lavoro cristiano

Michael Novak un gigante della Dottrina Sociale della Chiesa.

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Dal Blog Cattolico Americano The National Register ho appreso del ritorno alla Casa del Padre di Michael NovakLeggi qui il post

I giornali italiani ne hanno dato ampio risalto con articoli dedicati, in particolare del nostro Prof. Flavio Felice che su Avvenire leggi QUI   e su Ilsole24Ore  Leggi qui ne ha evidenziato l’immenso apporto alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Avvenire riporta una sua interessantissima  intervista: leggi Qui.

Ho scoperto i libri ed il suo pensiero nel 2009, mentre frequentavo l’Istituto Teologico Marchigiano. Ho approfondito poi la conoscenza della Dottrina Sociale della Chiesa presso la Pontificia Università lateranense con il Prof. Flavio Felice, forse uno dei più importanti studiosi di Dottrina Sociale della Chiesa che lavorò e divenne amico di Michael Novak. Il suo schietto modo di scrivere, molto all’americana, profondo ma non criptico è stato illuminante. Le mie due tesi sono state completamente influenzate dai suoi libri. In fondo riporto una  una Bibliografia Essenziale

Lo voglio ricordare con un piccolo estratto della mia tesi che parla della libera iniziativa. Oggi più che mai da incentivare per rilanciare la nostra povera economia senza cadere nelle disastrose teorie colletiviste che sopprimono la libertà della Persona.

Grazie di Tutto Prof. Novak : si ricollega a questo post  inoltre

” Il diritto alla iniziativa economica traduce letteralmente dal latino “Asseverari necesse est in huius temporis mundo saepius restingui inter alia iura etiam ius ad propria incepta œconomica1, ma non rende il senso della frase. Infatti in inglese le parole “incepta oeconomica” vengono tradotte con entrepreneurial initiative; in tedesco invece unternehmerisce initiative. Sarebbe più corretto in italiano tradurle come intrapresa o iniziativa imprenditoriale oppure semplicemente imprenditorialità , termine che meglio spiega come è l’iniziativa creativa dell’uomo a essere valorizzata e difesa, essendo considerata come un diritto primario della persona.

The Pope use the Latin word for “one’s own enterprises”, faithfully rendered in the Germany translation but also well set forth in English as “economic initiative”. Thus , the world’s American meaning was made clearer although the cringingly American term “enterprise was obscured. No other social encyclical before has proclaimed the right to entrepreneurial initiative with such clarity and provided it with an ethical foundation. This implies a clear rejection of any collectivistic order of economy and society, witch has no room for entrepreneurial initiative. In other words: freedom is an essential element of a social order witch is in compliance with Catholic Social Teaching”2.

Il Papa, nella Sollecitudo Rei Socialis, difende il diritto dell’uomo a intraprendere, primo per il bene comune a favore di tutti, secondo come diritto fondamentale dell’uomo, al pari della libertà religiosa e della vita stessa.

The pope defended the right to individual enterprise , first , as necessary to the common good; and , second, as a fundamental human right, like religious liberty, founded in the subjectivity of the person, that i, in each person’s being made in the image of the creator”3.

In questo modo, l’intrapresa imprenditoriale non è solo una iniziativa egoistica, ma corrisponde a ciò che alcuni di noi sono chiamati a percorrere per il benessere della umanità. La comprensione di questo fondamentale aspetto, sia da parte degli imprenditori che degli economisti e politici, nonché del clero, potrebbe agevolare misure corrette di aiuto e sostegno a quanti hanno tale vocazione, non però strutturando risposte di tipo collettivistico, ma semplicemente spronando le varie vocazioni a venir fuori e ad operare in un sistema fortemente indirizzato a valorizzare la persona.

E’ possibile fondare il diritto alla iniziativa economica sulla soggettività creativa della persona umana, che serve il bene comune in quanto sviluppa la dimensione trascendente della persona umana stessa, mantenendo la distinzione tra valore oggettivo e valore soggettivo del lavoro.

Il diritto alla intrapresa economica assume il rango di diritto inalienabile, in quanto espressione dell’umana intelligenza e della esigenza di rispondere ai bisogni umani in modo creativo e collaborativo. Cos’è infatti la competizione imprenditoriale se non un cum-petere, ossia un cercare insieme, magari rischiando, le soluzioni più adeguate che rispondono nel modo più efficace possibile ai bisogni che man mano si presentano ed esigono di essere soddisfatti, il senso di responsabilità che scaturisce dalla libera intrapresa economica si configura tanto come virtù personale indispensabile alla crescita umana del singolo, quanto come una teoria sociale necessaria allo sviluppo di una comunità solidale.

1 Ibidem.

2 M. Novak, Free Person and the Common good, Madison Books, 1989, p.134.

3 Ibidem.

Thank you, Michael, for loving us.

Michael Novak, Requiescat in pace.

Bibliografia essenziale in italiano di Michael Novak

Verso una teologia dell’impresa (1981), Liberilibri, 1997

Lo spirito del capitalismodemocratico e il cristianesimo (1982), Studium, 1987

Questo emisfero della libertà (1990), Liberilibri, 1997

L’etica Cattolica e lo spirito del capitalismo (1994), Edizioni di Comunità, 1994

L’impresa come vocazione (1996), a cura di Flavio Felice, Rubbettino, 2000

Il fuoco dell’invenzione (1997), a cura di F. Felice, Effatà, 2005

Coltivare la libertà (1999), a cura di F. Felice, Rubbettino, 2005

Spezzare le catene della povertà. Saggi sul personalismo economico, a cura di Flavio Felice, Liberilibri, 2000

Noi, voi e l’Islam (2005), a cura di F. Felice, Liberal 2005

 

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Il Vero Problema Sociale è il LAVORO. Occorre Nuova Visione per le Pastorali Sociali del Lavoro

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Il Lavoro COME assoluta PRIORITÀ’!!!!!

 

Intervento di Bagnasco sul Lavoro del 29 aprile 2016: DA Avvenire 

il cardinale Angelo Bagnasco in occasione del convegno “Formare per educare: verso una nuova etica del lavoro”:

“Il lavoro è fondamentale per la vita dell’uomo” e soprattutto “per i giovani, perché si facciano una famiglia, un progetto di vita perché altrimenti, come dice il Papa, non c’è dignità“.  

E, a proposito di lavoro e disoccupazione, il cardinale Bagnasco ha commentato i dati ISTAT  affermando che:

“l’osservatorio delle nostre parrocchie e delle nostre comunità cristiane non registra ancora questo miglioramento che tutti speriamo, ci auguriamo e che auspichiamo”

 “serve una visione”.

“Le leggi – ha spiegato – ci vogliono eccome, servono e serve che siano giuste ed eque, ma una società società che si illudesse di risolvere i problemi sociali, a tutti i livelli, con delle leggi, seppur buone, non ha alcuna visione”.

Intervento Bagnasco alla CEI del 19 MAGGIO 2016

il lavoro è la PRIORITà

Un anno prima sempre su Avvenire si riporta il suo intervento di inizio anno con il grido:

Intervento del Cardinal Bagnasco del 26 gennaio 2015

“L’urgenza che più si impone è il LAVORO!!”

Ieri leggo questo articolo in cui il Cardinale Bagnasco afferma;

Intervento Cardinal Bagnasco del 5 giugno 2016  su il Fatto Quotidiano .

 

“Serve un miracolo“

è questa l’analisi che il cardinale Angelo Bagnasco ha sottolineato a Genova per Genova dove è Arcivescovo, ma che

è da leggersi nel quadro generale del Paese dove il lavoro non decolla nonostante alcuni segni che sembrano positivi o dichiarazioni rassicuranti.

La disoccupazione cresce”.

“I dati dicono che il 40% delle persone comprese nella fascia d’età dai 15 ai 24 anni è in cerca di lavoro, mentre la media europea è del 22%. In termini percentuali siamo gli ultimi posti”,

Per il presidente della Cei

“è forte la preoccupazione anche per gli adulti che una volta perso il lavoro hanno difficoltà a ritrovarlo, con gravi danni per la loro dignità e le loro famiglie. Diventa un peso insostenibile anche la ricerca di beni come la casa”.

“Mentre la platea dei poveri si allarga inglobando il ceto medio“, ha chiosato l’arcivescovo, “la ricchezza cresce e si concentra sempre più in mano a pochi. Auspico che la concentrazione di risorse incrementi copiosamente gli investimenti in attività produttive a vantaggio dei lavoratori” perché “la povertà tocca 4 milioni di persone, quasi il 7% degli italiani. Lo scorso anno la Chiesa ha distribuito più di 12 milioni di pasti agli italiani”.

Interventi  continui da parte del Cardinale Presidente della CEI.

La Politica in Italia purtroppo si riduce a misere beghe di partito e lecchinaggi vari, e si preoccupa poco e male della priorità indicata dal cardinale Bagnasco. E se posso permettermi una piccola polemica, anche molti Vescovi sembrano non fare sufficiente attenzione a questi richiami.

IL LAVORO è LA VERA PRIORITà

Lavoro ovviamente per la Chiesa significa che rispetti la Dignità delle persone e di la possibilità a ciascuna persona di Conseguire il BENE COMUNE che secondo la Dottrina della Chiesa è

  • 164 Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per BENE COMUNE s’intende « l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente ».
  • …… Il BENE COMUNE, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale. … 166 Le esigenze del BENE COMUNE derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali…… la prestazione di quei servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti dell’uomo: alimentazione, abitazione, LAVORO , educazione e accesso alla cultura, trasporti, salute, libera circolazione delle informazioni e tutela della libertà religiosa.

Il LAVORO è la vera ed assoluta  URGENZA  per le Persone CHE vivono in ITALIA.

Domanda:

  • COME SI CREA LAVORO?
  • Chi o Cosa possono scatenare una o più situazioni virtuose che possano creare Lavoro?

Risposte semplici NON ce ne sono.

Più volte ce ne siamo occupati in questo Blog che principalmente si occupa di PASTORALE SOCIALE. qui e qui.

Tuttavia sono un economista aziendale, con un passato da imprenditore e da consulente marketing per imprese grandi e piccole, leggi bio qui, mi sento particolarmente coinvolto nel rispondere a questa assoluta priorità.  

Anche in considerazione della mia preoccupazione per i giovani ragazzi che in Italia hanno difficoltà a trovare un lavoro dignitoso e NON IN NERO!!! leggi post con Papa Francesco che lo stigmatizza.

Il Lavoro si Crea se ci sono le condizioni idonee che permettono alle persone di Intraprendere attività che possano crescer nel tempo e occupare più persone possibili nel tempo.

Così nacquero in Italia i famosi, in tutto il mondo, DISTRETTI INDUSTRIALI, veri volani del MADE IN ITALY nel Mondo, dove le persone si creavano dal nulla la loro micro-impresa. Abbiamo i più alti indici mondiali di micro imprenditorialità.  Ma in questi ultimi anni  i potenziali imprenditori sono assai dubbiosi nel realizzare le nuove imprese, troppi ostacoli, rischi, malessere sociale nel senso che spesso chi diventa imprenditore è visto più come un ladro e sfruttatore del popolo, che non come un benemerito della società , con una legislazione PUNITIVA per chi fa impresa.

E permettetemi di dire che di questo clima contrario alla impresa le PASTORALI SOCIALI di molte diocesi sono state assai deludenti.

La maggior parte delle quali affronta l’argomento solo dal punto di vista del lavoratore, e con mal sopportazione dal punto di vista dell’imprenditore. Sento sempre e solo parlare del lavoratore o del lavoro, ma mai di coloro che lo creano il LAVORO.

PERCHE’!!!!

E se invece cambiassimo prospettiva, e provassimo ad aprire ad una NUOVA VISIONE  di una Pastorale che Stimolassero Cristianamente a mettere i Propri talenti al Servizio del

BENE COMUNE

DELLA DIGNITA’ DELLE PERSONE CHE DESIDERANO UN LAVORO.

Questa potrebbe essere una visione nuova Auspicata dal Cardinal Bagnasco che indirizzi sempre più le pastorali sociali del lavoro a stimolare i giovani e i meno giovani a “buttarsi” con coraggio nel realizzar i loro progetti imprenditoriali.

Sopportando Cristianamente gli ostacoli, i fallimenti e soprattutto i … successi i quali spesso sono quelli che distruggono le famiglie e le persone più dei fallimenti.

Insomma una Pastorale Sociale che VALORIZZI L’IMPRESA specie quella a carattere FAMILIARE.

Facendo capire come Seguire Cristo  si può anche nel  LAVORO IMPRENDITORIALE.  Ricordiamo  che  sia  SAN Giuseppe che SAN Paolo furono piccolo artigiani imprenditori.

Insomma auspico Pastorali Sociali del Lavoro meno ideologicamente orientate e più realisticamente proiettate al futuro per dare una vera e consolidata risposta alla pressante situazione odierna.

SERVE  il LAVORO

E

SOPRATTUTTO SERVE CHI CREA LAVORO

e

SERVE PREGARE 

PER STIMOLARE I TALENTI CHE

POSSANO ESPRIMERSI E

AIUTARE LE PERSONE CRISTIANE

 A …BUTTARSI NEL RISCHIO DELL’IMPRESA. 

Certo poi occorrerebbe metter in moto serie condizioni “economiche” a livello diocesano che possano supprtatre il rischio, sia in termini finanziari che in termini organizzativi, ma questo è un altro discorso.

L’importante secondo me a questo punto intanto è cambiare la VISIONE delle Pastorali, e capire che solo se riusciremo a ricreare in modo innovativo le condizioni per ricreare e rinnovare vecchi e nuovi distretti industriali, difficilmente usciremo dalla crisi.

Tutti I cristiani Italiani devono impegnarsi nella preghiera e nei talenti a spronare le rispettive diocesi per questo auspicato cambio di visione.

 

 

In omaggio al Lavoro e al suo patrono: San Giuseppe Lavoratore

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Oggi  Primo Maggio in Occasione  della Ricorrenza  del  Santo del Lavoro: San GIUSEPPE. 

Dedichiamo questo Post a tutti coloro che si chiamano Giuseppe, alla Parrocchia di Don Andrea dedica proprio a San Giuseppe Operaio vedi qui. 

Naturalmente poi dedico questo Post a tutti i LAVORATORI. Ricordando che proprio il LAVORO caratterizza i primi cristiani chiamati da Gesù Cristo a diventare apostoli. San Paolo stesso si vanta di mantenersi con il suo lavoro, costruttore di tende.

Da sempre il LAVORO invece nelle culture pagane e gnostiche è visto come avvilente e non adatto all’UOMO nobile, ma riservato agli schiavi. L’innovazione CRISTIANA è stata quella invece di esaltarne il valore, fin da essere il seme del capitalismo moderno con gli artigiani, gli imprenditori che dal basso riuscivano a creare meravigliosi oggetti e progressi per il bene di tutti.

Il LAVORO dignitoso per l’Uomo e non fine a se stesso, ma necessario per arrivare a CRISTO e nel Lavoro il Cristiano deve mostrare i suoi valori e la sua evangelizzazione ed apostato.

Pubblico così il primo capitolo della mia tesi della licenza in Teologia Pastorale conseguita a Roma nel 2012. Per approfondire e alimentare la cultura del LAVORO e non  dello sfruttamento e del parassitismo nobiliare.

BUON SAN GIUSEPPE LAVORATORE E 

BUONA LETTURA

 

CAPITOLO I
L’UOMO COME SOGGETTO DEL LAVORO

E LA SUA DIGNITÀ NELLA ENCICLICA LABOREM EXCERSENS

1.1 – INTRODUZIONE: DALLA TRADIZIONE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Tutte le encicliche e gli scritti succedutisi nel corso del tempo, riguardanti i problemi sociali, hanno affrontato il tema del lavoro, a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, poi nella questione sociale della Quadragesimo anno di Pio XI, la questione dell’ordine internazionale nel radiomessaggio di Pio XII, le questioni della giustizia e della pace di Giovanni XXIII nella Mater et Magistra, le questioni dello sviluppo e della nuova civiltà di Paolo VI nella Popolorum Progressio. L’enciclica di Giovanni Paolo II, Laborem Excersens, edita nel 1981, focalizza l’attenzione sul lavoro in collegamento organico con la tradizione.

Certamente il lavoro, come problema dell’uomo, si trova al centro stesso di quella «questione sociale» alla quale, durante i quasi cento anni trascorsi dalla menzionata Enciclica, si volgono in modo speciale l’insegnamento della Chiesa e le molteplici iniziative connesse con la sua missione apostolica. Se su di esso desidero concentrare le presenti riflessioni, ciò voglio fare non in modo difforme, ma piuttosto in collegamento organico con tutta la tradizione di questo insegnamento e di queste iniziative. Al tempo stesso, però, faccio questo, secondo l’orientamento del Vangelo, per estrarre dal patrimonio del Vangelo «cose antiche e cose nuove»1.

L’enciclica precisa, chiarifica e attualizza l’eredità del magistero sociale della Chiesa mediante una riflessione teologica-sociologica, che considera il lavoro come la chiave essenziale di tutta la questione sociale ove il lavoro risulta essere fondamentale per il bene dell’uomo.

“Se nel presente documento ritorniamo di nuovo su questo problema, – senza peraltro avere l’intenzione di toccare tutti gli argomenti che lo concernono – non è tanto per raccogliere e ripetere ciò che è già contenuto nell’insegnamento della Chiesa, ma piuttosto per mettere in risalto – forse più di quanto sia stato compiuto finora – il fatto che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo. E se la soluzione o, piuttosto, la

1 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica Laborem Exercens, (1 settembre 1984), n. 2, in Enchiridion Encicliche. Vol. 8, Centro editoriale Dehoniane, Bologna 1998, n. 208.

graduale soluzione della questione sociale, che continuamente si ripresenta e si fa sempre più complessa, deve essere cercata nella direzione di «rendere la vita umana più umana», allora appunto la chiave, che è il lavoro umano, acquista un’importanza fondamentale e decisiva”2.

Nell’epoca moderna, un enorme sviluppo interpretativo del lavoro umano è avvenuto al di fuori della giusta concezione del lavoro. La Dottrina Sociale della Chiesa può spesso cadere nelle tesi che intendono il lavoro, specie quello di tipo manuale e industriale, come abbrutimento dell’uomo, di contro a lavori che elevano l’uomo alla spiritualità. La Laborem Excersens offre una visione cristiana del lavoro, che si rifà alla tradizione magisteriale della Chiesa e che risponde alle esigenze contemporanee.

“La Chiesa cattolica ne è stata sommersa ed ha cercato di porre degli argini, ma non ha mai veramente compreso ed amato il lavoro industriale. I cattolici si sono dunque in un certo senso estraniati dal fondamentale compito sociale di produrre ricchezza, lo hanno guardato con sospetto. L’invenzione creativa delle forme di organizzazione del lavoro umano e della innovazione nel modo di produzione è stata lasciata ad altri…. con la Laborem Excersens la Chiesa cerca di andare più a fondo, al cuore della giusta concezione del lavoro umano, per orientare e disciplinare in modo diverso le enormi energie”3.

Proprio la mancata capacità di affrontare i problemi legati al lavoro moderno ha portato la riflessione del magistero ai margini del pensiero economico, e nei fedeli il sospetto che il Magistero della Chiesa fosse lontano dalla propria attività lavorativa, vista spesso in modo semplicistico e negativo. In particolare, da parte di filosofie-etiche, che vedono il ruolo del lavoro come degradante per l’uomo oppure dividono i lavori in base a criteri materialisti, tra quelli meritevoli (derivante dal pensiero e dalle arti) e quelli non meritevoli per l’uomo (derivanti dal sudore e dall’artigianilità). L’enciclica pone i confini entro i quali delimitare la questione del lavoro. Nella prima parte del testo, l’enciclica offre una lettura che risponde a queste visioni negative, partendo da come la Chiesa intenda antropologicamente l’uomo, è una lettura del lavoro che parte dal soggetto che lo compie e della importanza che ha per la realizzazione dell’uomo stesso e le sue radici affondano nella cultura.

L’enciclica non ha soluzioni prefabbricate da offrire; contiene però un approccio di tipo nuovo al fondamentale problema dell’uomo che permette una comprensione diversa da quella usuale dei grandi problemi internazionali. Essa fornisce le categorie che permettono una inedita lettura ed interpretazione della storia contemporanea…… L’enciclica Laborem Excersens con la sua fondamentale distinzione fra il significato oggettivo ed il significato

2 Ivi, n.3, in EE/8 n. 209.
3 R. BUTTIGLIONE, L’uomo e il lavoro, CSEO SAGGI, 1984, pp. 59-60; p. 87.

soggettivo del lavoro ci insegna a cercare le radici dell’uomo nella cultura4.

1.2 – IL SOGGETTO DEL LAVORO È L’UOMO E LA SUA RADICE È LA CULTURA

La prima e sostanziale affermazione sulla quale basare tutte le riflessioni sul lavoro è il fatto che il lavoro deve essere inteso in senso soggettivo, “come persona, l’uomo è soggetto del lavoro”5. Il lavoro è un fondamentale e centrale tema della Dottrina Sociale della Chiesa, un valore etico solo in quanto colui che lo compie è la persona che assume le sue decisioni sulla base della propria volontà.

Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso.6

Il lavoro visto nella sua dimensione soggettiva, sottolinea come l’uomo è destinato al lavoro, “per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro»”7. Questo assunto fondamentale chiarisce come qualsiasi lavoro non sia importante per l’obiettivo che si pone, ma per l’uomo che lo compie, la persona.

A sua volta: indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo – alle volte molto impegnativo – del suo operare, questo scopo non possiede un significato definitivo per se stesso. Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso.8

L’uomo decide di lavorare al fine di realizzare se stesso, per contribuire al progresso continuo della comunità in cui vive e per aumentare l’elevazione culturale e morale della stessa.

Giovanni Paolo II riconduce l’importanza del lavoro soprattutto in quanto stimolo all’incessante elevazione culturale e morale della società. Una radicale concezione dell’attività umana che spiazza e costringe a riflettere approfonditamente sul suo valore e sul concetto stesso di lavoro, e la sua importanza cruciale per il progresso integrale dell’uomo.

“L’uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all’incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli.

Il lavoro è cultura, anche il più semplice e ripetitivo dei lavori è cultura; forma l’uomo e accresce la sua autostima, poiché egli, grazie al suo lavoro, si rende conto di contribuire alla crescita personale e di una comunità. Si sconfigge la logica illuministica di derivazione greco-romana del lavoro, la quale considera il lavoro solo come un abbrutimento dell’umanità, a sua volta destinata ad alti e solitari compiti, specie lontano dalla “praxis”.

“Quando diciamo che il Papa propone una concezione del lavoro diversa da quella usuale non vogliamo rifarci né ad una spiritualizzazione del lavoro né ad una esaltazione del lavoro come partecipazione al compito della creazione. Intendiamo dire piuttosto che ci troviamo davanti ad un particolare approfondimento di ciò che il lavoro è in se stesso, il quale rende comprensibile in che modo sia vera l’affermazione che il lavoro è partecipazione all’opera creatrice di Dio. Lo stesso Giovanni Paolo II in una conferenza ha gettato una luce particolare su questa concezione del lavoro umano. Dice il Papa: “bisogna…. svelare in tutta la ricchezza della praxis umana quella profonda relazione con la verità, con il bene e con il bello che ha un carattere disinteressato, puro, non utilitario”.

Il lavoro, considerato come ciò che si prende cura della verità, del bene e del bello, consiste nel mettere al centro la persona umana e le sue relazioni con le altre persone, che è la creazione più alta del Creatore e quella di cui si compiace ed in cui si riflette. Compiendo il proprio lavoro, l’uomo si prende cura dell’altro e al contempo si prende cura massimamente di sé, cura nel profondo la propria anima, la quale, a sua volta, si svela all’uomo solo nell’incontro con l’altro, nella reciproca relazione umana; dunque nell’accogliere l’altro si crea il vero, il buono e il bello della convivenza comune, una dimora spirituale comune.

L’uomo è chiamato al lavoro perché è attraverso il lavoro che egli si prende cura della persona, in sé e negli altri, ed esercita la propria responsabilità verso di essa. Nessuno può compiere la propria vocazione umana se non attraverso un lavoro. La dinamica propria dell’umano è infatti segnata dall’incontrare il vero, il bello ed il bene (in una parola forse potremmo dire l’essere ) e dal rimanere carichi di meraviglia e di stupore davanti ad essi, per poi prendersene cura… Ciò rende differente il lavoro dell’uomo dalla fatica degli animali.

1.3 – LA DIGNITÀ DELL’UOMO NEL LAVORO SOGGETTIVO

L’uomo deve lavorare, non per realizzare una necessità naturale e sottrarsi alla fame, ma perché il lavoro appartiene alla sua piena realizzazione in quanto uomo e in quanto persona tra le persone. Il lavoro che valorizza il soggetto è un bene per l’uomo e gli rende la sua piena dignità, lo rende più uomo.

“Eppure, con tutta questa fatica – e forse, in un certo senso, a causa di essa – il lavoro è un bene dell’uomo. Se questo bene comporta il segno di un «bonum arduum», secondo la terminologia di San Tommaso, ciò non toglie che, come tale, esso sia un bene dell’uomo. Ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce. Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. Il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»12.

Il lavoro soggettivo è un bene che corrisponde all’uomo e alla sua dignità, ciò che corrisponde all’uomo nella sua massima espressione. Tali considerazioni giungono a considerare la laboriosità come una virtù, in quanto capace di trasformare l’uomo e coloro che gli sono accanto verso la loro piena e integrale realizzazione, sia materiale che spirituale.

Senza questa considerazione non si può comprendere il significato della virtù della laboriosità, più particolarmente non si può comprendere perché la laboriosità dovrebbe essere una virtù: infatti, la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo. Questo fatto non cambia per nulla la nostra giusta preoccupazione, affinché nel lavoro, mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità13.

La dignità dell’uomo, preservata nel lavoro, consente all’uomo stesso di sentirsi parte della comunità: in questo modo egli può offrire il proprio contributo e realizzarsi, sia formando una famiglia che offrendo la propria solidarietà, radici fondamentali della cultura della Dottrina Sociale della Chiesa.

“Appartiene infatti al lavoro umano una particolare capacità di unire gli uomini fra di loro, di stabilire fra di essi una rete di relazioni all’interno della quale essi fanno esperienza della loro umanità. La solidarietà, che emerge dal lavoro è insieme con la famiglia, la radice fondamentale della cultura: attraverso il lavoro e la famiglia si pongono in modo esistenzialmente concreto per ciascuno i grandi interrogativi sul significato ed il destino, i quali propriamente costituiscono e articolandola cultura dell’uomo”.

1.4 – LA SPIRITUALITÀ DEL LAVORO

La cultura del lavoro, prima della missione evangelizzatrice, informa la vita di Nostro Signore Gesù Cristo, dall’azione alla contemplazione che porta alla evangelizzazione delle genti. Il lavoro perciò si trasforma in qualcosa di immanente, restituisce all’uomo cento volte tanto in spiritualità di quanto l’uomo stesso dia in materialità. L’importanza del lavoro si estende dunque anche alla sua dimensione spirituale: l’uomo cresce nella sua interezza di corpo e spirito.

Diverso è il genio del cristianesimo, già interamente contenuto in quel primo Vangelo del lavoro che è la vita nascosta di Gesù a Nazareth come figlio del carpentiere Giuseppe. Nella visione cristiana della vita, la cultura appare fin dal principio immanente al lavoro come un suo significato e valore; contemplazione e azione appaiono come due lati di un’unica esperienza della persona”15.

La dimensione soggettiva del lavoro deve perciò essere perfezionata e contemplare l’aspetto che compone la piena umanità, la sua insita spiritualità. Il lavoro influenza anche questo aspetto dell’uomo, in quanto corpo e spirito: entrambi si uniscono e permeano il lavoro soggettivo e a loro volta condizionano l’uomo. Egli non può rinunciare a considerarli fondamentali per la propria vita, e occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalle tre virtù teologali, per dare al lavoro i significati necessari al fine di realizzare l’opera della salvezza disegnata dal suo Creatore.

Dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus persona, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale. All’uomo intero è pure indirizzata la Parola del Dio vivo, il messaggio evangelico della salvezza, nel quale troviamo molti contenuti – come luci particolari – dedicati al lavoro umano. Ora, è necessaria un’adeguata assimilazione di questi contenuti; occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalla fede, dalla speranza e dalla carità, per dare al lavoro dell’uomo concreto, con l’aiuto di questi contenuti, quel significato che esso ha agli occhi di Dio, e mediante il quale esso entra nell’opera della salvezza al pari delle sue trame e componenti ordinarie e, al tempo stesso, particolarmente importanti.16

Il lavoro appare così nella giusta luce solo se lo si intende importante tanto per il corpo quanto per lo spirito. Compito fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa è porsi al servizio di questa visione teologica e sociologica cristiana del lavoro, in modo che tutti gli uomini si avvicinino alla spiritualità del lavoro e, attraverso essa, a Dio.

…dovere pronunciarsi a proposito del lavoro dal punto di vista del suo valore umano e dell’ordine morale, in cui esso rientra, in ciò ravvisando un suo compito importante nel servizio che rende all’intero messaggio evangelico, contemporaneamente essa vede un suo dovere particolare nella formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell’uomo e del mondo e ad approfondire nella loro vita l’amicizia con Cristo, assumendo mediante la fede una viva partecipazione alla sua triplice missione: di Sacerdote, di Profeta e di Re, così come insegna con espressioni mirabili il Concilio Vaticano II.

Una spiritualità del lavoro patrimonio di tutta l’umanità, in grado di influenzare tutti gli uomini e condizionare la vita di tutto il mondo. Un chiaro invito a indirizzare la pastorale sociale verso una evangelizzazione che passi anche attraverso il lavoro dell’uomo.

“Bisogna, dunque, che questa spiritualità cristiana del lavoro diventi patrimonio comune di tutti. Bisogna che, specialmente nell’epoca odierna, la spiritualità del lavoro dimostri quella maturità, che esigono le tensioni e le inquietudini delle menti e dei cuori”.

La dimensione personale del lavoro soggettivo, dignitoso e spirituale, trasforma l’uomo, lo rende capace di partecipare veramente all’opera di Dio e trova compimento attraverso le opere evangeliche di Cristo, a dimostrazione di come Egli compia l’opera del Vangelo; e l’eloquenza della vita di Cristo che ci fa capire come Egli appartenga al mondo del lavoro.

“Infatti, Gesù non solo proclamava, ma prima di tutto compiva con l’opera il «Vangelo» a lui affidato, la parola dell’eterna Sapienza. Perciò, questo era pure il «Vangelo del lavoro», perché colui che lo proclamava, era egli stesso uomo del lavoro, del lavoro artigiano come Giuseppe di Nazareth. E anche se nelle sue parole non troviamo uno speciale comando di lavorare – piuttosto, una volta, il divieto di una eccessiva preoccupazione per il lavoro e l’esistenza, però, al tempo stesso, l’eloquenza della vita di Cristo è in equivoca: egli appartiene al «mondo del lavoro», ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre”.

1.5 – DALLA DIMENSIONE PERSONALE, ALLA FAMIGLIA E ALLA NAZIONE

La Laborem Excersens considera il carattere universale del lavoro, inteso nei suoi principali valori che rendono l’uomo più uomo, e gli permettono di realizzare la sua vocazione primaria, che è quella di vivere con gli altri e per gli altri così da completarsi a vicenda. L’enciclica usa a tale scopo la metafora dei 4 cerchi: il primo cerchio è la dimensione personale del lavoro, dignitoso, soggettivo e spirituale, il secondo cerchio è la famiglia, il terzo cerchio è la nazione ed infine l’ultimo cerchio è l’unione delle nazioni.

Confermata in questo modo la dimensione personale del lavoro umano, si deve poi arrivare al secondo cerchio di valori, che e ad esso necessariamente unito. Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori – uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana – devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno «diventa uomo», fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo.20

La dimensione etica e culturale, riscoperta con questa analisi del lavoro, sviluppa un concetto armonioso dell’uomo, e questo offre la possibilità di vivere in pace e solidarietà con tutti gli altri, a partire dal nucleo principale e naturale: la famiglia. Pensiamo, invece, a un lavoro egoistico e fine a se stesso, o rivolto alla assolutizzazione del profitto o sminuito in chiave collettivistica, che annulla l’uomo negli ingranaggi della politica per un bene superiore ma estraneo all’uomo stesso. Questo genera una spirale che sempre più conduce tutti gli uomini a isolarsi e ad essere considerati oggetti al pari delle macchine, numeri da usare per calcoli algoritmici.

“Diversamente stanno le cose se entriamo nella prospettiva secondo la quale il lavoro è un sistema di comunicazione e dialogo fra gli uomini che costituisce una particolare comunità umana. Lavorare è allora un entrare in rapporto con l’altro uomo per prenderci cura insieme della terra e delle persone che abbiamo a cuore. Se guardiamo al lavoro in questo modo allora ci importa che quel sistema di comunicazione non sia falsato, che sia giusto”.

La riflessione del professor Buttiglione evidenzia come, a partire dal lavoro, si debba costruire una giustizia e una pace a carattere mondiale; infatti, il terzo cerchio della enciclica, nel quale l’uomo con il suo lavoro fonda se stesso, è la nazione:

“Il terzo cerchio di valori che emerge nella presente prospettiva – nella prospettiva del soggetto del lavoro – riguarda quella grande società,alla quale l’uomo appartiene in base a particolari legami culturali e storici. Tale società – anche quando non ha ancora assunto la forma matura di una nazione – è non soltanto la grande «educatrice» di ogni uomo, benché indiretta (perché ognuno assume nella famiglia i contenuti e valori che compongono, nel suo insieme, la cultura di una data nazione), ma è anche una grande incarnazione storica e sociale del lavoro di tutte le generazioni. Tutto questo fa sì che l’uomo unisca la sua più profonda identità umana con l’appartenenza alla nazione, ed intenda il suo lavoro anche come incremento del bene comune elaborato insieme con i suoi compatrioti, rendendosi così conto che per questa via il lavoro serve a moltiplicare il patrimonio di tutta la famiglia umana, di tutti gli uomini viventi nel mondo.

La giustizia e la pace sono i frutti della dimensione personale del lavoro, che consente all’uomo di realizzare la vocazione ad essere ancora “più uomo”. Sistemi economici e politici, che non rispettano tali fondamentali valori antropologici, possono risultare estremamente dannosi, fino ad arrivare a costruire società non giuste e senza la pace necessaria, in quanto trasformano l’uomo in una merce. La salvaguardia del primo cerchio consente lo sviluppo del secondo, che a sua volta estende i suoi benefici a tutte le nazioni. Se così non accade, il mondo implode su se stesso, causando la crisi dell’uomo fin nel suo stesso essere uomo.

Si oppongono alla dottrina sociale della Chiesa i sistemi economici e sociali, che sacrificano i diritti fondamentali delle persone, o che fanno del profitto la loro regola esclusiva o il loro fine ultimo. Per questo la Chiesa rifiuta le ideologie associate nei tempi moderni al «comunismo» o alle forme atee e totalitarie di «socialismo». Inoltre, essa rifiuta, nella pratica del «capitalismo», l’individualismo e il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano.

Capitalismo, Socialismo e Comunismo, accomunati da una riduzione dell’uomo non possono essere contemplati dalla DSC in quanto annientano la possibilità dell’uomo di scegliere di realizzare se stesso, mettendo in pratica tutta la propria persona, con la sua creatività, la sua perseveranza e il suo coraggio.

1.6 – CONCLUSIONE

Giovanni Paolo II, con la Laborem Excersens, pone nella prospettiva cristiana il lavoro dell’uomo, come dimensione personale. Esalta l’importanza del soggetto sull’oggetto, lo considera la base della dignità dell’uomo, perché lo conduce ad una completezza integrale attraverso una spiritualità che è insita nel lavoro stesso. Questo cerchio è come la pietra d’angolo che regge l’arcata di tutte le riflessioni che seguiranno sul lavoro dell’uomo, non possiamo prescindere da queste considerazioni, pena l’esclusione dell’uomo stesso dalla sua realizzazione integrale. Pertanto egli, con il lavoro, si completa formando una propria famiglia che vive insieme ad altre famiglie in una nazione, e le varie nazioni nel mondo. Frutti maturi di un lavoro dignitoso e spirituale sono la giustizia e la pace.

Abbiamo cercato, nelle presenti riflessioni dedicate al lavoro umano, di mettere in rilievo tutto ciò che sembrava indispensabile, dato che mediante esso devono moltiplicarsi sulla terra non solo «i frutti della nostra operosità», ma anche «la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà». Il cristiano che sta in ascolto della parola del Dio vivo, unendo il lavoro alla preghiera, sappia quale posto occupa il suo lavoro non solo nel progresso terreno,ma anche nello sviluppo del Regno di Dio,al quale siamo tutti chiamati con la potenza dello Spirito Santo e con la parola del Vangelo.