teologia

Ripensare la Pastorale. Intervento di Don Sergio Siracusano

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don Sergio Siracusano

 

Con Molto piacere oggi ospitamio un caro amico siciliano con il quale abbiamo condiviso gli studi alla Pontificia Università Lateranense. In occasione della recente  pubblicazione del  suo  Libro su Don Luigi Sturzo  per i quaderni del Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo dal Titolo (CISS):

 

Don Luigi Sturzo

SACERDOTE DI CRISTO AL SERVIZIO DELL’UOMO

Ce lo ha appena inviato e per questo lo ringraziamo e presto pubblicheremo una nostra recensione dopo averlo letto con piacere durante questa estate caldissima.

Di seguito il suo curriculum e un suo articolo su come ripensare la Pastorale che ci trova molto d’accordo. Buona Lettura. (cfr su stesso tema:   pastorale per la parrocchia e pastorale e ascolto )

Don Sergio ha conseguito la Licenza in Sacra Teologia con Specializzazione in Dottrina Sociale della Chiesa presso  la Pontificia Università Lateranense nel 2013, con una Tesi su Don Luigi Sturzo.  Ha conseguito poi nel 2014 il Master in Dottrina Sociale della Chiesa presso la Fondazione Centesimus Annus-Vaticano.

Dal 24 settembre del 2006 è stato nominato da sua eccellenza Mons. Giovanni Marra Arcivescovo di Messina, Parroco della Parrocchia S. Maria del Rosario in Giammoro.

Dal 2008 è direttore dell’Ufficio Diocesano per i problemi sociali e del Lavoro e dal 2013 Segretario dell’Ufficio Regionale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia , la pace e la salvaguardia del creato della Conferenza Episcopale Siciliana.

E’ Tutor diocesi di Messina del “progetto Policoro”   della CEI e consulente Ecclesiastico della Sezione di Messina dell’Unione Cristiana Imprenditori e dirigenti (Ucid)

Ripensare la pastorale

«Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice. L’accettazione del primo annuncio, che invita a lasciarsi amare da Dio e ad amarlo con l’amore che Egli stesso ci comunica, provoca nella vita della persona e nelle sue azioni una prima e fondamentale reazione: desiderare, cercare e avere a cuore il bene degli altri»
(Evangelii Gaudium, 178).

Si parla tanto ultimamente di Chiesa missionaria, di conversione pastorale. Papa Francesco in particolare nella Evangelii gaudium ci invita ad essere “Chiesa in uscita”, estroversa (Cfr. Evangelii gaudium, 20-24). Concretamente ciò significa – come suggerito dal compianto teologo pastoralista, mons. Lanza, e oggi dal prof. Asolan (cfr. Il tacchino induttivista, ed. Pozzo di Giacobbe, 2010) – superare il trinomio catechesi, liturgia e carità, i “tria munera” e passare ad una pastorale ad intra ed ad extra secondo gli ambiti indicati dal Convegno delle Chiese d’Italia di Verona del 2006 (affettività, fragilità, lavoro e festa, tradizione, cittadinanza).
Sergio Lanza ha sostenuto che la canonica triplice organizzazione dell’azione pastorale (liturgia, catechesi e carità) attorno ai “tria munera” (sacerdotale, profetico e regale) sia sempre più insufficiente a raccogliere le variabili del vissuto storico ecclesiale per “scarsa funzionalità pratica e carente fondazione teoretica” e ha proposto una nuova (e sempre perfettibile) organizzazione: prima evangelizzazione, educazione e formazione cristiana, edificazione della comunità e cura spirituale dei fedeli, presenza e azione nel mondo,secondo la struttura propria della chiesa comunione (actio ad intra) e missione (actio ad extra) in rapporto di coappartenenza (Cfr. S. Lanza, Convertire Giona, OCD, Roma 2005, 179-186).
Dario Viganò, riprendendo il pensiero del prof. Lanza, sostiene che: «il trinomio evangelizzazione – liturgia – carità spinge verso un’azione pastorale fortemente squilibrata: dedica molto alla parte ad intra (strutturando organicamente le celebrazioni, i sacramenti, i vari momenti della vita interna di una comunità…) e fatica molto ad organizzare il resto (configurando la pastorale ad extra più come una pastorale di iniziative che una pastorale strutturata organicamente)» (I Laterani del Redemptor hominis, in La teologia pastorale oggi, Lateran University Press, 2010, 7-9).
Ripensiamo la pastorale e domandiamoci: Chi intercettiamo con tutte le nostre – pur numerose – attività? Quante risorse impieghiamo? E per raggiungere quante persone? Quanti esclusi dalle nostre iniziative?

«La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia…» (Evangelii gaudium, 33).

Ripensare la pastorale esige

“un saggio e realistico discernimento pastorale”.

Tale conversione porta a recuperare una presenza più incisiva nel territorio, in una società post-cristiana, e a superare la dicotomia – tipica degli anni ‘60-‘70 e ormai datata e insignificante – clero/laici per una visione di Chiesa – Popolo di Dio in cammino, con una pastorale più attenta all’uomo e alle vicende quotidiane, sì da essere voce forte nella dialettica cittadina, nelle dinamiche socio culturali.
In sintesi si tratta di recuperare la pastorale sociale, che – come evidenziava un documento della Cei del 1992;

 “Evangelizzare il sociale” – è «l’espressione viva e concreta di una comunità pienamente coinvolta dentro le situazioni, i problemi, la cultura, le povertà e le attese di un territorio e di una storia».

  Non una pastorale a parte ma che faccia sintesi… Sostiene Asolan: «A me sembra che sia stata la mappatura dell’azione ecclesiale – così come si è venuta configurando nel trinomio evangelizzazione/liturgia/carità – ad aver contribuito in maniera decisiva all’isolamento della pastorale sociale dal resto della pastorale diocesana» (P. Asolan, Il tacchino induttivista, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2009, p. 158).
Già san Giovanni Paolo quando parla – nel 1991 – di nuova evangelizzazione così si esprime:

«La “nuova evangelizzazione”, di cui il mondo moderno ha urgente necessità e su cui ho più volte insistito, deve annoverare tra le sue componenti essenziali l’annuncio della dottrina sociale della Chiesa» (Centesimus annus, 5)

Vediamo oggi quanta richiesta di sacro, di senso religioso e di esoterismo… Vediamo con piacere quanto movimento nelle parrocchie per visite e peregrinazioni di Reliquie e statue, quante devozioni che aumentano. È un bel segnale, ma chiediamoci: corrisponde un impegno uguale o maggiore per una fede incarnata? Pensiamo a come entrare dentro i problemi del nostro tempo? È accolta la proposta di osservatori di pastorale sociale, di laboratori di dottrina Sociale della Chiesa, di percorsi di formazione all’impegno socio-politico?

Abbiamo molti laici di qualità.

Siamo impegnati in un ambito culturale? Riusciamo ad essere presenti nella riflessione delle nostre città, ad incidere nel pensiero corrente? Riusciamo come Chiesa a dire una parola sulle questioni urgenti? A dialogare con il mondo universitario? Sappiamo abitare la città?
Siamo chiamati a ripensare la pastorale della nostra Arcidiocesi, soprattutto attraverso i Consigli Pastorali parrocchiali, vicariali, e quello diocesano.

Papa Francesco, proveniente dalle metropoli argentine, ipotizza una “pastorale urbana” per le grandi metropoli. Come non pensare ad una pastorale urbana per le più grandi città delle nostre diocesi che – seppur non metropoli – necessitano di una Pastorale cittadina integrata e coordinata.

«L’importante è non camminare da soli,

contare sempre sui fratelli e

specialmente sulla guida dei Vescovi» (Evangelii gaudium, 33).

Sergio Siracusano

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Alfiere cristiano e capitalista

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LETTERA INVIATA AD AVVENIRE
IN RISPOSTA ALL’ARTICOLO DEL PROF. RAVASI

buona sera,
ho appena terminato di leggere il lunghissimo articolo del prof. Ravasi su S. Giuseppe che
nel sottotitolo riporta il Santo delle Partite Iva.
Scrivo al solito per difendere le uniche persone che mai vengono difese, ovvero le persone che
come San Giuseppe dipendono dalle Commesse ricevute e soprattutto pagate.
Il “Tektos” di in ogni tempo dipendeva da coloro che pagava per ottenere qualche suo lavoro pronto di già o su commessa, senza lavoro non si mangiava.
Immagino che se fosse stato bravissimo e particolarmente creativo, un “tektos” aveva più commissioni di altri,
e magari per l’aumentato lavoro aver qualcuno che lo potesse aiutare. Inoltre immagino che la grazia per un falegname
è che le commesse vengano pagate, una volta concordate. Se così non fosse, occorre una giustizia del mondo
che potesse garantire l’esecutività dei contratti. Inoltre per ottemperare alle commesse ricevute, aveva bisogno di soldi per le materie prime, soldi che spesso erano prestati sotto usura. Non parliamo poi delle esose tasse.
La ricerca delle commissioni e i contratti stipulati non sono forse la base del mercato? E il capitalismo non si base sul mercato onesto e regolato di chi offre e di chi riceve? Se manca la domanda e l’offerta anche un santo come Giuseppe temo non potesse di certo lavorare. Inoltre è normale che tra tektos ci fosse il più stimato e bravo, e perciò più pagato che si arricchirà di più, e chi invece modestamente fa ma meno bravo e potrà vivere degnamente sempre che riceva le commesse, non è mica scontato.
Ebbene se il quadro fatto è esattamente quello di un falegname dell’epoca, non so se lo sa il prof. Ravasi, ma tutti i borghesi all’inizio della loro attività sono passati dalla povertà estrema riscattata attraverso il fare. La loro bravura rispetto agli altri riscattava il passato per raggiunger una vita più che dignitosa e con i giusti agi conquistati.
Vivendo in un distretto industriale la storia di San Giuseppe, di artigiani che con bravura si sono meritati tutto, ne conosco a bizzeffe, compresa la mia famiglia con il capo aziendale che era mia madre, pur essendo figlia di un fornaio, ha creato dal nulla una azienda di oltre 50 persone.
Da fornaia a …. borghesia provinciale. Nei distretti del fare, è la norma.
Il Prof. Ravasi rimane sul vago sulla ricchezza con giri di parole per non dire nulla, ma si capisce che vuole colpire quelli che definisce gli alfieri del connubio capitalismo-cristianesimo.
Grazie professore non sapevo di essere un alfiere, speravo magari di essere cavaliere, di certo sfugge in cotanti giri inutili di parole 3 o 4 secoli di storia cristiana dal medio-evo che ha permesso il fiorente crescere dei tanti San Giuseppe “falegnami” che hanno reso l’Italia ed il Mondo occidentale il luogo migliore al mondo in cui vivere. Immersi nella bellezza assoluta delle opere d’arte di ogni tipo, spesso pagate dalle tasse che tosavano proprio i tektos delle nostre città.
Ignorati Patrizio Olivi, San Bernardino da Siena e il tanto stimato conterraneo San Giacomo della Marca.
L’alfiere saluta e auspica un deciso orientamento cristiano a favore di chi fa come San Giuseppe e si prodiga a cercare commissioni in modo da poter assumere tanti ma tanti giovani, ai quali trasmettere la voglia di fare e non di essere parassiti della società, ” chi non lavora neppur mangi”.

Il cristianesimo perchè renderlo banale?

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Il cristianesimo è prima di tutto una esperienza di vita. Su questa esperienza che ti cambia il modo come vivi e come partecipi alla vita di tutti, “meta-noia”, si basano tutti gli scritti che ne seguono. Non siamo credenti grazie ai detti o agli scritti, ma lo siamo in quanto esperiti da una coinvolgimento profondo che ci ha cambiato, con la immodesta presunzione di offrire a tutti la possibilità di vivere la stessa esperienza salvifica.

Centro e fulcro di tutto è Gesù Cristo, un Dio che si è fatto uomo e che risorgendo dalla carne in una altra carne ci dà la possibilità di aderire a questa salvezza.

Vi sembra banale? NO NON è BANALE, è STRA-ORDINARIO è qualcosa di sconvolgente, mettere al centro della propria vita il vivere seguendo un Dio che si è fatto ammazzare dagli uomini per poi risorgere e salvarci. WOW, è fuori da tutti gli schemi “logici-razionali”.

Allora da uomo di Marketing mi chiedo?

PERCHE’ NOI CRISTIANI CHE ABBIAMO UN PRODOTTO STRA-ORDINARIO LO RENDIAMO BANALE?

Perchè banalizziamo in molti discorsi il ruolo centrale che ha nelle nostre vite tale straordinarietà salvifica?

Anche a me capita, quando mi chiamano per delle consulenze elencare alcuni aspetti del mio Curriculum, e di fare fatica a evidenziare il fatto che insegno Religione Cattolica. Penso che capiti a tutti noi, lasciamo nel segreto la cosa che ci rende stra-ordinari, mancando poi a un preciso incarico apostolico che lo stesso Cristo ci ha invitato a rispettare, quello di divulgare e diffondere la nostra Salvezza per la Salvezza di tutti.

D’altronde io per primo fui salvato da chi mi offrì tale salvezza, inaspettatemente e direi sorprendetemente.

Allora ho deciso che da oggi a ogni richiesta di Curriculum o di lettera di presentazione evidenzierò l’aspetto centrale del mio essere come parte centrale della mia vita.

Altrimenti tempo si possa cadere nel bieco gnosticismo, con i suoi fasulli segreti solo per iniziati. Il cristianesimo è esattamente opposto alle iniziazioni, è aperto a tutti e attraverso tutti e non è BANALE, seguendo semplici logiche razionali greche, ma è stra-ordinario va al di là della comprensione logico razionale.

Perchè la FEDE è VITA,

non LOGICA.

La vivi non La ragioni.

Chi si dichiara : cattolico NON PRATICANTE, è un ignorante oltre che un non Cattolico.

Lettera ad Avvenire e risposta del Prof. Luigino Bruni

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Pubblico la mia lettera inviata al quotidiano Avvenire diretto da Marco Tarquinio e pubblicata
il giorno mercoledì 5 febbraio a pagina 2.
A seguire pubblica la risposta che mi ha onorato di inviare il prof. Luigino Bruni.
Il tema è la lettura della Evangelium Gaudium e la Dottrina Sociale della CHiesa sui temi del lavoro
e dell’Impresa, i quali mi sono particolarmente a cuore.

Egr. Direttore Marco Tarquinio,
sono Paolo Orlandi prof. Marketing presso il Poliarte di Ancona, IDR scuola superiore di Civitanova Marche. Un passato da imprenditore e pres.dei giovani Industriale di Fermo, poi conversione e conseguimento Baccalaurea e Laurea in Teologia Pastolarale.
I temi del lavoro e dell’Impresa mi appassionano e
credo sia importante infondere una cristiana speranza e un coraggio francescano a chi fa impresa, come ai bei tempi di S.Giacomo della Marca e di S. Bernardino, i quali riuscirono ad offrire agli artigiani la possibilità di mettere in opera i talenti e fioccarono le piccole imprese a carattere familiare che resero prospera per decenni i comuni.
Azioni spontanee, senza che alcun disegno “ideologico” lo prevedesse. Sono bastati delle minime sovrastrutture che le proteggessero dai soprusi dei nobili, in primis quello della Usura per scatenare la voglia di mettersi in proprio e tutto in famiglia.
Constato invece articoli di stampo “ideologico” tipo quelli del prof. Bruni che auspica “una intrapresa di cooperazione intenzionale, esercizio di virtù sociali, faccenda comunitaria e personale”, e auspica le “giuste istituzioni” per mitigare le passioni delle persone.
Domanda: chi decide cosa è giusto e quali passioni? Quando mai in economia ha funzionato la pianificazione economica?
Per far emergere il bene comune l’esempio migliore del passato sono stati i nostri distretti industriali, i quali nacquero nella assoluta indifferenza accademica.
Questi emersero grazie a sovrastrutture minime che permettevano alle persone di raccogliere le briciole di Epulone, per poi imparare un mestiere e diventare industriale. Qui a Fermo di questi esempi sono molti: Della valle, Bracalente-NeroGiardini, Pizzuti-Docksteps, Paciotti, Sacripanti- Manas, Botticelli, Santoni etc.
I distretti sono l’esempio più eclatante di come le persone se messe nelle condizioni di operare con istituzioni minime e non invasive possono offrire initenzionalmente lo sviluppo integrale delle persone, non dimentichiamo che nei distretti la famiglia è tutt’uno con l’impresa.
Ogni volta che il fantomatico legislatore economico “giusto” ha tentato di innestare il processo distrettuale ha ottenuto solo disastri.
Sono le singole volontà a scatenare gli effetti positivi inintenzionali di azioni, grazie alle persone con i loro fallimenti e risalite nascono i distretti, all’interno di comunità allargate.
Oggi sono proprio le istituzioni ad affondare i distretti con la oppressione di burocrazia, tasse e scarsità dell’offerta formativa.
Visitate il nostro distretto e le migliaia di famiglie che hanno reso ricchissima una terra da povera che era non molti anni fa. Noi che eravamo sotto giuste istituizioni papaline che non concessero alle passioni di realizzare i propri talenti. Cosa invece che attorno agli anni 60 quando i nostri nonni rischiando si inventarono una industria, molti ci riuscirono, altri fallirono, il risultato però non fu certo frutto di una cooperazione intenzionale.

Lì 2 febbraio 2014

QUESTA INVECE LA RISPOSTA DEL PROF. Bruni inviatemi la sera del 2 febbraio e pubblicata sempre il mercoledì 5 febbraio a pagina 2 di Avvenire.

Gentilissimo Professore, Le anticipo quanto inviato al Direttore che mi ha chiesto di rispondere alla Sua gentile lettera. Non sapendo quando e come il giornale risponderà (dati i tempi dei giornali), ho pensato di inoltrarle intanto questa mia risposta. E’ forse un po’ schematica e evidentemente insufficiente dati i temi che tocca, ma intanto le faccio arrivare un po’ di reciprocità. A presto, Luigino

——
Gentilissimo Professor Orlandi,
il Direttore mi ha girato la Sua mail, pregandomi di replicare. Innanzitutto grazie per la lettera, e per le questioni che solleva. Da marchigiano (provincia di AP) conosco i nostri distretti, e sono d’accordo che sono stati il frutto di una cultura diffusa e tacita, famiglie e comunità fiorite anche in economia. Non mi è invece chiara la sua critica alla mia idea di “cooperazione intenzionale”, alle “giuste istituzioni” che mitighino le passioni degli individui. L’idea che porto avanti da un po’ è che una specificità del capitalismo latino (di paradigma cattolico) rispetto a quello aglosassone oggi dominante (di matrice protestante) è proprio la natura “mediata” del nostro modello di mercato, una mediazione delle diverse istituzioni. QUi, come sa meglio di me dati i suoi studi teologici, viene in evidenza la differenza tra l’umanesimo latino mediato dalla chiesa (e dalle istituzioni) e quello “immediato” (sola fide) del mondo anglosassone, dove le istituzioni non sono necessarie. Il problema è che il nostro capitalismo comunitario-mediato si è ammalato (anche per la risposta della Controriforma), e continua ad esserlo. E occorre curarlo, secondo me.
Dietro i due miei articoli che lei critica c’è proprio l’idea di economia e di mercato che è fiorita anche nei distretti industriali – di cui ho parlato più volte, anche su Avvenire. L’idea di un mercato fondato sulla ideologia degli effetti non intenzionali non mi sembra che colga bene che cosa è accaduto nei nostri distretti. A proposito di distretti, come Lei sa Giacomo della Marca e Bernardino da Siena furono grandi ispiratori di istituzioni diverse, i Monti di Pietà, che furono importanti per quelle prime lotte alle usure. E senza una politica industriale diversa da quella attuale, i nostri mezzadri sarebbero con ogni probabilità rimasti tali. Poi non credo che i nostri imprenditori sono stati dei “lazzari” che hanno raccolto “le briciole dei ricchi epuloni”; dietro quegli imprenditori e accanto a loro c’erano invece saper fare agricolo (erano già imprenditori in quanto mezzadri), virtù civili e religiose, capacità di cooperare con gli altri, istituzioni migliori delle attuali, sui quali le opportunità industriali fiorirono in imprese e benessere diffuso. Le piccole imprese familiari non nacquero dai ricchi epoluni (molto pochi e poco ricchi, nelle nostre parti), e non erano certamente dei lazzari ma gente con grande dignità e talenti.
Siamo d’accordo che la burocrazia ci sta complicando molto la vita, e tarpando spesso le ali; ma occorre farne di migliori e renderle efficienti, non farne a meno: basta guardare che cosa accade in Germania, dove le istituzioni ci sono, e come se ci sono, ma sono diverse; meno burocratiche e più efficienti. Non esiste nessun sviluppo economico sostenibile senza istituzioni alleate: questo lo dice anche la nostra storia italiana, oltre alla enorme evidenza empirica in tutto il mondo.
Mi dispiace che abbia letto i miei interventi da un verso che mi fa apparire nemico dei distretti e fautore delle burocrazie. Comunque grazie ancora, e scusi il tono un po perentorio della mia,
cordialmente,
Luigino Bruni

Il marketing al servizio della pastorale

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Pochi giorni fa il preside della scuola superiore tecnica dove sono I.r.c. mi ha invitato
a partecipare ad una iniziativa a livello comunale.
In occasione dell’arrivo della statua ritraente Don Bosco, il comune
ha concesso ai salesiani locali di organizzare in piazza una sorta di manifestazione
per “catechizzare” gli studenti sulla figura di Don Giovanni Bosco, ed in particolare
sulla sua opera di evangelizzazione a favore dei giovani.
Infatti veniva spesso citato come il santo dei giovani.
Premesso che conosco assai poco e male la storia evangelizzatrice del Santo,
in più mio padre fu ai tempi allievo del collegio salesiano di Macerata,
e non ne parla un granchè bene, tuttavia mi preme sottolineare
come sono rimasto colpito da un fatto:
Oggi una evangelizzazione fatta così
SERVE A POCO O a nulla.

La classe che ho accompagnato era un primo, bravi ragazzi con i loro piccoli o grandi problemi
legati all’età o alle loro situazioni familiari.
Hanno assistito interdetti alle esibizioni “canore” dei ragazzi svoltesi sul palco, e per lo più rivolte
ai piccoli delle elementari.
Hanno apprezzato il panino offerto.
Poi la processione di circa 10 minuti, indi in chiesa per una breve preghiera e ….stop.
La settimana seguente a scuola nessuno di loro ricordava il motivo della uscita, nè hanno partecipato alle iniziative serali sulla figura del santo.
Insomma a che servono queste manifestazioni puerili?
Intrattenere una orda di piccoli delle elementari, serve a nulla, occorre parlare alle fasce di età più esposte e intrise di problemi, quella fascia cha va dai 15 ai 20 anni.
Occorre competenza, passione, coraggio di innovare i modi di parlare loro.
Essendo un professionale un modo potrebbe essere quello di mettere in pratica il loro saper fare al servizio della parrocchia, dell’oratorio.
Coinvolgerli con il FARE.
Basta con i Ban che non ho mai ben capito a chi piacciono.
Di sicuro ai miei alunni NO, ne al 99% dei loro coetani.
Siamo nel 2013 le competenze digitali dei ragazzi sono ampliate e illimitate,
perchè non sfruttarle?
Inoltre la maggior parte dei ragazzi che prosegue gli studi frequentano corsi liceali o tecnici industriali, credo hanno bisogno che si giunga a loro con proposte serie ed all’altezza dei loro studi e della loro intelligenza.
Sfidarli culturalmente, un ambiente parrocchiale stimolante, andando a cogliere nella diocesi quelle competenze che possono parlare alle persone nella loro totalità, o anche al di là dalla diocesi.
Il desiderio di qualcosa di alto è insito nei nostri giovani, deve solo essere stimolato a venir fuori,
solo così è possibile scatenare quello che nel Marketing si chiama viralità.
Ovvero come un virus si diffonde facilmente con il contatto, se si riescisse ad infettare alcuni ragazzi con le proposte giuste state certi che in poco tempo la pandemia si diffonde e giunge a infettare i molti.
Certo occorre un cambiamento totale e innovativo di fare evangelizzazione e comunicazione, e come tale soggetto a fallimento, tuttavia con la certezza che prima o poi solo intraprendendo strade rischiose con la forza dello Spirito Santo ad illuminare la via si possano cogliere i frutti nella vigna del Signore per il futuro della Chiesa.

Il fascino della carezza del Padre: oltre la religione della condanna

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Cari amici, si riparte!

Nelle nostre comunità parrocchiali si sono aperti da qualche giorno i vari corsi di catechismo e di cammino nella fede per i giovani e i ragazzi. Così come è iniziato un nuovo anno scolastico per molti alunni e docenti di religione. Per questo vi propongo la lettura di un testo a mio avviso imprescindibile per comprendere la freschezza della svolta umana e spirituale portata da Gesù di Nazareth a fronte di una nostalgia verso i precetti e i comandamenti del dio dell’ primo testamento.

L’argomento potrebbe sembrare trito e ritrito. In realtà, come si renderà conto chiunque leggerà le pagine di ‘Vittime del peccato’, il cristiano non è mai immune dal rischio di ripresentare un’immagine di dio non aderente al volto mostrato da Gesù: il volto del Padre e della sua misericordia.

Nelle pagine di questo testo, Josè Maria Castillo, passa in rassegna e propone con una lettura ‘sinottica’ sia le dimensioni appartenenti alla concezione del peccato nel primo testamento fino a Giovanni Battista, e le dimensioni inerenti alla grazia e alla misericordia mostrate dalle ‘opere’ e dalle ‘parole’ di Gesù.

In particolare colpisce nel libro la denuncia che l’autore fa nei confronti di tanta predicazione responsabile dell’allontanamento dalla Chiesa delle giovani generazioni ma anche di cristiano che a causa di una visione ‘disonesta’ e ‘irragionevole’ del peccato scelgono discostarsi dal ‘credo’ cattolico e dalla pratica dei sacramenti e della vita liturgica.

Con una domanda potremmo dire con Castillo: dove la Chiesa si è ‘incartata’ nella comunicazione della fede lungo la sua storia secolare, e dove rischia di ‘toppare’ nuovamente nella modernità? L’autore direbbe: creando sempre nuove ‘vittime del peccato’. Secondo la lettura di Castillo il cristiano è spesso tentato di riportare sotto l’ombra del Tempio il volto di amore mostrato da Gesù, soprattutto in materia morale e etica, rischiando di comunicare una Chiesa chiusa verso l’uomo e le sue reali necessità, incapace di suscitare così domanda e interesse verso la persona del Maestro di Nazareth.

Ritengo sia un libro utile sia per i catechisti che anche per i docenti di religione. Non possiamo nasconderci infatti che ancora tanta catechesi punta l’attenzione su aspetti appartenenti alla fede nel dio dell’antico testamento. Tipico è ad esempio mettere come prima tappa nel catechismo per i bambini l’insegnamento dei ‘dieci comandamenti’. Così come sono presenti da qualche anno nella Chiesa movimenti e ‘cammini’ di riscoperta del battesimo che utilizzano un’esplicita simbolica e un vocabolario riferiti all’antico testamento. Oltre l’ignoranza che soggiace a una lettura ‘fondamentalista della bibbia ebraica (pentateuco), tali atteggiamenti denotano spesso anche un grande senso di rivalsa e di giudizio verso nuovi stili di vita e nuove acquisizioni etiche e morali che le società moderne si trovano a vivere, creando così una sorta di ‘setta’ degli eletti in seno alla Chiesa, e aumentando il ‘gap’, la distanza, il divario tra il ‘cuore dell’uomo’ e la mano carezzevole del Padre.

Castillo aiuta a vedere nel passaggio dalla ‘religione dei precetti’ alla ‘relazione nell’amore’ la novità di Gesù Cristo, e lo fa attraverso lo studio e la lettura critica dei testi scritturistici e le citazioni dei Vangeli. L’impatto pastorale del messaggio del libro è sicuramente dirompente, in quanto fa capire come spesso la Chiesa rischia di trasformarsi in un nuovo ‘sinedrio’, distante dai bisogni e dalle necessità delle persone e responsabile di un’allontanamento degli uomini dalla relazione con il Padre attraverso l’amore del Figlio, nel flusso libero e creativo dello Spirito Santo.

Un consiglio di lettura dunque utile per una rinnovata comunicazione della fede, nelle parole e nelle opere come nello stile del Maestro Gesù. La religione degli scribi e dei farisei è vino ‘vecchio’, facciamo attenzione a non confondere l’ebbrezza passeggera di ciò che non tonerà più, con il sapore autentico del vino nuovo portato da Cristo: il vino della Nuova ed ‘eterna’ Alleanza.

d.Andrea