critica cinematografica

il bene comun moltiplicatore, una proposta di pastorale per i leader d’impresa

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La scorsa settimana ho avuto il piacere di assister alla riunione estiva dell’UCID di Macerata.

Alla presenza di molti imprenditori e auditori il padrone di casa fondatore della EKO, strumenti musicali, Don Lamberto Pigini ha presentato il Vescovo di Senigallia Mons. Orlandoni.

Oltre che Vescovo di Senigallia è anche in seno alla CEI membro della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace. Il segretario della Commissione è Mons. MARIO TOSO, mio prof. alla Lateranense con in quale ho avuto modo di confrontarmi più volte sulla figura dell’imprenditore, in particolare sul ruolo del profitto.

Mons. Orlandoni ha illustrato i punti dal 12 al 22 del documento della commissione di cui fa parte: La Vocazione del leader d’impresa.

http://www.iustitiaetpax.va/content/dam/giustiziaepace/VBL/Vocazione%20ITA.pdf

Nella introduzione Mons. Orlandoni ha illustrato in modo mirabile il concetto di Bene Comune. Ha affermato come il bene comune non sia la sommatoria dei beni, dai quali poi trarre giovamento nelle ripartizione, ma come il bene comune è da intendersi come una moltiplicazione tra i beni, ove se solo uno dei beni risultasse pari a zero nessuno può affermare di aver raggiunto il bene comune, in quanto moltiplicare per zero risulta zero.

Per conseguire il bene comune occorre dunque che tutti almeno siano Uno, come persona tra le persone, nella lora dignità di uomini.
Strada maestra per il conseguimento moltiplicatore è vivere la carità.

La professione dell’imprenditore è vista come una professione “vocazionale” che collabora pienamente per la realizzazione del bene comune attraverso la “pratica” della “caritas”, in senso elevato.

Fin qui sono rimasto colpito e perfettamente d’accordo specie negli approfondimenti specifici sui vari termini utilizzati.

Ciò che invece mi trova leggermente in contrasto è quando si illustra il percorso in tre fasi che il leader d’impresa deve compiere per giunger alla realizzazione del bene comune: Vedere , Giudicare e Agire.

Secondo il documento della commissione queste tre fasi sono necessarie e sufficienti al fine di giungere al bene comune.

Tuttavia io mi trovo in disaccordo in quanto profondamente influenzato da Professore che ritengo eccelso, Mons. Lanza tornato alla casa del Padre un paio di anni fa, il quale ha sempre puntualizzato come le fasi indicate hanno più limiti che meriti nel compimento della pastorale in ogni ambito.

Riporto brani del prof.Lanza dei suoi appunti molto critici contro tale metodo:

” il metodo V.G.A. deve essere giudicato insoddisfacente e (illusoria) per i seguenti motivi:

a- Il vedere non è propriamente descrittivo, ma fin dall’inizio è giudicante, una lettura della realtà di pre-compressione/interesse o una incoccia (forse) attivazione di criteri interpretativi. …. Non esiste una lettura sociologica “neutra” ed “innocente”.
Dunque fin dalla lettura della realtà occorre che ci sia fin dall’inizio una condotta teologica, fin dal primo istante dell’itinerario riflessivo teologico-pastorale.

b-Le fasi della progettazione e attuazione, ristrette nella sola indicazione dell’agire, non vengono svolte nella loro specificità e nelle necessarie articolazioni: rischiano cioè di essere assorbite o nella (presunta) oggettività del vedere, o nella (impropria) ideologia del giudicare.
c- Il Trinomia V.G.A. individua in realtà non la scansione sequenziale, ma la costituzione stessa del pensare la pastorale. Si tratta cioè di componenti costitutive, che qualificano il pensiero teologico-pratico in ogni sua fase o movimento.

Queste due critiche del Prof. Lanza le ritengo assai precise, tanto più oggi che ascolto molti esempi di pastorale “deduttivi” della realtà che non tengono conto delle reali specificità, con un vedere appunto ideologizzato e quanto mai lontano da una visione teologica alla quale è necessario attenersi.

PROPOSTA ALTERNATIVA

Il prof. Lanza proponeva invece una più ampia articolazione della pastorale fasi sequenziali e dimensioni costitutive triple per ogni fase. Provo a riassumere la sua raffinata proposta :
FASI SEQUENZIALE :
1- Analisi e Valutazione (leggasi post super-chruncers)
2- decisione e progettazione
3- Attuazione e verifica .

Ognuna di queste fasi occorreva che avesse le dimensioni costitutive :
DIMENSIONI

A- Kairologica
B- criteriologica
c- operativa

Uno schema raffinato, e non rigido, ovvero da utilizzare con intelligenza (da intus – legere , leggere dentro) e con le dovute accortezze in ogni sua fase.

Sulla base di quanto sopra mi sento di suggerire tale metodo al posto del V.G.A., se non fosse altro per il fatto che alla fine del metodo manda un’altra V. quella della verifica.
In onore anche del Prof. Lanza le cui lezioni erano da me apprezzattissime nonostante il suo terribile esame, data la sua arguzia, alla quale con coraggio sono riuscito a tenere testa ottenendo un meritato e non scontato 29.

In Jesu et Maria

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Oscar a Fellini e Maradona: nostalgia, vecchio e trash ci confermano come un popolo di stereotipati

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Cari amici: è fatta! 

L’Oscar tanto atteso e desiderato è arrivato. Ma a chi è andato ‘veramente’ l’Oscar de ‘La grande bellezza’? Forse alla nostra cara Italia, o alla sua gloriosa capitale? Un Oscar agli italiani di oggi e ai sogni per il futuro? No! Il napoletano Sorrentino, che ha guardato la capitale con gli occhi di un ‘piccolo’ neo-irrealista partenopeo, è stato chiaro: l’Oscar va al vecchio – Fellini – va al volgare – il cafonal rappresentato egregiamente con la sciorniata di figure stereotipate del suo film – va al trash napoletano – Maradona come figura mitologica del nulla consacrato a eccellenza.

Ma gli italiani oggi sono tutti più contenti, non una voce fuori dal ‘coro’ dell’autodistruzione italiana. E bravo Sorrentino! Complimenti! L’elogio della bruttezza, della cafoneria, dello stereotipo ‘impegnato’ ha fatto colpo. Quale occasione migliore per consacrare in terra USA un film dispregiativo verso l’Italia, verso la sua capitale, verso i suoi valori di fede, bello, arte, cultura.

Ma sappiamo: a noi piace essere trattati male, guardati male, e trattati peggio. Così mentre un nuovo governo che nei contenuti sa di ‘naftalina’, le relazioni internazionali svilenti – i Marò ne sono solo un esempio – l’economia che ci vede trascinati dalle grandi bellezze economiche, il popolo che ha partorito Michelangelo, Verdi, Caravaggio, Pasolini, Zeffirelli – e potemmo continuare per un bel po – si ritrova rappresentare da un napoletano ‘piccolo piccolo’ consacrato da una giuria ‘grande grande’ come quella degli Oscar.

Continuiamo a farci del male, continuiamo a far passare immagini e valori sbagliati della nostra Italia. Mentre il ‘regista impegnato’ in tanta bruttezza  si gongola della sua bella statuetta, altre statue, monumenti – umani, letterari, artistici – di vera e grande bellezza continuano il loro lavoro che da secoli svolgono: accogliere turisti, incantare bambini e giovani generazioni, elevare lo sguardo del cuore e dell’intelletto verso ‘la bellezza vera’.

Caro Sorrentino, qui nella tua Italia è tempo di carnevale, chissà se tolta la maschera del successo dietro il tuo film non scopriremo anche noi quanto di gretto, limitato, vecchio, cafonal e stereotipato, vi è dietro la tua pellicola.

Io, da romano, mi dissocio dal tuo successo, preferisco sostenere le statue della ‘mia’ Roma, piuttosto che la statuetta glamour e patinata del tuo successo, e so di non essere il solo. Anche fosse mi conforta sempre il grande Oscar Wilde: “quando qualcuno la penserà come me avrò l’impressione di avere torto”.

W Roma, w l’Italia, w il bello che la storia ci ha consegnato e il mondo ci invidia, da ieri insieme al napoletano Sorrentino…

Un solo suggerimento al grande regista: dismetti gli occhiali del napoletano e indossa lo sguardo del regista, vedrai nella città eterna qualcosa di più di Fellini e di Maradona (ma che c’entra poi…bò!)

d.Andrea

Il cammino per Santiago: un film da non perdere

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Cari amici, 

domenica inizierò gli esercizi spirituali con Padre Marko Rupnik s.j. a Santa Severa, sul litorale romano. Non ci sentiremo per una settimana…

Nel salutarvi vi propongo la visione di questo film dalle tinte emotivamente forti, ma molto ricco di simbolismi e di significati, un bel testo cinematografico insomma: è “Il cammino per Santiago”.

Vi allego in formato power point, la presentazione che ho tenuto in un recente convegno della Conferenza Episcopale Italiana, e la scheda tecninca del film.

A presto e: “buen camino!” 

CLICCA QUI PER IL FIL POWER POINT: Il cammino di Santiago – CEI

CLICCA QUI PER LA SCHEDA TECNICA: scheda film

don Andrea.

Gli idoli dei concetti e la spiritualità dello ‘stupore’: cinema e fede…

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Cari amici, 

per la conclusione dell’Anno della Fede ho scritto questo articolo (sotto in PDF) per la rivista Firmana, dell’Isituto Teologico Marchigiano. A partire dal famoso assioma di Gregorio di Nissa secondo cui “i concetti creano idoli, solo lo stupore percepisce” credo sia bello approcciare alla dimensione della fede con lo sguardo cinematografico, con lo stupore della settima arte.

Buona lettura!

ARTICOLO PDF (clicca qui): Cinema e Fede – FIRMANA – DEFINITIVO

d. Andrea

La settima arte davanti alla lacerazione della morte: tre proposte per riflettere

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Cari amici,

a breve ri-vivremo la commemorazione liturgica di tutti i nostri fratelli defunti, i quali “ci hanno preceduti nella fede e nella carità di Cristo” e ora, per la coscienza credente, vivono nel Padre.

Non possiamo nasconderci che nulla come la realtà antropologica e dunque spirituale della morte interroga il cuore dell’uomo, e per il credente scuote e sveglia lo ‘sguardo della fede’. Il cinema, come arte propriamente umana, sintesi delle arti, e manifestazione della bellezza ha affrontato a più riprese la tematica del morire. Vi propongo tre titoli in particolare, che negli ultimi anni ci hanno presentato le dinamiche del morire attraverso però la carezza dell’intelligenza e della poesia: attraverso il fascino dello sguardo cinematografico.

Questi i film in ordine meramente cronologico

  LA POESIA DEL MORIRE: ‘Prima della pioggia’. La prima proposta risale al 1994. A firma di Milcho Manchevski. Il film tratta, con un intreccio di storie (tre racconti interconnessi), la tematica dello scontro di civiltà a partire dalla guerra dei Balcani, che si traduce però in uno scontro evidente tra il bene e il male. La poetica di Manchevski non si ferma ovviamente al fatto descrittivo: il regista costruisce una lotta meta-narrativa tra il kronos – o tempo delle storie – e il kayros – tempo della speranza – i quali in un intreccio sapiente si rincorrono e si scontrano senza mai annullarsi l’uno nell’altro. Di fatto ogni storia può avere un nuovo inizio, ogni tempo la sua speranza.

“Il cerchio non si chiude. Il tempo non è rotondo”

Questo il climax, l’apice della narrazione: un’espressione di poesia che apre sempre ad un nuovo divenire, che spalanca il cuore alla Speranza.

 IL GIOCO METAFORICO: Le invasioni barbariche. Una narrazione eccellente quella di Denys Arcand risalente al 2003. Nel film un docente universitario di storia dell’Occidente, è alle prese con un cancro in fase terminale. Il regista gioca metaforicamente sull’approssimarsi della fine, del crollo, della morte a causa di un invasore esterno, barbarico appunto: nel caso del morente professore è un cancro, nel caso dell’Occidente sono i nuovi stili di vita sotto i quali la cultura occidentale troverà la morte se non ne prenderà coscienza al più presto. Un gioco metaforico molto affascinante, per un film accattivante dalle tinte indubbiamente forti, e dall’elevato senso critico.

  L’ELEGANZA DEL DOLORE: A Single man. Nella fine un nuovo inizio.

Prima opera dello stilista Tom Ford (già stilista della casa di moda GUCCI), il film del 2009, narra l’ultimo giorno di vita di un docente universitario di mezza età trafitto dal dolore per l’improvvisa scomparsa della persona amata. Nelle 24 ore raccontate dal regista, il protagonista tornerà ad incontrare e a vivere volti ed esperienze di totale ordinarietà ma che assumeranno un sapore del tutto nuovo, proprio perchè in prossimità della fine. Un magistrale Colin Firth ed una colonna sonora di altissima densità spirituale, rendono il film un vero capolavoro.

“Nella vita ho avuto momenti di assoluta chiarezza. Quando per pochi, brevi secondi, il silenzio soffoca il rumore e provo un’emozione invece di pensare. E le cose sembrano così nitide, e il mondo sembra così nuovo: è come se tutto fosse appena iniziato”. (George Falconer – scena finale)

d.Andrea

Dopo ‘La grande bellezza’: ‘Sacro GRA’. Continuiamo a farci del male… Arrivederci Roma!

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No! Non bastava Servillo con la sua ‘Grande bellezza’. No! La città eterna aveva bisogno di un altro affronto rivestito di saccenza: rigurgito di neorealismo. ‘Sacro GRA’. Citando Nanni Moretti mi viene da dire: continuiamo a farci del male. Ma si! A noi italiani d’altronde piace piangerci addosso. Cosa importa al gota del cinema italiano se frotte di turisti vanno letteralmente in estasi per una ‘amatriciana’ gustata tra i vicoli di Trastevere. Cosa importa ai plaudenti radical se a fatica ci si riesce a fare una foto davanti alla Fontana di Trevi, o alla ‘Barcaccia’, non per lo smog, il traffico o altro, ma per la risorsa umana ed economica chiamata turista che impedisce la vista perchè numeroso! No! A noi italiani non importa: quello che ci interessa è asciugare le lacrime della commozione per un Leone d’Oro consegnato a un film di ‘latta’, che sa di naftalina. Sono provvidenzialmente nato a Roma, e per gli studi ci sono provvidenzialmente tornato. Ebbene: quale romano esulta al sentir parlare del GRA?

Non è forse un’offesa prendersi gioco di centinaia di lavoratori che passano metà della loro esistenza (se non di più considerati anche i week-end) in coda sul GRA? Davvero non c’era di meglio per presentare con uno sguardo veramente neorealista Roma al mondo? Così dopo la sciorinata di ‘papponi’, monsignori corrotti, ambienti rarefatti e tanta bruttezza di Servillo, ora siamo costretti a girare il raccordo anulare anche seduti in una sala cinematografica. E non capiamo la pericolosità di tali opere pseudo artistiche: distruggere un’immagine già incrinata dell’Italia, mostrarne il lato più grottesco, ridicolo, squallido. Ma a chi se non a noi italiani è capitata la fortuna di vivere in un paese stupendo. In quale terra puoi gustare il succo dei limoni con aggiunta di alcool (limoncello) affacciato su una costiera mozzafiato con dietro i santi delle cattedrali che benedicono l’orizzonte. Dove ci è dato di sedere tra opere d’arte che parlano e rendono viva la storia sorseggiando una Falanghina o un Prosecco da paura? O svegliarsi con il caldo sole siciliano e sapere che ti attende una granita che risveglierà la voglia di vivere alla luce della vita? Così mi vien da dire Veramente come canta il grande Renato Rascel: Arrivederci Roma! Si! Arrivederci, perchè tu amico turista, a differenza degli italiani, la bellezza la cerchi grande e la ritieni sacra, al punto da sborsare soldi, tempo e fatica per venire a visitare la nostra stupenda terra, e le nostre città benedette dal ‘cupolone’! E tornerai a casa contento di aver incontrato la storia, l’arte, la fede, l’uomo. E con la speranza fra qualche anno di poter tornare, ecco perchè ‘arrivederci’ e non ‘a Dio’. Noi dobbiamo ancora riprenderci dal torpore della sala, cinematografica? Di rianimazione? Bò! Spero solo di imboccare il prima possibile la tangenziale e così poter gustare sullo sfondo la facciata di San Giovanni in Laterano che attende ogni pellegrino, con il Cristo maestoso, fiero e benedicente. Maestoso e fiero come la città più bella del mondo: Roma!