi utili possono essere le numerose encicliche che affrontano il tema da quella di Paolo VI “popolorum progressio” a quelle ultime di Papa Benedetto XVI “caritas in veritate”.
In un precedente post ho pubblicato la mia tesi ove magari potete trovare spunti interessanti,
tuttavia non voglio tediarvi qui con riferimenti che potrete facilmente trovare,
personalmente interessa che si dia ampio spazio a queste persone che rischiano
e con i fatti dimostrano l’amore per il prossimo,
dando lavoro e offrendo spesso sè stessi come testimoni della carità.
grazie

La tradizione secondo la Buona Novella: oltre la pasta ‘scotta’ dell’ipocrisia bempensante

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Cari amici, due sollecitazioni mi spingono a condividere con voi alcune riflessioni sulla portata della ‘tradizione’ della fede nella nostra cultura: l’ennesima performance di provincialismo romantico dei nostri imprenditori e un intervento dello psicanalista Massimo Recalcati in merito alla trasmissione dei valori e al senso della paternità nel nostro tempo.

IL PROVINCIALISMO ROMANTICO. Mi chiedo: avete mai provato a mangiare un piatto di pasta leggendo Proust? O ascoltando un notturno di Chopin? O magari, per stare al nostro ambito, meditando un passo del Vangelo? No? Bene: allora vuol dire che siete normali ed equilibrati. Perchè? Perchè un piatto di pasta non dipende dalla predisposizione del ‘cuore’, non ne dipende e soprattutto non può pretendere che il cuore dipenda dal piatto di pasta. Attorno al piatto di pasta si ride, si scherza, ci si arrabbia, tra amici, tra amanti, tra colleghi. Oltre il ‘genere’, in una parola: tra persone! Cosa voglio dire? I paladini dell’etica familiare e della morale sessuale devono fare attenzione: la pubblicità che mira al cuore è una pura operazione di dittatura commerciale. Quante famiglie in crisi mangiando un piatto di pasta possono lenire le ferite del cuore? Superare il tradimento di un coniuge? Affrontare la tossicodipendenza di un figlio? Quanti bambini si sono rimpinzati di merendine ‘lievitate naturalmente’ e ora non sono dei grandi aviatori o delle teen agers archeologhe? E questo per un motivo molto semplice: perchè la tradizione non è data dal prodotto che si vende, caro ‘imprenditore’, ma dal cuore, dalla vita, dai sentimenti delle persone che quel prodotto possono o meno utilizzare. E tu caro imprenditore che non riesci a prendermi per la gola (forse perchè la nostra Italia ha dei pastifici veramente rinomati al di là del grande marchio), vorresti prendermi per i fondelli piuttosto che per i fornelli… Ma questo è un monito anche per te caro consumatore: se continuerai a comprare con il cuore quello che serve allo stomaco, è facile pensare che a breve al posto della testa ti ritroverai qualcos’altro, meno ‘profumato’ della tradizione…

LA TRASMISSIONE – TRADIZIONE DEI VALORI E LA PATERNITA’ COME ‘IMPRESA’ UMANA. Noi cattolici siamo spesso tentati di confondere la tradizione della fede con la trasmissione e l’eredità di ‘costumi’ e ‘modi’ comportamentali. Ma veramente la paternità è una questione naturale? Biologica? E dunque legata a ‘dogmi’ naturali, alla trasmissione di ‘valori non negoziabili’? Pastoralmente questa impostazione è quanto meno errata e dannosa per una autentica trasmissione del Vangelo, una ‘traditio’ fidei appunto. La filiazione è un’ ‘impresa umana’, non è un mero fattore biologico o derivante dalla legge naturale. Tutta la dimensione della paternità spirituale, dello stesso concetto di adozione o di affido, la bellissima tradizione evangelica del sentirsi ‘chiamati’ alla paternità (e maternità) nell’amore, chiamati da un Padre che è puro amore, dove andrebbero a finire? Il gioco stupendo della paternità, della trasmissione della cultura, della ‘traditio fidei’ trova vita nella dinamica della libertà illimitata dell’altro. A livello comunicativo, inoltre, il messaggio di un ‘padre’ sarà sempre differente nella ricezione di un ‘figlio’, perchè l’altro è sempre qualcosa di diverso da me. Per questo, come lo studioso Recalcati sottolinea, la trasmissione nasce da un desiderio, da una domanda, dal fascino di una nostalgia: non è questione di natura, di biologia, di ‘tradizione’ intesa come dato di fatto o dogma. Allora, a livello pastorale, è molto più fruttuoso domandarsi se i valori dei padri, la simbolica antropologica di chi comunica paternità, siano affascinanti, creino domande e desideri piuttosto che ripresentare il ‘piatto di pasta scotta’ dei ‘valori non negoziabili’, o della legge ‘naturale’ o biologica. Il Vangelo di Gesù precede la natura, la innerva e la supera, ma non per qualità ‘morale’ o per ‘spessore veritativo’, ma per la portata di Amore che proviene dal cuore stesso del Padre. L’amore di un Padre che ‘vive’ nei desideri dei figli (pensiamo alla parabola lucana della misericordia) e che attende all’orizzonte con pazienza e speranza, sicuro che un ‘vero’ desiderio, un fascino autentico, una vera nostalgia vivono sempre nel cuore dei suoi figli. Per rimanere in tema: meglio un vitello grasso preparato con amore da un Padre ‘buono’, piuttosto che un piatto di pasta ‘griffato’ ma scotto, vecchio, cucinato per saziare ma non per amare!

d. Andrea