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Don Mario Lusek cappellano della Nazionale a RIO: “Dietro a una medaglia c’è spesso la fede”

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Don Mario Lusek con il Campione Olimpico Basile

In pieno torneo Olimpico ci fa piacere condividere una bellissima intervista che Don Mario Lusek, cappellano storico della Nazionale e al seguito della spedizione azzurra da Pechino 2008.

Don Mario è della Nostra Diocesi probabilmente una delle personalità più importanti all’Interno della  CEI  dove ricopre importanti incarichi.

In questa bellissima intervista evidenzia come moltissimi atleti sono legati alla Fede, la quale è fondamento della loro stessa vita di atleta.

“Per discrezione vorrei evitare di indicare nomi e fatti ma posso assicurare che ho vissuto esperienze che dimostrano che la fede, la religione non sono estranee allo sport e che la disponibilità del prete favorisce l’intreccio di rapporti e contatti che pur momentanei, legati al tempo olimpico, diventano significativi e permanenti”

Sorgente: Il cappellano delle Olimpiadi di Rio: “Dietro a una medaglia c’è spesso la fede”

22/07/2016 di Daniele Rocchi

Preferisce definirsi una “presenza amica” per tutti, atleti, tecnici e dirigenti, più che un “coach dell’anima”, una presenza “non invasiva” ma discreta e riservata, don Mario Lusek, cappellano sportivo della squadra Olimpica italiana in partenza per Rio. “Il cappellano è una presenza che esprime la vicinanza della Chiesa e la sua attenzione e rammenta un po’ il prete dell’oratorio e su questa tipologia modella il suo servizio che è si culturale e liturgico, ma anche di presenza, ascolto, condivisione in forme briose e serie a seconda delle situazioni”. Don Lusek si aggregherà al team olimpico azzurro (278 atleti, 145 uomini, 133 donne, di 28 discipline) in partenza per Rio de Janeiro. Il 3 agosto sarà inaugurata Casa Italia alla presenza del premier Matteo Renzi che assisterà alla cerimonia di apertura il 5 agosto. Il 21 agosto la cerimonia di chiusura e il 22 partenza per l’Italia. “Speriamo con un bel po’ di medaglie”, afferma il sacerdote.

Don Lusek, qual è il suo ruolo all’interno della squadra olimpica italiana?

“Il cappellano è un membro ufficiale della Delegazione olimpica accreditato dal Coni. Può seguire gli atleti negli stadi, ne condivide la mensa e i pochi e residuali spazi di tempo libero. E’ una presenza discreta, riservata, ma visibile, vicina ma tenendosi sempre un po’ indietro evitando di occupare le prime file e per questo viene percepita nel suo vero ruolo reso credibile e autorevole perché portatore di uno spirito di familiarità, di spiritualità. Non c’è rifiuto o ostilità alla presenza di un prete. Anche se all’interno del Villaggio è previsto un Centro multireligioso, noi italiani preferiamo vivere i momenti liturgici negli spazi assegnati al contingente, con orari flessibili in base agli orari di gare, allenamenti e momenti comuni già programmati”.

Come è la sua giornata nel Villaggio olimpico?

“Come dicevo vivo gomito a gomito con gli atleti, gli accompagnatori, i tecnici e tutti gli addetti ai lavori in modo integrato. Posso anche accedere agli allenamenti ma io non amo “invasioni di campo” soprattutto in momenti come quelli. Mi considero una presenza amica, ovviamente in nome di una fede e di una appartenenza che non esclude ma si fa prossima. Per questo mi trovo ad assaporare i sospiri che aleggiano, andare quando mi è possibile alle gare, gioire per una vittoria e quindi fare festa, condividere le sconfitte se necessario consolando. Sempre con molta discrezione”.

Quanto è difficile consolare un atleta dopo una sconfitta, una medaglia persa al fotofinish soprattutto quando la competizione – come le Olimpiadi – è associata all’aspetto economico garantito dagli sponsor?

“Per molti atleti un’olimpiade rappresenta una solo occasione nella vita ed è chiaro che le aspettative e i sogni sono molti. Non mi è mai capitata una situazione di delusione assoluta, ma solo attimi di amarezza: è importante in questi casi aiutare a tenere alta la testa dopo una sconfitta e oltre a riconoscere che capacità personali non vengono azzerate da un episodio non sottovalutare i limiti che fanno parte del vissuto di un atleta. Certo che vincere una medaglia olimpica porta con sé dei benefici economici e per gli atleti di molti sport questo avviene solo ogni quattro anni quando tutti gli occhi del mondo sono puntati su di loro. Questo non è un male, anzi. Il problema nasce quando la ricchezza di valori che lo sport porta con sé viene smarrita con l’emergere dell’eccessiva spettacolarità, l’accendersi del confronto agonistico e l’altro da avversario diventa nemico, e il premere dell’interesse economico mette in ombra la centralità della persona.

C’è un episodio, uno sportivo, che più di ogni altro le è rimasto in mente e che in concreto spiega il suo ruolo dentro la squadra olimpica?

“Certamente, diversi e belli. Ma proprio per questo richiamo alla discrezione vorrei evitare di indicare nomi e fatti e posso assicurare che sono esperienze che dimostrano che la fede, la religione non sono estranee allo sport e che la disponibilità del prete favoriscono l’intreccio di rapporti e contatti che pur momentanei, legati al tempo olimpico, diventano significativi e permanenti”.

Nella sua lunga esperienza di cappellano, negli atleti vede più fede o più superstizione?

“Gli atteggiamenti scaramantici non mancano e vanno collocati in un contesto più ludico che esperienziale e vanno osservati con il sorriso: ci sono anche esperienze che raccontano la fede dei singoli, come atleti che pregano, che portano la Bibbia o il Vangelo con sé, che accedono alla Confessione, che confidano i loro dubbi in maniera serena”.

Nel panorama olimpico ci sono esperienze come quella italiana circa il servizio religioso alle squadre?

“L’esperienza italiana è stata imitata nel tempo da altre nazioni e non solo di tradizione cattolica, anche se con modalità diverse tanto che Papa Francesco nell’udienza per i 100 anni del Coni ha elogiato l’Italia per questa scelta”.

A Rio mancheranno, tra gli altri, i cestisti e il marciatore Alex Schwazer, fermato di nuovo per doping. Cosa dire agli atleti che non hanno staccato il pass olimpico?

“Il caso di Alex è serio. La sua marcia si era interrotta bruscamente a Londra nel 2012. Io ero lì. Ha ammesso la sua colpa. Ha pagato il debito. Si è umiliato. Si è rialzato ed ha ricominciato a camminare con slancio, passione, coraggio e voglia di riscatto. Questo nuovo cammino si è fermato o è stato fermato di nuovo: è una sconfitta per tutti se non si diradano le ombre. Altri non ce l’hanno fatta a qualificarsi e quindi è un’occasione persa. Ogni atleta sa che non può fermarsi mai dinanzi ad un ostacolo: anzi che bisogna ripartire da esso per tornare a guardare lontano e sognare ancora. Come nella vita.

Fonte: Sir
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La Franchezza nel raccontare il Vangelo alla base della Evangelizzazione

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Comunicare è una cosa assai difficile e complicata, spesso ne parliamo in questo Blog in quanto evangelizzare si traduce con una comunicazione come scrissi poco tempo fa in questo post:

 La fede arriva con l’annuncio grazie a una corretta comunicazione.

Cerchiamo di capire quali sono i modi con i quali la comunicazione possa risultare efficace per evangelizzare.

Domandiamoci: Come fecero i primi apostoli? Quali modi usarono per parlare di una cosa nuovissima? Quale forza li spinse a mettere a repentaglio la loro vita pur di evangelizzare?

(se qualcuno desidera può leggere info tecniche di comunicazione pandemica a questo link .)

Rileggendo gli ATTI DEGLI APOSTOLI mi sono imbattuto su un aggettivo che definiva esattamente il modo attraverso il quale il messaggio evangelico arrivava alle persone dagli apostoli.

Gli APOSTOLI annunciavano il Vangelo con:

FRANCHEZZA. 

Annunciavano il Vangelo della Risurrezione  di Gesù con la FRANCHEZZA.

Era come un Nudge evangelicoleggi qui, ovvero un PUNGOLO che sollecitava le persone a credere e a seguire il Vangelo.

Riporto i 4 Brani ove si ripropone tale modalità di annuncio:

 

ATTI degli Apostoli

CAPITOLO 4 

“Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù;”

…….

[29]Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. [30]Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù».

[31]Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza.

capitolo  13

[44]Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. [45]Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, bestemmiando. [46]Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. [47]Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della
terra».

capitolo 26

[24]Mentr’egli parlava così in sua difesa, Festo a gran voce disse: «Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!». [25]E Paolo: «Non sono pazzo, disse, eccellentissimo Festo, ma sto dicendo parole vere e sagge. [26]Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso che niente di questo gli sia sconosciuto, poiché non sono fatti accaduti in segreto. [27]Credi, o re Agrippa, nei profeti? So che ci credi». [28]E Agrippa a Paolo: «Per poco non mi convinci a farmi cristiano!». [29]E Paolo: «Per poco o per molto, io vorrei supplicare Dio che non soltanto tu, ma quanti oggi mi ascoltano diventassero così come sono io, eccetto queste catene!».

epilogo

[30]Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, [31]

annunziando il regno di Dio e

insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo,

con tutta franchezza e senza impedimento.”

 Nel raccontare quanto sapevano erano Spinti dallo Spirito Santo a  parlare di ciò che credevano fermamente e questo le persone che stavano a fianco lo sentivano.

Sentivano che questi Apostoli erano

FRANCHI, ONESTI E

NON IPOCRITI

Poiché credevano  e seguivano ciò che annunciavano. Anche a costo di morire lapidati.

LA FRANCHEZZA

HA VEICOlato La  Comunicazione

E L’OBIETTIVO FU RAGGIUNTO.

Quanto più un Cristiano Saprà essere Franco con sé stesso e con gli altri, tanto più la sua comunicazione arriverà e chi la accoglie non potrà che seguire di conseguenza il messaggio del VANGELO.

Possiamo usare tutti i tecnicismi possibili, ma se al fondo delle nostre comunicazione non saremo ONESTI E FRANCHI CON NOI STESSI GLI ALTRI non CI seguiranno e cosa più importante NON SEGUIRANNO GESU’ CRISTO.

Pertanto Prima di ogni comunicazione che intende essere evangelizzatrice cerchiamo di Pregare, chiediamo aiuto allo Spirito Santo che sappia farci comunicare in FRANCHEZZA con le Opere e le PAROLE solo in questo modo potremmo avere una opera EVANGELIZZATRICE che raggiunga i suoi obiettivi. Esempi MOLTO forti  NE abbiamo dati in questo POST

Ognuno di NOI è chiamato a Evangelizzare con la FRANCHEZZA degli Apostoli dono dello Spirito Santo.

 

La Fede arriva con l’annuncio grazie a una corretta comunicazione illuminata dallo Spirito Santo

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Oggi   il Vangelo ha ispirato in  me una riflessione.

Lc 10,1-12.17-20

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa…..….. ”

72 “INVIATI” a due a due, ovvero 36  coppie di apostoli inviati dal Signore Gesù Cristi ad annunciare il Regno di Dio ed invitare le persone alla conversione per riconoscere Gesù come Figlio di DIO.

Proviamo ad immedesimarci in queste coppie di persone, spesso gente semplice che doveva incontrare altre persone, gente semplice, con la quale instaurare un rapporto, un dialogo per il bene della loro missione e delle persone che incontravano.

Pochi giorno ho festeggiato il mio Onomastico , il 29 giugno giorno di San Pietro e San Paolo e per l’occasione ho riletto la lettera ai Romani. In questa profonda ed immensa lettera ho particolarmente approfondito ed apprezzato  i capitoli centrali dal 10 in avanti.

Lettera ai Romani

cap. 10,8- :

… 8Che cosa dice dunque? Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore, cioè la parola della fede che noi predichiamo. 9Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. 10Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.

11Dice infatti la Scrittura:

Chiunque crede in lui non sarà deluso.

12Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.
14Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto?

Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare?

 Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?

15E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!
16Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato?

17    Dunque,

la fede viene dall’ascolto

e l’ascolto riguarda la parola di Cristo.

Essendo un professore di Marketing, so quanto la comunicazione sia una difficilissima professione, che va studiata secondo le tecniche più innovative e che non consente falsità, che sempre alla lunga vengono scoperte.

Papa Benedetto XVI nella sua Omelia dedicata a San Paolo e le sue lettere, ed. San Paolo a pag. 127 dice:

” La Fede non è un prodotto del nostro pensiero, della nostra riflessione, è qualche cosa di nuovo che non possiamo inventare, ma solo ricevere come dono, come una novità prodotta da Dio.

E la fede non viene dalla lettura

ma dall’ASCOLTO.

Non è una cosa soltanto Interiore, ma una RELAZIONE CON QUALCUNO. Suppone un incontro con l’annuncio, suppone l’esistenza dell’altro che annuncia e crea comunione. E finalmente l’annuncio: colui che annuncia non parla da sé ma è inviato”.

Logica conseguenza  è il fatto che per ascoltare occorre che ci sia qualcuno, inviato, disposto a parlare e che il modo come lo fa dipende e influenza l’ascoltatore.

Dato che insegno e sono consulente di  Marketing oltre che I.D.R. presso l’IIS V. Bonifazi di Civitanova Marche,  ecco il mio profilo professionale,  quanto la Comunicazione sia uno degli aspetti più difficili da realizzare e al quale si dedica il massimo del tempo. Da qui parte il contagio delle persone, spesso, per aprire un mercato ai prodotti.

Comunicare implica una serie di passaggi non facili da fare in modo che colui al quale comunichiamo possa ascoltare il messaggio. Immaginate come se il nostro comunicato dovesse scavalcare tutta una serie di ostacoli prima di poter cogliere l’attenzione delle persone.

Esperimenti plurimi hanno mostrato che le persone sono mediamente distratte a quanto accade loro attorno, specie  se non sono interessate.

Il nostro cervello risparmia energia sempre e se non stimolato da qualche “eccitante ” è come se si mettesse in stand-by. Pertanto chi comunica oggi , come ieri, deve avere un minimo di conoscenza delle moderne tecniche di comunicazione.

Segnalo i miei post su www.pandemiapolitica.com  per chi di buona volontà volesse approfondire la tematica, seppure un tantinello tecnica.

Marketing Pastorale

è anche questo, aiutare con la nostra “SCIENZA”

la Pastorale per la EVANGELIZZAZIONE di molti.

Qui  provo a segnare alcuni pratici suggerimenti da utilizzare per cominciare l’annuncio straordinario del nostro Signore Gesù Cristo con la speranza che possa aiutare a “contagiare” quante più persone possibili e diffondere così il Vangelo della Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.

1-Semplicità e Preparazione. La comunicazione NON ammette improvvisazione, nel senso che, quando ci prepariamo a parlare con gli altri deve trasparire una certa “autorevolezza” dalle nostre parole. Ma, e questo è ancor più difficile, occorre parlare con semplicità, non con parole  troppo auliche, specie nei primi contatti.

2- Considerate i tempi. Le persone hanno pochissimo tempo per darvi attenzione, il così detto Buffer Mentale è assai breve, 7-8 minuti al massimo, ecco perché occorre Prepararsi, non disperdere in questi minuti. Badate però di non preparare in modo che appaia una “rappresentazione” o peggio “Re-citazione” sempre uguale. Sarebbe ridicolo.

3- Osservate bene l’interlocutore, chi è, cosa fa, come lo fa, il comunicare parte sempre dall’ascolto dell’altro, prima si ascolta poi si comunica. Tipica tecnica del venditore esperto, se riesci a cogliere i desideri  delle Persone è facile poi che se soddisfi tale desiderio che ti stia ad ascoltare.

4- Distanza ed Atteggiamento. La distanza del dialogo è importantissima, occorre dare alle persone il tempo di farci accettare, solo dopo molti dialoghi questa distanza si separa. L’atteggiamento deve esser quello sempre di massima apertura e rispetto, mai di “oppressione” o di “portare di VERITà”. Ricordiamoci che noi lavoriamo per qualcun ALTRO che ha già fatto metà del lavoro prima e meglio di noi, come diceva San Escrivà 

5- Emozionare con le storie  o i racconti. Il racconto che emoziona e che passa nel cuore piuttosto che nel cervello è assai efficace. Occorre imparare a saper raccontare storie, piuttosto che “teologia”. La comunicazione tramite le emozioni è sicuramente la più efficace.  Ricordiamoci che le Parabole sono una degli aspetti più importanti che Gesù utilizzava per far passare il messaggio del Regno di DIO.

6- Strumenti Tecnici Comunicazione. Oggi rispetto a 2000 anni fa abbiamo plurimi mezzi tecnici, ma …. vanno studiati e utilizzati con discernimento. Non basta saper aprire una pagina Facebook o Instagram o Twitter. Occorre saper bene come si fa, e cosa si fa!!! Invece noto molta approssimazione e faciloneria. Affidatevi ad esperti del settore, NON IMPROVVISATE altrimenti anche il VOSTRO MESSAGGIO RISULTA IMPROVVISATO.

7- Affidiamoci SEMPRE allo SPIRITO SANTO che ci possa illuminare sempre il modo migliore di comunicare e all’agnello Custode che possa aiutarci ad ascoltarlo.

Ecco 5 brevi spunti per poter comunicare con i nostri fratelli. Alcuni hanno dei talenti innati, ma che poi hanno coltivato nel tempo, tipo quelli del mio post sui convertiti all’ISLAm  altri invece hanno dei talenti inespressi, ma vi assicuro che tutti, ma proprio tutti possono e per il bene delle CHIESA debbono migliorare la Comunicazione con lo Scopo di avvicinare quante più persone a Gesù Cristo Nostro Signore.

Se avete bisogno di consigli siamo a vostra completa disposizione. porlandi05@gmail.com

 

 

 

L’attrazione del cristianesimo per i sottomessi all’Islam sono le testimonianze

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Zakaria Botros in diretta sulla sua TV dagli STATI UNITI d’America definito dal giornale arabo al-Insan al-Jadid «il nemico pubblico numero uno dell’islam» 

Tantissimo tempo fa nel 2008  lessi una notizia che mi fece impressione, riporto il titolo ed il link per leggerla tutta:

FROTTE IN FUGA DALL’ISLAM CERCANO CHIESE
Il Domenicale, 3 maggio 2008
di Guglielmo Piombini    clicca qui

riporto alcuni brani straordinari:

“Il personaggio che le autorità religiose islamiche temono di più è il sacerdote copto Zakaria Botros, (foto in alto) definito dal giornale arabo al-Insan al-Jadid «il nemico pubblico numero uno dell’islam». 

“I suoi programmi trasmessi via satellite dagli Stati Uniti, nei quali discute da un punto di vista cristiano gli aspetti più problematici del Corano (la guerra santa, l’inferiorità delle donne, la lapidazione e così via), hanno provocato conversioni clandestine di massa al cristianesimo. La sua perfetta conoscenza della lingua araba e delle fonti islamiche gli permette di raggiungere un vasto pubblico mediorientale, e gli spettatori rimangono colpiti dalla frequente incapacità degli ulema, che spesso scelgono il silenzio, di rispondere in maniera convincente alle sue osservazioni. La ragione ultima di questo successo è che, diversamente da certe controparti occidentali che criticano l’islam solo da un punto di vista politico, l’interesse principale di Botros è la salvezza delle anime.”In tutto il Medio Oriente la ripulsa per gli aspetti più deteriori legati al fondamentalismo islamico, come l’autoritarismo politico, l’intolleranza, la violenza e il terrorismo, hanno avvicinato milioni di uomini e di donne al cristianesimo. Pare infatti che in Iran un milione di persone si siano segretamente convertite al cristianesimo evangelicale negli ultimi cinque anni.

“Il pastore Hormoz Shariat sostiene di averne convertite 50mila con il suo programma in lingua farsi trasmesso via satellite.
Hormoz fa notare che nel periodo 1830-1979, 150 anni di sforzi di evangelizzazione, i missionari erano riusciti a costituire una comunità evangelicale di sole 3mila persone.” 

Poi ultimamente, ma 8 anni dopo, ho letto una serie di articoli che riporto sotto nei titoli e con i link che la confermano.

Nel 1996 la Società Biblica Egiziana vendette solo 3mila copie di un film su Gesù, ma 600mila nell’anno 2000.

da

TEMPI 

20 maggio 2016

Perché aumentano nel mondo le conversioni dall’islam al cristianesimo. Non solo tra i rifugiati

L’aumento di conversioni da islam a cristianesimo | Da

clicca qui

brani interessanti con link:

Negli ultimi anni si sente parlare di un numero crescente di catecumeni cristiani provenienti dalla religione di Maometto. Una analis dell’Interdisciplinary Journal of Research on Religion parla addirittura di un incremento globale nel mondo di circa 10 milioni di convertiti dall’islam al cristianesimo. Dudley Woodbury, da Nationale Catholic Register
 studioso della materia, conta 20 mila battesimi all’anno solo negli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Europa, invece, a Pasqua si è diffusa la notizia di 196 conversioni nella diocesi di Amburgo. Camille Eid, scrittore e giornalista libanese, coautore del libro I cristiani venuti dall’Islam, spiega a tempi.it quello che è «un fenomeno sicuramente incalcolabile ma, altrettanto certamente, in crescita costante».

Padre Pierre Humblot, sacerdote recentemente espulso dall’Iran dopo 45 anni di missione e ora residente in Francia, ha parlato di 300 mila iraniani convertiti, un fenomeno di massa. Incredibile dato che in Iran si rischia la pena di morte.

Un altro tassello del mosaico è rappresentato da quello che avviene durante una trasmissione della tv cristiana nordafricana Al Hayat, condotta da un marocchino convertito dall’islam e figlio di un imam: durante il suo programma vengono raccontate le storie di ex musulmani e arrivano chiamate dal pubblico di persone convertite o che addirittura si convertono grazie alla trasmissione. Sono giordani, egiziani, tunisini, marocchini, ma anche francesi. Il conduttore confuta poi le basi dell’islam.

Le puntate caricate su YouTube circolano parecchio anche in rete………

Scoprire che Dio è amore è rivoluzionario.

Un bel paradosso: l’Occidente si arrende all’ideologia nichilista islamista e gli islamici si convertono al cristianesimo. Come mai?
È doppiamente paradossale: molti occidentali sono attratti dall’ideologia della morte fino al punto di lasciare tutto per andare a combattere con l’Isis, mentre chi ha subìto la violenza del fondamentalismo islamico e la sottomissione senza ragioni agli ordini della legge coranica, di fronte ai comandamenti dell’amore cambia. Ma molti lo fanno proprio a partire dal Corano. Infatti, intuendo che Gesù non può essere solo un profeta si incuriosiscono e lo riscoprono come Dio nel Vangelo.”

Infine da

IL FOGLIO 

Cristiani in segreto
Nella grande persecuzione, aumentano le conversioni dall’islam. E’ la chiesa delle catacombe
di Matteo Matzuzzi | 13 Giugno 2016 ore 11:32

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Forse il più completo articolo che ho letto, anche ultimo in ordine di tempo. Ecco alcuni passi scelti.

Un crescente numero di rifugiati musulmani in Europa si sta convertendo al cristianesimo, scriveva la scorsa settimana il quotidiano inglese Guardian in un’inchiesta che travalicava i confini dell’isola britannica. I numeri sono eloquenti, “stando a quanto riferiscono le chiese impegnate in battesimi di massa un po’ ovunque”, si sottolineava.

Il tema della conversione è questione delicata, di quelle che le alte gerarchie manovrano con estrema attenzione. Pubblicamente se ne parla poco, perché il rischio di alimentare tensioni con il mondo musulmano è assai elevato, soprattutto nell’attuale fase storica che vede il fondamentalismo di stampo islamico in rapida ascesa nel vicino e medio oriente nonché in Africa, dove la religione è strumentalizzata al punto da essere considerate il perno attorno cui ruotano i conflitti in corso. Ogni parola sul tema è centellinata, a regnare è l’estremo equilibro e ciò non solo perché ormai il dialogo è la strada maestra tracciata da decenni.

La chiesa cresce, ma non è per fare proselitismo:

non cresce per proselitismo,

cresce per attrazione,

l’attrazione della testimonianza

che ognuno di noi dà al popolo di Dio

diceva Papa Francesco.

Kurt Koch,

presidente del Pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, ad affrontare l’argomento, intervenendo a un convegno interreligioso ospitato al Woolf Institute dell’Università di Cambridge: “Noi abbiamo la missione di convertire tutti quanti appartengono a religioni non cristiane”, diceva il porporato, aggiungendo però “che è importante farlo con una testimonianza credibile e senza alcun proselitismo”.

E’ bastato usare il verbo “convertire” per scatenare l’atteso putiferio, con addirittura l’intervento del direttore della Sala stampa vaticana a rettificare le parole di Koch, precisando che quanto riportato dai giornali non corrispondeva a ciò che in realtà il cardinale aveva detto.”

Una storia non troppo disimile da quella dello scrittore Nabeel Qureshi, autore del libro “Cercare Allah, trovare Gesù”. Qureshi ha raccontato più volte, anche pubblicamente, la sua esperienza di giovane musulmano in occidente che veniva ammonito in continuazione sui rischi di “contaminazione” con i coetanei cristiani. “I primi versetti del Corano che io e gli altri ragazzi memorizzammo nella nostra moschea proclamavano che Dio non è padre né figlio. Lo recitavo già all’età di sei anni. Imparammo anche che Maometto era il più grande messaggero di Dio, e nessun uomo più perfetto di lui era vissuto su questo pianeta. Non è difficile capire come feci a diventare uno strenuo oppositore della Trinità”, ride oggi. Anche qui, decisivo è stato un incontro: un amico, David, capace di reggere il confronto su base quasi teologica.”

“Si pensi solo al Marocco, dove in quindici anni la presenza cristiana è triplicata e i neofiti appartengono soprattutto alle classi medio-alte, che vedono nel cristianesimo “una religione della tolleranza e dell’amore”, rispetto a un islam troppo restrittivo.”

Numeri esatti non ce ne sono, anche perché “coloro che si convertono rischiano procedimenti giudiziari o addirittura la morte se la loro conversione diventa pubblica”.

E’ una

“chiesa delle catacombe”,

così definita – proseguiva la nota del Patriarcato – “non tanto per il confronto col governo, come può accadere in Cina o in altri paesi asiatici, ma per proteggersi dalle vendette della comunità di origine dei nuovi cristiani”.

 

Vi consigliamo  di leggere gli articoli  indicati, ed altri che sono in rete. Molti preti  in prima linea consigliano di parlarne poco, anche per evitare reazioni dei governi islamici che possono condannare a morte gli apostati.

Questo mi fa capire il giusto comportamento del Santo Padre Francesco, che personalmente ho criticato e al quale chiedo scusa, Santità avete ragione voi!!!!

Ritengo che il modo con il quale il Santo Padre si sia mostrato ai Musulmani sia stato di Mostrare la ENORME DIFFERENZA tra Cristianesimo e Islam, ovvero che per NOI

DIO  è   Padre

DIO  è AMORE

Ecco all0ra che ciò che ha fatto il Santo Padre appare sotto un’altra  luce,sicuramente ben consigliato,  di una forte  TESTIMONIANZA Dell’Amore di Dio  per tutte le persone,  SENZA l’uso della  sopraffazione e senza alcuna SOTTOMISSIONE, è.  DATO che islam significa sottomissione.

Come sottolineato sopra più che una evangelizzazione forza, è l’ATTRAZIONE VERSO QUESTO MESSAGGIO RIVOLUZIONARIO per gli islamici che sta facendo la differenza.

Attratti dalla TESTIMONIANZA  delle Persone come ZaKaria Botros, che da ora in poi sarà un mio eroe personale, insieme alle centinaia di persone che testimoniano Cristo e accompagnano a Lui tutti coloro che incontrano. 

Mostrando  loro la Croce

come simbolo di Unione Fraterna

nella sofferenza e

non con la sopraffazione e la sottomissione.

Pregheremo  tutti coloro che aiutano tante persone  ad avvicinarsi a Cristo e magari sia da esempio a noi che a fatica riusciamo a trasmetter l’amore di Cristo ai nostri connazionali.

Chissà questo sia un segno per il futuro, un futuro PAPA Arabo o Iraniano!!!!

Ricordiamo che i primi apostoli erano tutti APOSTATI attratti dall’amore di Gesù figlio di DIO convinti dalla Croce e dalla Resurrezione di Cristo.

San Pietro, il primo Papa, fu Apostata!!!

 

Sfruttamento delle persone grazie a pagamenti in NERO: Papa Francesco dice BASTA!!

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Oggi la Prima Lettura ci offre l’occasione di rifletter in modo profondo su uno degli aspetti più sentiti dalle persone che lavorano. Un tema che MI sente particolarmente coinvolto.

PRIMA LETTURA (Giac 5,1-6)

Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco.

Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!
Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente.
Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.

Possiamo leggere in questo Link L’ Omelia di PAPA FRANCESCO di oggi 19 maggio 2016

Una Omelia, molto semplice, che non vuol dire che non sia profonda, ma nel senso di comprensibile e rivolta a fatti ed episodi della vita di tutti i giorni.

In particolare questa frase mi ha colpito, che rappresenta uno spaccato di molte persone intente a chiedere  la giusta ricompensa del proprio lavoro:

‘Io ti pago fino a qua,

senza vacanze, senza assicurazione sanitaria,

senza … tutto in nero …

Ma io divengo ricco!’.

Insegno in un istituto Tecnico e Professionale. La maggior parte dei miei  ragazzi hanno famiglie normali con i soliti problemi di soldi. Pertanto molti di loro si arrabattano a cercare un lavoro che possa dare sollievo alla famiglia.

EBBENE

MOLTI RAGAZZI NEL LAVORO

SONO TUTTI TRATTATI

COME DICE PAPA FRANCESCO

Orari infiniti

per guadagni Miserrimi.!!!!

Una ragazza mi ha raccontato, E COME LEI TANTI MA TANTI ALTRI,  che per 8 ore gli davano 20-30 euro!!

A NERO!!!

Lo sanno i signori delle forze dell’ordine, sempre pronti a venire a scuola a parlare di legalità, codice della strada, ecc.ecc. Poi sti ragazzi vengono

SFRUTTATI DA DELINQUENTI con la partita iva.

Questa ragazza, come tante altre, ha provato a dirlo alle forze dell’ordine, ma in pratica le hanno fatto capire che la colpa era la sua. Bravi. si proprio bravi .

Ecco forse essere Chiesa significa anche stare vicino a queste nostre sorelle e fratelli sfruttati nella loro dignità di persone nell’essere persone che svolgono un lavoro  e che hanno tutto il diritto di essere pagate per la giusta mercede.

Santità spero che le sue Parole possano stimolare tutti coloro che lavorano per  Pastorale in particolare quella Pastorale della Impresa   in modo da far si che si possano fermare questi soprusi a danno SOLO  dei più poveri e indifesi, in particolare i nostri giovani.  Poi ci si lamenta che non seguono più la Chiesa, ma se noi per primi non diamo loro  aiuto, e spesso stiamo con coloro che li … sfruttano , magari perché offrono l’obolo di san pietro!!!

Denunciamo con coraggio chi paga in nero, anche se si presenta tutte le domeniche in chiesa e dona il surplus del loro lavoro, rubandolo alle persone che sfrutta.

QUESTA SI CHE SAREBBE UNA AZIONE FORTE E MERITEVOLE PER I NOSTRI RAGAZZI

Ci vuole coraggio, ma il coraggio è nella forza delle parole del Vangelo!!!!

Inoltre sarebbe anche un bene per la concorrenza, perché ci sono anche persone oneste che pagano tutto il dovuto ai lavoratori e ottengono di avere una concorrenza SLEALE da parte di coloro che invece non lo fanno.  Bisogna dirlo,

MOLTI SONO ANCHE ONESTI CON I LAVORATORI SUBENDO CONCORRENZA SLEALE E PAGANDO DI Più

La piaga della schiavitù oggi con la scusa del lavoro che manca è ancora peggio del passato.

Sottolineo come sia stato Bello anche il fatto che il Santo Padre non ha chiamato Imprenditori questi sfruttatori  ma ha usato il termine dispregiativo di RICCHI. 

RICCHI sono e assolutamente  non IMPRENDITORI

Gli IMPRENDITORI CRISTIANI conoscono il valore della persona e la dignità del lavoro e di conseguenza lo premiano con il giusto salario.

I RICCHI INVECE PENSANO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AI SOLDI

DA ACCUMULARE FREGANDOSENE DEL LUNGO PERIODO e delle PERSONE.

Preghiamo affinché ci siano sempre più imprenditori cristiani che possano creare lavoro per i nostri giovani e che illuminati dalla grazia del Signore sappiano Dare la giusta mercede alle persone che lavorano per loro. 

In omaggio al Lavoro e al suo patrono: San Giuseppe Lavoratore

Postato il


 

 

Oggi  Primo Maggio in Occasione  della Ricorrenza  del  Santo del Lavoro: San GIUSEPPE. 

Dedichiamo questo Post a tutti coloro che si chiamano Giuseppe, alla Parrocchia di Don Andrea dedica proprio a San Giuseppe Operaio vedi qui. 

Naturalmente poi dedico questo Post a tutti i LAVORATORI. Ricordando che proprio il LAVORO caratterizza i primi cristiani chiamati da Gesù Cristo a diventare apostoli. San Paolo stesso si vanta di mantenersi con il suo lavoro, costruttore di tende.

Da sempre il LAVORO invece nelle culture pagane e gnostiche è visto come avvilente e non adatto all’UOMO nobile, ma riservato agli schiavi. L’innovazione CRISTIANA è stata quella invece di esaltarne il valore, fin da essere il seme del capitalismo moderno con gli artigiani, gli imprenditori che dal basso riuscivano a creare meravigliosi oggetti e progressi per il bene di tutti.

Il LAVORO dignitoso per l’Uomo e non fine a se stesso, ma necessario per arrivare a CRISTO e nel Lavoro il Cristiano deve mostrare i suoi valori e la sua evangelizzazione ed apostato.

Pubblico così il primo capitolo della mia tesi della licenza in Teologia Pastorale conseguita a Roma nel 2012. Per approfondire e alimentare la cultura del LAVORO e non  dello sfruttamento e del parassitismo nobiliare.

BUON SAN GIUSEPPE LAVORATORE E 

BUONA LETTURA

 

CAPITOLO I
L’UOMO COME SOGGETTO DEL LAVORO

E LA SUA DIGNITÀ NELLA ENCICLICA LABOREM EXCERSENS

1.1 – INTRODUZIONE: DALLA TRADIZIONE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Tutte le encicliche e gli scritti succedutisi nel corso del tempo, riguardanti i problemi sociali, hanno affrontato il tema del lavoro, a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, poi nella questione sociale della Quadragesimo anno di Pio XI, la questione dell’ordine internazionale nel radiomessaggio di Pio XII, le questioni della giustizia e della pace di Giovanni XXIII nella Mater et Magistra, le questioni dello sviluppo e della nuova civiltà di Paolo VI nella Popolorum Progressio. L’enciclica di Giovanni Paolo II, Laborem Excersens, edita nel 1981, focalizza l’attenzione sul lavoro in collegamento organico con la tradizione.

Certamente il lavoro, come problema dell’uomo, si trova al centro stesso di quella «questione sociale» alla quale, durante i quasi cento anni trascorsi dalla menzionata Enciclica, si volgono in modo speciale l’insegnamento della Chiesa e le molteplici iniziative connesse con la sua missione apostolica. Se su di esso desidero concentrare le presenti riflessioni, ciò voglio fare non in modo difforme, ma piuttosto in collegamento organico con tutta la tradizione di questo insegnamento e di queste iniziative. Al tempo stesso, però, faccio questo, secondo l’orientamento del Vangelo, per estrarre dal patrimonio del Vangelo «cose antiche e cose nuove»1.

L’enciclica precisa, chiarifica e attualizza l’eredità del magistero sociale della Chiesa mediante una riflessione teologica-sociologica, che considera il lavoro come la chiave essenziale di tutta la questione sociale ove il lavoro risulta essere fondamentale per il bene dell’uomo.

“Se nel presente documento ritorniamo di nuovo su questo problema, – senza peraltro avere l’intenzione di toccare tutti gli argomenti che lo concernono – non è tanto per raccogliere e ripetere ciò che è già contenuto nell’insegnamento della Chiesa, ma piuttosto per mettere in risalto – forse più di quanto sia stato compiuto finora – il fatto che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo. E se la soluzione o, piuttosto, la

1 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica Laborem Exercens, (1 settembre 1984), n. 2, in Enchiridion Encicliche. Vol. 8, Centro editoriale Dehoniane, Bologna 1998, n. 208.

graduale soluzione della questione sociale, che continuamente si ripresenta e si fa sempre più complessa, deve essere cercata nella direzione di «rendere la vita umana più umana», allora appunto la chiave, che è il lavoro umano, acquista un’importanza fondamentale e decisiva”2.

Nell’epoca moderna, un enorme sviluppo interpretativo del lavoro umano è avvenuto al di fuori della giusta concezione del lavoro. La Dottrina Sociale della Chiesa può spesso cadere nelle tesi che intendono il lavoro, specie quello di tipo manuale e industriale, come abbrutimento dell’uomo, di contro a lavori che elevano l’uomo alla spiritualità. La Laborem Excersens offre una visione cristiana del lavoro, che si rifà alla tradizione magisteriale della Chiesa e che risponde alle esigenze contemporanee.

“La Chiesa cattolica ne è stata sommersa ed ha cercato di porre degli argini, ma non ha mai veramente compreso ed amato il lavoro industriale. I cattolici si sono dunque in un certo senso estraniati dal fondamentale compito sociale di produrre ricchezza, lo hanno guardato con sospetto. L’invenzione creativa delle forme di organizzazione del lavoro umano e della innovazione nel modo di produzione è stata lasciata ad altri…. con la Laborem Excersens la Chiesa cerca di andare più a fondo, al cuore della giusta concezione del lavoro umano, per orientare e disciplinare in modo diverso le enormi energie”3.

Proprio la mancata capacità di affrontare i problemi legati al lavoro moderno ha portato la riflessione del magistero ai margini del pensiero economico, e nei fedeli il sospetto che il Magistero della Chiesa fosse lontano dalla propria attività lavorativa, vista spesso in modo semplicistico e negativo. In particolare, da parte di filosofie-etiche, che vedono il ruolo del lavoro come degradante per l’uomo oppure dividono i lavori in base a criteri materialisti, tra quelli meritevoli (derivante dal pensiero e dalle arti) e quelli non meritevoli per l’uomo (derivanti dal sudore e dall’artigianilità). L’enciclica pone i confini entro i quali delimitare la questione del lavoro. Nella prima parte del testo, l’enciclica offre una lettura che risponde a queste visioni negative, partendo da come la Chiesa intenda antropologicamente l’uomo, è una lettura del lavoro che parte dal soggetto che lo compie e della importanza che ha per la realizzazione dell’uomo stesso e le sue radici affondano nella cultura.

L’enciclica non ha soluzioni prefabbricate da offrire; contiene però un approccio di tipo nuovo al fondamentale problema dell’uomo che permette una comprensione diversa da quella usuale dei grandi problemi internazionali. Essa fornisce le categorie che permettono una inedita lettura ed interpretazione della storia contemporanea…… L’enciclica Laborem Excersens con la sua fondamentale distinzione fra il significato oggettivo ed il significato

2 Ivi, n.3, in EE/8 n. 209.
3 R. BUTTIGLIONE, L’uomo e il lavoro, CSEO SAGGI, 1984, pp. 59-60; p. 87.

soggettivo del lavoro ci insegna a cercare le radici dell’uomo nella cultura4.

1.2 – IL SOGGETTO DEL LAVORO È L’UOMO E LA SUA RADICE È LA CULTURA

La prima e sostanziale affermazione sulla quale basare tutte le riflessioni sul lavoro è il fatto che il lavoro deve essere inteso in senso soggettivo, “come persona, l’uomo è soggetto del lavoro”5. Il lavoro è un fondamentale e centrale tema della Dottrina Sociale della Chiesa, un valore etico solo in quanto colui che lo compie è la persona che assume le sue decisioni sulla base della propria volontà.

Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso.6

Il lavoro visto nella sua dimensione soggettiva, sottolinea come l’uomo è destinato al lavoro, “per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro»”7. Questo assunto fondamentale chiarisce come qualsiasi lavoro non sia importante per l’obiettivo che si pone, ma per l’uomo che lo compie, la persona.

A sua volta: indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo – alle volte molto impegnativo – del suo operare, questo scopo non possiede un significato definitivo per se stesso. Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso.8

L’uomo decide di lavorare al fine di realizzare se stesso, per contribuire al progresso continuo della comunità in cui vive e per aumentare l’elevazione culturale e morale della stessa.

Giovanni Paolo II riconduce l’importanza del lavoro soprattutto in quanto stimolo all’incessante elevazione culturale e morale della società. Una radicale concezione dell’attività umana che spiazza e costringe a riflettere approfonditamente sul suo valore e sul concetto stesso di lavoro, e la sua importanza cruciale per il progresso integrale dell’uomo.

“L’uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all’incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli.

Il lavoro è cultura, anche il più semplice e ripetitivo dei lavori è cultura; forma l’uomo e accresce la sua autostima, poiché egli, grazie al suo lavoro, si rende conto di contribuire alla crescita personale e di una comunità. Si sconfigge la logica illuministica di derivazione greco-romana del lavoro, la quale considera il lavoro solo come un abbrutimento dell’umanità, a sua volta destinata ad alti e solitari compiti, specie lontano dalla “praxis”.

“Quando diciamo che il Papa propone una concezione del lavoro diversa da quella usuale non vogliamo rifarci né ad una spiritualizzazione del lavoro né ad una esaltazione del lavoro come partecipazione al compito della creazione. Intendiamo dire piuttosto che ci troviamo davanti ad un particolare approfondimento di ciò che il lavoro è in se stesso, il quale rende comprensibile in che modo sia vera l’affermazione che il lavoro è partecipazione all’opera creatrice di Dio. Lo stesso Giovanni Paolo II in una conferenza ha gettato una luce particolare su questa concezione del lavoro umano. Dice il Papa: “bisogna…. svelare in tutta la ricchezza della praxis umana quella profonda relazione con la verità, con il bene e con il bello che ha un carattere disinteressato, puro, non utilitario”.

Il lavoro, considerato come ciò che si prende cura della verità, del bene e del bello, consiste nel mettere al centro la persona umana e le sue relazioni con le altre persone, che è la creazione più alta del Creatore e quella di cui si compiace ed in cui si riflette. Compiendo il proprio lavoro, l’uomo si prende cura dell’altro e al contempo si prende cura massimamente di sé, cura nel profondo la propria anima, la quale, a sua volta, si svela all’uomo solo nell’incontro con l’altro, nella reciproca relazione umana; dunque nell’accogliere l’altro si crea il vero, il buono e il bello della convivenza comune, una dimora spirituale comune.

L’uomo è chiamato al lavoro perché è attraverso il lavoro che egli si prende cura della persona, in sé e negli altri, ed esercita la propria responsabilità verso di essa. Nessuno può compiere la propria vocazione umana se non attraverso un lavoro. La dinamica propria dell’umano è infatti segnata dall’incontrare il vero, il bello ed il bene (in una parola forse potremmo dire l’essere ) e dal rimanere carichi di meraviglia e di stupore davanti ad essi, per poi prendersene cura… Ciò rende differente il lavoro dell’uomo dalla fatica degli animali.

1.3 – LA DIGNITÀ DELL’UOMO NEL LAVORO SOGGETTIVO

L’uomo deve lavorare, non per realizzare una necessità naturale e sottrarsi alla fame, ma perché il lavoro appartiene alla sua piena realizzazione in quanto uomo e in quanto persona tra le persone. Il lavoro che valorizza il soggetto è un bene per l’uomo e gli rende la sua piena dignità, lo rende più uomo.

“Eppure, con tutta questa fatica – e forse, in un certo senso, a causa di essa – il lavoro è un bene dell’uomo. Se questo bene comporta il segno di un «bonum arduum», secondo la terminologia di San Tommaso, ciò non toglie che, come tale, esso sia un bene dell’uomo. Ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce. Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. Il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»12.

Il lavoro soggettivo è un bene che corrisponde all’uomo e alla sua dignità, ciò che corrisponde all’uomo nella sua massima espressione. Tali considerazioni giungono a considerare la laboriosità come una virtù, in quanto capace di trasformare l’uomo e coloro che gli sono accanto verso la loro piena e integrale realizzazione, sia materiale che spirituale.

Senza questa considerazione non si può comprendere il significato della virtù della laboriosità, più particolarmente non si può comprendere perché la laboriosità dovrebbe essere una virtù: infatti, la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo. Questo fatto non cambia per nulla la nostra giusta preoccupazione, affinché nel lavoro, mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità13.

La dignità dell’uomo, preservata nel lavoro, consente all’uomo stesso di sentirsi parte della comunità: in questo modo egli può offrire il proprio contributo e realizzarsi, sia formando una famiglia che offrendo la propria solidarietà, radici fondamentali della cultura della Dottrina Sociale della Chiesa.

“Appartiene infatti al lavoro umano una particolare capacità di unire gli uomini fra di loro, di stabilire fra di essi una rete di relazioni all’interno della quale essi fanno esperienza della loro umanità. La solidarietà, che emerge dal lavoro è insieme con la famiglia, la radice fondamentale della cultura: attraverso il lavoro e la famiglia si pongono in modo esistenzialmente concreto per ciascuno i grandi interrogativi sul significato ed il destino, i quali propriamente costituiscono e articolandola cultura dell’uomo”.

1.4 – LA SPIRITUALITÀ DEL LAVORO

La cultura del lavoro, prima della missione evangelizzatrice, informa la vita di Nostro Signore Gesù Cristo, dall’azione alla contemplazione che porta alla evangelizzazione delle genti. Il lavoro perciò si trasforma in qualcosa di immanente, restituisce all’uomo cento volte tanto in spiritualità di quanto l’uomo stesso dia in materialità. L’importanza del lavoro si estende dunque anche alla sua dimensione spirituale: l’uomo cresce nella sua interezza di corpo e spirito.

Diverso è il genio del cristianesimo, già interamente contenuto in quel primo Vangelo del lavoro che è la vita nascosta di Gesù a Nazareth come figlio del carpentiere Giuseppe. Nella visione cristiana della vita, la cultura appare fin dal principio immanente al lavoro come un suo significato e valore; contemplazione e azione appaiono come due lati di un’unica esperienza della persona”15.

La dimensione soggettiva del lavoro deve perciò essere perfezionata e contemplare l’aspetto che compone la piena umanità, la sua insita spiritualità. Il lavoro influenza anche questo aspetto dell’uomo, in quanto corpo e spirito: entrambi si uniscono e permeano il lavoro soggettivo e a loro volta condizionano l’uomo. Egli non può rinunciare a considerarli fondamentali per la propria vita, e occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalle tre virtù teologali, per dare al lavoro i significati necessari al fine di realizzare l’opera della salvezza disegnata dal suo Creatore.

Dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus persona, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale. All’uomo intero è pure indirizzata la Parola del Dio vivo, il messaggio evangelico della salvezza, nel quale troviamo molti contenuti – come luci particolari – dedicati al lavoro umano. Ora, è necessaria un’adeguata assimilazione di questi contenuti; occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalla fede, dalla speranza e dalla carità, per dare al lavoro dell’uomo concreto, con l’aiuto di questi contenuti, quel significato che esso ha agli occhi di Dio, e mediante il quale esso entra nell’opera della salvezza al pari delle sue trame e componenti ordinarie e, al tempo stesso, particolarmente importanti.16

Il lavoro appare così nella giusta luce solo se lo si intende importante tanto per il corpo quanto per lo spirito. Compito fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa è porsi al servizio di questa visione teologica e sociologica cristiana del lavoro, in modo che tutti gli uomini si avvicinino alla spiritualità del lavoro e, attraverso essa, a Dio.

…dovere pronunciarsi a proposito del lavoro dal punto di vista del suo valore umano e dell’ordine morale, in cui esso rientra, in ciò ravvisando un suo compito importante nel servizio che rende all’intero messaggio evangelico, contemporaneamente essa vede un suo dovere particolare nella formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell’uomo e del mondo e ad approfondire nella loro vita l’amicizia con Cristo, assumendo mediante la fede una viva partecipazione alla sua triplice missione: di Sacerdote, di Profeta e di Re, così come insegna con espressioni mirabili il Concilio Vaticano II.

Una spiritualità del lavoro patrimonio di tutta l’umanità, in grado di influenzare tutti gli uomini e condizionare la vita di tutto il mondo. Un chiaro invito a indirizzare la pastorale sociale verso una evangelizzazione che passi anche attraverso il lavoro dell’uomo.

“Bisogna, dunque, che questa spiritualità cristiana del lavoro diventi patrimonio comune di tutti. Bisogna che, specialmente nell’epoca odierna, la spiritualità del lavoro dimostri quella maturità, che esigono le tensioni e le inquietudini delle menti e dei cuori”.

La dimensione personale del lavoro soggettivo, dignitoso e spirituale, trasforma l’uomo, lo rende capace di partecipare veramente all’opera di Dio e trova compimento attraverso le opere evangeliche di Cristo, a dimostrazione di come Egli compia l’opera del Vangelo; e l’eloquenza della vita di Cristo che ci fa capire come Egli appartenga al mondo del lavoro.

“Infatti, Gesù non solo proclamava, ma prima di tutto compiva con l’opera il «Vangelo» a lui affidato, la parola dell’eterna Sapienza. Perciò, questo era pure il «Vangelo del lavoro», perché colui che lo proclamava, era egli stesso uomo del lavoro, del lavoro artigiano come Giuseppe di Nazareth. E anche se nelle sue parole non troviamo uno speciale comando di lavorare – piuttosto, una volta, il divieto di una eccessiva preoccupazione per il lavoro e l’esistenza, però, al tempo stesso, l’eloquenza della vita di Cristo è in equivoca: egli appartiene al «mondo del lavoro», ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre”.

1.5 – DALLA DIMENSIONE PERSONALE, ALLA FAMIGLIA E ALLA NAZIONE

La Laborem Excersens considera il carattere universale del lavoro, inteso nei suoi principali valori che rendono l’uomo più uomo, e gli permettono di realizzare la sua vocazione primaria, che è quella di vivere con gli altri e per gli altri così da completarsi a vicenda. L’enciclica usa a tale scopo la metafora dei 4 cerchi: il primo cerchio è la dimensione personale del lavoro, dignitoso, soggettivo e spirituale, il secondo cerchio è la famiglia, il terzo cerchio è la nazione ed infine l’ultimo cerchio è l’unione delle nazioni.

Confermata in questo modo la dimensione personale del lavoro umano, si deve poi arrivare al secondo cerchio di valori, che e ad esso necessariamente unito. Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori – uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana – devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno «diventa uomo», fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo.20

La dimensione etica e culturale, riscoperta con questa analisi del lavoro, sviluppa un concetto armonioso dell’uomo, e questo offre la possibilità di vivere in pace e solidarietà con tutti gli altri, a partire dal nucleo principale e naturale: la famiglia. Pensiamo, invece, a un lavoro egoistico e fine a se stesso, o rivolto alla assolutizzazione del profitto o sminuito in chiave collettivistica, che annulla l’uomo negli ingranaggi della politica per un bene superiore ma estraneo all’uomo stesso. Questo genera una spirale che sempre più conduce tutti gli uomini a isolarsi e ad essere considerati oggetti al pari delle macchine, numeri da usare per calcoli algoritmici.

“Diversamente stanno le cose se entriamo nella prospettiva secondo la quale il lavoro è un sistema di comunicazione e dialogo fra gli uomini che costituisce una particolare comunità umana. Lavorare è allora un entrare in rapporto con l’altro uomo per prenderci cura insieme della terra e delle persone che abbiamo a cuore. Se guardiamo al lavoro in questo modo allora ci importa che quel sistema di comunicazione non sia falsato, che sia giusto”.

La riflessione del professor Buttiglione evidenzia come, a partire dal lavoro, si debba costruire una giustizia e una pace a carattere mondiale; infatti, il terzo cerchio della enciclica, nel quale l’uomo con il suo lavoro fonda se stesso, è la nazione:

“Il terzo cerchio di valori che emerge nella presente prospettiva – nella prospettiva del soggetto del lavoro – riguarda quella grande società,alla quale l’uomo appartiene in base a particolari legami culturali e storici. Tale società – anche quando non ha ancora assunto la forma matura di una nazione – è non soltanto la grande «educatrice» di ogni uomo, benché indiretta (perché ognuno assume nella famiglia i contenuti e valori che compongono, nel suo insieme, la cultura di una data nazione), ma è anche una grande incarnazione storica e sociale del lavoro di tutte le generazioni. Tutto questo fa sì che l’uomo unisca la sua più profonda identità umana con l’appartenenza alla nazione, ed intenda il suo lavoro anche come incremento del bene comune elaborato insieme con i suoi compatrioti, rendendosi così conto che per questa via il lavoro serve a moltiplicare il patrimonio di tutta la famiglia umana, di tutti gli uomini viventi nel mondo.

La giustizia e la pace sono i frutti della dimensione personale del lavoro, che consente all’uomo di realizzare la vocazione ad essere ancora “più uomo”. Sistemi economici e politici, che non rispettano tali fondamentali valori antropologici, possono risultare estremamente dannosi, fino ad arrivare a costruire società non giuste e senza la pace necessaria, in quanto trasformano l’uomo in una merce. La salvaguardia del primo cerchio consente lo sviluppo del secondo, che a sua volta estende i suoi benefici a tutte le nazioni. Se così non accade, il mondo implode su se stesso, causando la crisi dell’uomo fin nel suo stesso essere uomo.

Si oppongono alla dottrina sociale della Chiesa i sistemi economici e sociali, che sacrificano i diritti fondamentali delle persone, o che fanno del profitto la loro regola esclusiva o il loro fine ultimo. Per questo la Chiesa rifiuta le ideologie associate nei tempi moderni al «comunismo» o alle forme atee e totalitarie di «socialismo». Inoltre, essa rifiuta, nella pratica del «capitalismo», l’individualismo e il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano.

Capitalismo, Socialismo e Comunismo, accomunati da una riduzione dell’uomo non possono essere contemplati dalla DSC in quanto annientano la possibilità dell’uomo di scegliere di realizzare se stesso, mettendo in pratica tutta la propria persona, con la sua creatività, la sua perseveranza e il suo coraggio.

1.6 – CONCLUSIONE

Giovanni Paolo II, con la Laborem Excersens, pone nella prospettiva cristiana il lavoro dell’uomo, come dimensione personale. Esalta l’importanza del soggetto sull’oggetto, lo considera la base della dignità dell’uomo, perché lo conduce ad una completezza integrale attraverso una spiritualità che è insita nel lavoro stesso. Questo cerchio è come la pietra d’angolo che regge l’arcata di tutte le riflessioni che seguiranno sul lavoro dell’uomo, non possiamo prescindere da queste considerazioni, pena l’esclusione dell’uomo stesso dalla sua realizzazione integrale. Pertanto egli, con il lavoro, si completa formando una propria famiglia che vive insieme ad altre famiglie in una nazione, e le varie nazioni nel mondo. Frutti maturi di un lavoro dignitoso e spirituale sono la giustizia e la pace.

Abbiamo cercato, nelle presenti riflessioni dedicate al lavoro umano, di mettere in rilievo tutto ciò che sembrava indispensabile, dato che mediante esso devono moltiplicarsi sulla terra non solo «i frutti della nostra operosità», ma anche «la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà». Il cristiano che sta in ascolto della parola del Dio vivo, unendo il lavoro alla preghiera, sappia quale posto occupa il suo lavoro non solo nel progresso terreno,ma anche nello sviluppo del Regno di Dio,al quale siamo tutti chiamati con la potenza dello Spirito Santo e con la parola del Vangelo.

Il FLASH MOB dei Frati e delle Suore. Riflessione e Suggerimenti.

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Lo hai visto? Hai assistito a un Flash Mob dei Frati? Io no, ma ho avuto modo di apprezzarne le gesta tramite youTube?

Chiariamo cosa è un Flash Mob. Si tratta di un modo di  comunicare attraverso una  improvvisata per coinvolgere le persone in modo assolutamente inaspettato. Caratteristica principale è l’INASPETTATO e se vogliamo anche il divertente.

Si organizza in genere o in maniera precisa o in modo estemporaneo tramite i social network dandosi appuntamento in una ora precisa e ad un segnale preciso si inizia a inscenare quanto concordato.Nata circa una decina anni fa, è un modo di comunicare e di organizzare una evento improvviso in modo da scatenare attenzione e partecipazione e naturalmente Buzz, ovvero Brusio, Passaparola. Di recente assai utilizzato nel Marketing in special modo nella comunicazione di marketing chiamata GUERRILLA MARKETING.Leggi qui.

Si spera che in questo modo le persone che assistono a questo evento inaspettato possano essere coinvolti e parlarne ai propri conoscenti e amici, che è poi la base del Passaparola. Sappiamo infatti che non esiste potenza più elevata del passaparola nel trasmettere messaggi e informazioni. Il problema è semmai scoprire il modo di scatenare un Passaparola, che sia coiNvolgente e di conseguenza coinvolga le persone a compiere le azioni che ci prefIggiamo.

Un innovativo modo di fare Marketing in modo semplice, economico, divertente, smart, diretto e ambientale. Non è questo il post per approfondire tematiche tecniche del Marketing, per chi volesse rimando al mio Blog.

Nel video potete vedere che si tratta di un flash mob organizzato a mo’ di danza. Ora dato che in questo Blog parliamo di Pastorale ed Evangelizzazione ,   mi preme sottolineare in questo Blog cosa ci trasmette i video dei vari Flash Mob che si trovano su Youtube.

  • Quale era lo scopo che si sono prefissi i simpatici frati e le arzille suore?
  • Perché delle persone nei loro abiti del “1200-1300” ballano?
  • Con ai piedi delle Modernissime Birkenstok in Lattice?
  • Quale scopo si prefiggono?
  • Raggiungono lo Scopo prefisso?
  • Sono forse un po’ ridicoli?
  • Sono divertenti?
  • Chi li osserva sono coinvolti e ne parleranno in giro?
  • Si scatena il Passaparola?
  • E che tipo di Passaparola?  Passaparola Positivo o Negativo?

Dato che non conosco nessuno dei frati o suore del video, non so se questi Flash Mob hanno ottenuto un qualche effetto. Mi auguro di si, per il bene delle persone che si avvicinano alla CHIESA.

Io personalmente, giudizio assolutamente personale, lo trovo RIDICOLO. E non poco?

Apprezzo il tentativo, il coraggio di tentare strade nuove, tuttavia temo che  i risultati non siano tanto esaltanti, e temo che siano tentativi AUTO-REFERENZIALI, che coinvolgono solo  coloro che già seguono un percorso di crescita nella Fede vicino ai conventi. Ma coloro che sono lontani, e che dovrebbe avvicinare, non credo siano molto coinvolti.

Spero vivamente di essere smentito. Tenteremo di saperne di più, se riusciamo a metterci in contatto con codesti organizzatori, ma temo sia difficile che ci rispondono. I social Net-work per i consacrati sono un mondo dedicato solo per coloro che ne fanno parte, difficile che si aprino agli estranei. Spero di essere smentito, ma molti Preti, associazioni e Diocesi impediscono proprio il dialogo nei proprio siti, blog o pagine Fb.

Cosa che è assolutamente il contrario di come si dovrebbe fare Social Network.  Allora mi chiedo a cosa servono sti  balletti in strada? Boh e chi  lo sa?

Se lo scopo è s emplicemente affermare :

Hei CI SIAMO,

ESISTIAMO, VIVIAMO,

GUARDA BALLIAMO PURE,

E SIAMO FELICI,

Allora forse, si dai, forse, funziona. Ma nulla più!! 
Si Sa a noi del Marketing Piace Misurare le nostre azioni, verificare così che funzionano. Mi piacerebbe tanto che mi dicessero, ti sbagli, funziona, abbiamo in questo modo avvicinato molte persone. Quanto sarei contento di essere smentito!!!!

MI PERMETTO UN SUGGERIMENTO che magari svilupperò meglio in un post successivo.

Perché invece non mettere a disposizione delle giovani generazioni le competenze creative francescane in modo da aiutare a realizzare nuove START-UP?

Prendiamo spunto dal grande SAN BERNARDINO E  aiutiamo i giovani a trovare lavoro, a INVENTARSI UN LAVORO!!

NON SAREBBE Più INNOVATIVO E COINVOLGENTE ???

Ne parleremo nel prossimo postl