imprenditore cristiano

il bene comun moltiplicatore, una proposta di pastorale per i leader d’impresa

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La scorsa settimana ho avuto il piacere di assister alla riunione estiva dell’UCID di Macerata.

Alla presenza di molti imprenditori e auditori il padrone di casa fondatore della EKO, strumenti musicali, Don Lamberto Pigini ha presentato il Vescovo di Senigallia Mons. Orlandoni.

Oltre che Vescovo di Senigallia è anche in seno alla CEI membro della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace. Il segretario della Commissione è Mons. MARIO TOSO, mio prof. alla Lateranense con in quale ho avuto modo di confrontarmi più volte sulla figura dell’imprenditore, in particolare sul ruolo del profitto.

Mons. Orlandoni ha illustrato i punti dal 12 al 22 del documento della commissione di cui fa parte: La Vocazione del leader d’impresa.

http://www.iustitiaetpax.va/content/dam/giustiziaepace/VBL/Vocazione%20ITA.pdf

Nella introduzione Mons. Orlandoni ha illustrato in modo mirabile il concetto di Bene Comune. Ha affermato come il bene comune non sia la sommatoria dei beni, dai quali poi trarre giovamento nelle ripartizione, ma come il bene comune è da intendersi come una moltiplicazione tra i beni, ove se solo uno dei beni risultasse pari a zero nessuno può affermare di aver raggiunto il bene comune, in quanto moltiplicare per zero risulta zero.

Per conseguire il bene comune occorre dunque che tutti almeno siano Uno, come persona tra le persone, nella lora dignità di uomini.
Strada maestra per il conseguimento moltiplicatore è vivere la carità.

La professione dell’imprenditore è vista come una professione “vocazionale” che collabora pienamente per la realizzazione del bene comune attraverso la “pratica” della “caritas”, in senso elevato.

Fin qui sono rimasto colpito e perfettamente d’accordo specie negli approfondimenti specifici sui vari termini utilizzati.

Ciò che invece mi trova leggermente in contrasto è quando si illustra il percorso in tre fasi che il leader d’impresa deve compiere per giunger alla realizzazione del bene comune: Vedere , Giudicare e Agire.

Secondo il documento della commissione queste tre fasi sono necessarie e sufficienti al fine di giungere al bene comune.

Tuttavia io mi trovo in disaccordo in quanto profondamente influenzato da Professore che ritengo eccelso, Mons. Lanza tornato alla casa del Padre un paio di anni fa, il quale ha sempre puntualizzato come le fasi indicate hanno più limiti che meriti nel compimento della pastorale in ogni ambito.

Riporto brani del prof.Lanza dei suoi appunti molto critici contro tale metodo:

” il metodo V.G.A. deve essere giudicato insoddisfacente e (illusoria) per i seguenti motivi:

a- Il vedere non è propriamente descrittivo, ma fin dall’inizio è giudicante, una lettura della realtà di pre-compressione/interesse o una incoccia (forse) attivazione di criteri interpretativi. …. Non esiste una lettura sociologica “neutra” ed “innocente”.
Dunque fin dalla lettura della realtà occorre che ci sia fin dall’inizio una condotta teologica, fin dal primo istante dell’itinerario riflessivo teologico-pastorale.

b-Le fasi della progettazione e attuazione, ristrette nella sola indicazione dell’agire, non vengono svolte nella loro specificità e nelle necessarie articolazioni: rischiano cioè di essere assorbite o nella (presunta) oggettività del vedere, o nella (impropria) ideologia del giudicare.
c- Il Trinomia V.G.A. individua in realtà non la scansione sequenziale, ma la costituzione stessa del pensare la pastorale. Si tratta cioè di componenti costitutive, che qualificano il pensiero teologico-pratico in ogni sua fase o movimento.

Queste due critiche del Prof. Lanza le ritengo assai precise, tanto più oggi che ascolto molti esempi di pastorale “deduttivi” della realtà che non tengono conto delle reali specificità, con un vedere appunto ideologizzato e quanto mai lontano da una visione teologica alla quale è necessario attenersi.

PROPOSTA ALTERNATIVA

Il prof. Lanza proponeva invece una più ampia articolazione della pastorale fasi sequenziali e dimensioni costitutive triple per ogni fase. Provo a riassumere la sua raffinata proposta :
FASI SEQUENZIALE :
1- Analisi e Valutazione (leggasi post super-chruncers)
2- decisione e progettazione
3- Attuazione e verifica .

Ognuna di queste fasi occorreva che avesse le dimensioni costitutive :
DIMENSIONI

A- Kairologica
B- criteriologica
c- operativa

Uno schema raffinato, e non rigido, ovvero da utilizzare con intelligenza (da intus – legere , leggere dentro) e con le dovute accortezze in ogni sua fase.

Sulla base di quanto sopra mi sento di suggerire tale metodo al posto del V.G.A., se non fosse altro per il fatto che alla fine del metodo manda un’altra V. quella della verifica.
In onore anche del Prof. Lanza le cui lezioni erano da me apprezzattissime nonostante il suo terribile esame, data la sua arguzia, alla quale con coraggio sono riuscito a tenere testa ottenendo un meritato e non scontato 29.

In Jesu et Maria

Orientamenti per Evangelizzare in Italia

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Sabato 29 aprile giorno della ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo.
La C.E.I. ha pubblicato un librino dal titolo: “Incontriamo Gesù”.
Sottotilo: Orientamenti per l’annuncio e e la catechesi in Italia.

Essendo io di nuovo catechista nella mia parrocchia a S. Norberto presso Fermo, mi hanno fatto dono di questo libriccino, molto gradito da me.
Si legge agevolmente, circa 100 punti che chiariscono e spronano a migliorare l’evangelizzazione in ogni dove, dalla Parrocchia alla Diocesi, dalla Famiglia ai luoghi di lavoro, dalla Scuola alla Strada.

Un testo che consiglio di consultare, specie chi ha responsabilità specifiche di evangelizzazione all’interno delle istituzioni, benché il testo afferma chiaramente come tutti coloro che si dichiarano cristiani, e dunque seguaci di Cristo, sono Martiri-Testimoni della loro fede e pertanto sono evangelizzatori.

L’aspetto che maggiormente mi ha colpito, a una prima pur veloce lettura, è la richiesta di integrare e rendere sempre più importante il servizio dei Laici all’interno delle strutture della Chiesa locale. In pratica i Laici secondo la C.E.I. devono essere sempre più coinvolti in ogni aspetto della missione evangelizzatrice.
Parole che riecheggiano l’EVANGELII GAUDIUM di Papa Francesco, il cui seme lo possiamo trovare molto lontano, non ultimo nel decreto del CVII Apostolicam Actuositatem tutta incentrata sulla missione dei laici nell’evangelizzazione.

Speriamo che a forza di ribadire tali concetti i cari amati presbiteri smettano di considerarsi portatori esclusivi del sacro, e si incamminino insieme a tutti i fedeli al servizio di Cristo e della Chiesa.

Inoltre la C.E.I. nelle prime pagine sprona a mettere in gioco la propria creatività, riconoscendo i vari tentativi fin qui fatti da molti testimoni, che devono però essere meditate e confrontate in modo da riuscire con il discernimento ad adottare le migliori azioni per portare l’evangelizzazione in ogni luogo.

Si perché è ora che la testimonianza di fede nella Salvezza di Cristo, sia espressa ovunque si viva. Anzi forse questo è l’aspetto più importante, il cristiano è tenuto a comportarsi seguendo Cristo ovunque, solo così facendo adempie il suo compito verso il fratello, specie se ultimo.

Se posso permettermi una piccola critica, dico che mi sembra un po’ carente e sottostimata la evangelizzazione sul luogo del lavoro e sulla figura dell’imprenditore cristiano.
Visto che è un testo che si rivolge agli italiani e dato che gli italiani sono un popolo di santi, poeti e … imprenditori, perché non approfondire una evangelizzazione specifica di aiuto e conforto a coloro che portano la dignità alle persone attraverso il lavoro.
Penso sarebbe stato importante proprio oggi stante la situazione economica, naturalmente è richiamata ma in modo troppo timido.

Scusate ma forse sono di parte.

Comunque leggetelo e fatelo leggere.

Ad Maiorem Dei Gloriam

Alfiere cristiano e capitalista

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LETTERA INVIATA AD AVVENIRE
IN RISPOSTA ALL’ARTICOLO DEL PROF. RAVASI

buona sera,
ho appena terminato di leggere il lunghissimo articolo del prof. Ravasi su S. Giuseppe che
nel sottotitolo riporta il Santo delle Partite Iva.
Scrivo al solito per difendere le uniche persone che mai vengono difese, ovvero le persone che
come San Giuseppe dipendono dalle Commesse ricevute e soprattutto pagate.
Il “Tektos” di in ogni tempo dipendeva da coloro che pagava per ottenere qualche suo lavoro pronto di già o su commessa, senza lavoro non si mangiava.
Immagino che se fosse stato bravissimo e particolarmente creativo, un “tektos” aveva più commissioni di altri,
e magari per l’aumentato lavoro aver qualcuno che lo potesse aiutare. Inoltre immagino che la grazia per un falegname
è che le commesse vengano pagate, una volta concordate. Se così non fosse, occorre una giustizia del mondo
che potesse garantire l’esecutività dei contratti. Inoltre per ottemperare alle commesse ricevute, aveva bisogno di soldi per le materie prime, soldi che spesso erano prestati sotto usura. Non parliamo poi delle esose tasse.
La ricerca delle commissioni e i contratti stipulati non sono forse la base del mercato? E il capitalismo non si base sul mercato onesto e regolato di chi offre e di chi riceve? Se manca la domanda e l’offerta anche un santo come Giuseppe temo non potesse di certo lavorare. Inoltre è normale che tra tektos ci fosse il più stimato e bravo, e perciò più pagato che si arricchirà di più, e chi invece modestamente fa ma meno bravo e potrà vivere degnamente sempre che riceva le commesse, non è mica scontato.
Ebbene se il quadro fatto è esattamente quello di un falegname dell’epoca, non so se lo sa il prof. Ravasi, ma tutti i borghesi all’inizio della loro attività sono passati dalla povertà estrema riscattata attraverso il fare. La loro bravura rispetto agli altri riscattava il passato per raggiunger una vita più che dignitosa e con i giusti agi conquistati.
Vivendo in un distretto industriale la storia di San Giuseppe, di artigiani che con bravura si sono meritati tutto, ne conosco a bizzeffe, compresa la mia famiglia con il capo aziendale che era mia madre, pur essendo figlia di un fornaio, ha creato dal nulla una azienda di oltre 50 persone.
Da fornaia a …. borghesia provinciale. Nei distretti del fare, è la norma.
Il Prof. Ravasi rimane sul vago sulla ricchezza con giri di parole per non dire nulla, ma si capisce che vuole colpire quelli che definisce gli alfieri del connubio capitalismo-cristianesimo.
Grazie professore non sapevo di essere un alfiere, speravo magari di essere cavaliere, di certo sfugge in cotanti giri inutili di parole 3 o 4 secoli di storia cristiana dal medio-evo che ha permesso il fiorente crescere dei tanti San Giuseppe “falegnami” che hanno reso l’Italia ed il Mondo occidentale il luogo migliore al mondo in cui vivere. Immersi nella bellezza assoluta delle opere d’arte di ogni tipo, spesso pagate dalle tasse che tosavano proprio i tektos delle nostre città.
Ignorati Patrizio Olivi, San Bernardino da Siena e il tanto stimato conterraneo San Giacomo della Marca.
L’alfiere saluta e auspica un deciso orientamento cristiano a favore di chi fa come San Giuseppe e si prodiga a cercare commissioni in modo da poter assumere tanti ma tanti giovani, ai quali trasmettere la voglia di fare e non di essere parassiti della società, ” chi non lavora neppur mangi”.

importanza pastorale dei distretti industriali spontanei

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in risposta alla lettera del prof. Bruni per ribadire l’importanza delle azioni spontanee delle persone che dal nulla hanno
creato i distretti industriali italiani.

Egregio Prof.Luigino Bruni,
La ringrazio per la gentile attenzione che mi ha riservato. Il mondo dell’impresa e degli imprenditori è un tema a me particolarmente caro e pertanto mi permetto di rispondere alla sua ultima.
Lei parla di due capitalismi, uno mediato dalle istituzioni di stampo latino e uno immediato di stampo anglosassone. Il primo da lei caldeggiato è malato a causa di istituzioni sclerotizzate dalla burocrazia. Afferma che occorre guarirle e semmai farne di nuove, immagino ideate da un legislatore. Come esempio porta la Germania dove le istituzioni sono alleate del sistema socio-economico. Ho studiato in Germania e ho lavorato con partner tedeschi per anni; seri, precisi e corretti e con istituzioni che rispondono ai più piccoli intoppi in massimo 15 giorni. Mi scusi ma i tedeschi non sono di stampo protestante “sola fide”? Non li vorrà per caso paragonare al capitalismo latino spero. Le istituzioni tedesche dunque sono mediate da coloro che le hanno create, non come in Italia che vivono di luce riflessa e sono finalizzate ai loro stessi interessi non a servire ciò per cui in teoria sono state create.
Lei afferma che gli effetti non intenzionali non colgano a fondo gli aspetti che creano le condizioni per la nascita dei distretti. Peccato che le politiche industriali, identiche in tutta Italia non hanno permesso in ogni dove la nascita dei distretti, ma solo in quei luoghi in cui la volontà di alcuni visionari è emersa con i soldi di alcuni illuminati possidenti, raramente dal sistema creditizio arretrato italico. Come mai nelle Marche solo nel distretto fermano-maceratese milioni di partite Iva mentre poco a sud la disoccupazione media del 18% e un deserto industriale? E nel sud d’Italia non avevano la legge mezzadrile come a Fermo? Il nostro distretto ha i suoi semi all’inizio del 1900 quando un certo Pollastrelli con i soldi dei proprietari terrieri vince una mega commessa di scarpe per l’esercito fascista. E per oltre 10 anni è la più grande fabbrica di calzature italiane. Da quella esperienza escono futuri grandi e piccoli imprenditori, esiste un foto che ritrae attorno a un desco Botticelli, Pizzuti e Macerata. Da questa prima industria calzaturiera nel dopoguerra, sono esplose una miriade di imprese, nella assoluta indifferenza accademica e politica, hanno creato dal nulla il distretto calzaturiero. Il Prof. Beccattini ha studiato, trai i primi i distretti industriali, sorti in maniera molto simile e veemente in tutta Italia a macchia d’olio. In campo internazionale il Prof. Porter dal canada con il suo libro IL VANTAGGIO COMPETITIVO DI UNA NAZIONE fece conoscere le peculiarità uniche del tessuto produttivo italiano.
Oggi questa incommensurabile forza propulsiva subisce gli attachi proprio da quelle istituizioni che la opprimono strangolando ogni iniziativa che non venga da loro prevista. L’intenzionalità istittuzionalizzata non ha mai portato a risultati soddisfacenti in camp economico. Le istituzioni sono importanti ma solo se nascono dal basso e non imposte dall’alto, attuando pienamente il principio di sussidiarietà, solo in questo modo si alimenta il pieno e assoluto rispetto del principio di solidarietà tipico ed unico delle comunità distrettuali italiane.
Saluti Cordiali
Paolo Orlandi

Lettera ad Avvenire e risposta del Prof. Luigino Bruni

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Pubblico la mia lettera inviata al quotidiano Avvenire diretto da Marco Tarquinio e pubblicata
il giorno mercoledì 5 febbraio a pagina 2.
A seguire pubblica la risposta che mi ha onorato di inviare il prof. Luigino Bruni.
Il tema è la lettura della Evangelium Gaudium e la Dottrina Sociale della CHiesa sui temi del lavoro
e dell’Impresa, i quali mi sono particolarmente a cuore.

Egr. Direttore Marco Tarquinio,
sono Paolo Orlandi prof. Marketing presso il Poliarte di Ancona, IDR scuola superiore di Civitanova Marche. Un passato da imprenditore e pres.dei giovani Industriale di Fermo, poi conversione e conseguimento Baccalaurea e Laurea in Teologia Pastolarale.
I temi del lavoro e dell’Impresa mi appassionano e
credo sia importante infondere una cristiana speranza e un coraggio francescano a chi fa impresa, come ai bei tempi di S.Giacomo della Marca e di S. Bernardino, i quali riuscirono ad offrire agli artigiani la possibilità di mettere in opera i talenti e fioccarono le piccole imprese a carattere familiare che resero prospera per decenni i comuni.
Azioni spontanee, senza che alcun disegno “ideologico” lo prevedesse. Sono bastati delle minime sovrastrutture che le proteggessero dai soprusi dei nobili, in primis quello della Usura per scatenare la voglia di mettersi in proprio e tutto in famiglia.
Constato invece articoli di stampo “ideologico” tipo quelli del prof. Bruni che auspica “una intrapresa di cooperazione intenzionale, esercizio di virtù sociali, faccenda comunitaria e personale”, e auspica le “giuste istituzioni” per mitigare le passioni delle persone.
Domanda: chi decide cosa è giusto e quali passioni? Quando mai in economia ha funzionato la pianificazione economica?
Per far emergere il bene comune l’esempio migliore del passato sono stati i nostri distretti industriali, i quali nacquero nella assoluta indifferenza accademica.
Questi emersero grazie a sovrastrutture minime che permettevano alle persone di raccogliere le briciole di Epulone, per poi imparare un mestiere e diventare industriale. Qui a Fermo di questi esempi sono molti: Della valle, Bracalente-NeroGiardini, Pizzuti-Docksteps, Paciotti, Sacripanti- Manas, Botticelli, Santoni etc.
I distretti sono l’esempio più eclatante di come le persone se messe nelle condizioni di operare con istituzioni minime e non invasive possono offrire initenzionalmente lo sviluppo integrale delle persone, non dimentichiamo che nei distretti la famiglia è tutt’uno con l’impresa.
Ogni volta che il fantomatico legislatore economico “giusto” ha tentato di innestare il processo distrettuale ha ottenuto solo disastri.
Sono le singole volontà a scatenare gli effetti positivi inintenzionali di azioni, grazie alle persone con i loro fallimenti e risalite nascono i distretti, all’interno di comunità allargate.
Oggi sono proprio le istituzioni ad affondare i distretti con la oppressione di burocrazia, tasse e scarsità dell’offerta formativa.
Visitate il nostro distretto e le migliaia di famiglie che hanno reso ricchissima una terra da povera che era non molti anni fa. Noi che eravamo sotto giuste istituizioni papaline che non concessero alle passioni di realizzare i propri talenti. Cosa invece che attorno agli anni 60 quando i nostri nonni rischiando si inventarono una industria, molti ci riuscirono, altri fallirono, il risultato però non fu certo frutto di una cooperazione intenzionale.

Lì 2 febbraio 2014

QUESTA INVECE LA RISPOSTA DEL PROF. Bruni inviatemi la sera del 2 febbraio e pubblicata sempre il mercoledì 5 febbraio a pagina 2 di Avvenire.

Gentilissimo Professore, Le anticipo quanto inviato al Direttore che mi ha chiesto di rispondere alla Sua gentile lettera. Non sapendo quando e come il giornale risponderà (dati i tempi dei giornali), ho pensato di inoltrarle intanto questa mia risposta. E’ forse un po’ schematica e evidentemente insufficiente dati i temi che tocca, ma intanto le faccio arrivare un po’ di reciprocità. A presto, Luigino

——
Gentilissimo Professor Orlandi,
il Direttore mi ha girato la Sua mail, pregandomi di replicare. Innanzitutto grazie per la lettera, e per le questioni che solleva. Da marchigiano (provincia di AP) conosco i nostri distretti, e sono d’accordo che sono stati il frutto di una cultura diffusa e tacita, famiglie e comunità fiorite anche in economia. Non mi è invece chiara la sua critica alla mia idea di “cooperazione intenzionale”, alle “giuste istituzioni” che mitighino le passioni degli individui. L’idea che porto avanti da un po’ è che una specificità del capitalismo latino (di paradigma cattolico) rispetto a quello aglosassone oggi dominante (di matrice protestante) è proprio la natura “mediata” del nostro modello di mercato, una mediazione delle diverse istituzioni. QUi, come sa meglio di me dati i suoi studi teologici, viene in evidenza la differenza tra l’umanesimo latino mediato dalla chiesa (e dalle istituzioni) e quello “immediato” (sola fide) del mondo anglosassone, dove le istituzioni non sono necessarie. Il problema è che il nostro capitalismo comunitario-mediato si è ammalato (anche per la risposta della Controriforma), e continua ad esserlo. E occorre curarlo, secondo me.
Dietro i due miei articoli che lei critica c’è proprio l’idea di economia e di mercato che è fiorita anche nei distretti industriali – di cui ho parlato più volte, anche su Avvenire. L’idea di un mercato fondato sulla ideologia degli effetti non intenzionali non mi sembra che colga bene che cosa è accaduto nei nostri distretti. A proposito di distretti, come Lei sa Giacomo della Marca e Bernardino da Siena furono grandi ispiratori di istituzioni diverse, i Monti di Pietà, che furono importanti per quelle prime lotte alle usure. E senza una politica industriale diversa da quella attuale, i nostri mezzadri sarebbero con ogni probabilità rimasti tali. Poi non credo che i nostri imprenditori sono stati dei “lazzari” che hanno raccolto “le briciole dei ricchi epuloni”; dietro quegli imprenditori e accanto a loro c’erano invece saper fare agricolo (erano già imprenditori in quanto mezzadri), virtù civili e religiose, capacità di cooperare con gli altri, istituzioni migliori delle attuali, sui quali le opportunità industriali fiorirono in imprese e benessere diffuso. Le piccole imprese familiari non nacquero dai ricchi epoluni (molto pochi e poco ricchi, nelle nostre parti), e non erano certamente dei lazzari ma gente con grande dignità e talenti.
Siamo d’accordo che la burocrazia ci sta complicando molto la vita, e tarpando spesso le ali; ma occorre farne di migliori e renderle efficienti, non farne a meno: basta guardare che cosa accade in Germania, dove le istituzioni ci sono, e come se ci sono, ma sono diverse; meno burocratiche e più efficienti. Non esiste nessun sviluppo economico sostenibile senza istituzioni alleate: questo lo dice anche la nostra storia italiana, oltre alla enorme evidenza empirica in tutto il mondo.
Mi dispiace che abbia letto i miei interventi da un verso che mi fa apparire nemico dei distretti e fautore delle burocrazie. Comunque grazie ancora, e scusi il tono un po perentorio della mia,
cordialmente,
Luigino Bruni

Basta parole, azione : i soldi dello IOR per aiutare le imprese-famiglie

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Il Santo Padre pochi giorni ha parlato contro l’usura. Bene, ottimo direi,
solo che …. c’è qualcosa che mi spinge a scrivere cosa ho pensato.
In Italia l’usura è da sempre una piaga sociale, sappiamo che a chi è in difficoltà economica e onestamente si guadagna da vivere, alle prime difficoltà economiche, anche dopo anni di lavoro,
le BANCHE gli chiudono il fido e di conseguenza la possibilità di rifarsi.
Pertanto spesso il ricorso agli strozzini è quasi obbligatorio.
Le care amiche banche italiane che nella maggior parte sono governate da gente NOMINATA, o dai politici, o dagli azionisti e perchè no, molto spesso dai vescovi.
Di sicuro NON scelti per le loro capacità di gestire una banca.
La cosidetta finanza cattolica è da sempre una delle potenti lobby italiche, il cui capo, il sig. Bazoli, dovrebbe essere il campione dello spirito cristiano nella finanza.
Ma quando maiiiiii!!!

Strano che nessuno informi il Santo Padre delle migliaia di vittime, suicidatesi, grazie alla connivenza delle Banche, in quanto non hanno trovato la forza e il modo di tirare avanti la loro impresa o bottega, e la paura di lasciare senza nulla la famiglia li ha travolti.

Chi sono i principali responsabili?
Sono gli stessi NOMINATI nelle Banche che poi gravitano attorno alle Diocesi, magari solo per raccattare pochi spiccioli di elemosina e così solerti ad applaudire per iniziative minime di solidarietà (se ne ne vedono tanti a fianco ai vescovi).

Poi quando si tratta di valutare le famiglie-imprese, tipica caratteristica del nostro territorio
NULLA SANNO FARE, essendo INCAPACI se non in malafede per i propri tornaconti.

Le parole stanno a zero, qui nelle Marche si dice.
OCCORRE AZIONE.

Allora Santo Padre una proposta mi permetta di offrirla.
Lo IOR ha immensi capitali, per la maggior parte provenienti da mali-affari, utilizziamoli per offrire alle IMPRESE-FAMIGLIE o alle giovani generazioni la possibilità di realizzare i loro progetti con le Start-up.
RICREIAMO LO SPIRITO DI SAN GIACOMO DELLA MARCA E SAN BERNARDINO,
come a quei tempi contro l’usura si inventarono, qui nella MaRCHE in piccolo paesino, a Fossombrone,
i BANCHI DI MUTUO SOCCORSO.

Offrivano denaro a poco prezzo, contro gli usurai, e permettevano a molti di inventarsi o mantenersi un mestiere.
.
Basta chiacchiere Sudamericane , Occorrono fatti, fatti, fatti.
Oggi i Vescovi del triveneto parlano di teologia familiare, ma….
si sono accorti della desertificazione imprenditoriale che li circonda.
SONO CIECHI O IN MALAFEDE?^
E Bagnasco che nel suo intervento auspica piani collettivistici per il lavoro?
Lasciamo stare.
FACCIAMO QUALCHE COSA PER LE FAMIGLIE, STROZZATE DALLE BANCHE E DALL’USURA.
Un fondo CATTOLICO per le imprese-famiglie, SERIE.
Lo gesticano Laici-illuminati e giovani, VIA I PRETI, che al massimo diano consigli e ragguagli sulle famiglie da aiutare e le loro realtà.
Questo si che sarebbe un gesto rivoluzionario e incisivo per rilanciare le famiglie e dar loro forza per il futuro con la dignità di un lavoro indipendente.
Seguendo i dettami della Dottrina sociale della CHiesa e sotto l’egida di San gIOVANNI Bosco che proprio
oggi festeggiamo.
CORAGGIO SANTO PADRE CORAGGIO

Proprio oggi che il mondo dei Makers, leggete

BASTA PAROLE CALATE DALL’ANNO FACCIAMO QUALCOSA PER I NOSTRI FIGLI
DATO CHE ABBIAMO INFINITE RISORSE PER FARLO.

Pastorale per l’imprenditore

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Il marketing si basa molto su un aspetto peculiare, creare una offerta
differente dagli altri in modo da poter attirare una domanda specifica
che magari in modo latente aspettava una offerta simile.
Allora mi sono chiesto quale sia un oggetto della pastorale che oggi possa
esser così differente dalle altre, in modo da coinvolgere qualcuno che al momento
non è molto attratto o non trova accoglienza o risposte agli annunci pastorali.
Forse per mia deformazione professionale e di studio credo che non esista al momento
una pastorale tanto ignorata da noi tutti se non quella riguardante il lavoro dell’imprenditore, sia quello grande che il piccolo o piccolissimo imprenditore,
sono loro che creano lavoro con il loro ingegno e la loro creatività.
Sia che si tratti di imprese grandi a livello aziendale, sia di micro imprese, coloro
che guidano lo sviluppo economico hanno quanto mai bisogno di un supporto spirituale
e di conforto.
La creatività si basa su una forte spiritualità e fiducia in sè.
Ricordiamo che siamo a immagine di un Dio creatore, e creare qualcosa ci rende simili a Dio,
grazie poi alla nostra intelligenza che è un riflesso della intelligenza divina.
Sia i grandi imprenditori sia i piccoli come gli artigiani, i commercianti gli ambulanti
oggi sono in enormi difficoltà.
Lo dimostrano le centinaia di morti suicida causa difficoltà aziendali.
E la CHiesa come risponde alle loro esigenze?
Perchè non portare loro la parola del Vangelo?
Eppure non leggo annunci nelle Parrochie o nelle Diocesi che si rivolgono a questi coraggiosi
che mettono se stessi nella speranza di creare una impresa che possa aiutare tutta la comunità a prosperare.
Certo a livello nazionale abbiamo l’uCID, ma spesso si rivolge a pochi eletti e grandi imprenditori,
tuttavia in ogni parte di Italia la imprenditorialità diffusa, la più alta d’Europa,
ci impone di offrire loro una pastorale specifica.
Di più oso dire che occorre una Pastorale incentivante la creatività e il mettersi in gioco,
in particolare rivolta a coloro che iniziano o tentano di iniziare la loro piccola impresa.
Insomma cari amici diamoci da fare fin d’ora per una pastorale dell’impresa,
ricordo che i primi 4 apostoli furono selezionati tra i piccoli imprenditori della pesca,
pertanto sforziamoci di stare loro vicino, poichè se la crisi finirà sarà grazie
all’ingegno di coloro che con coraggio e creatività e spiritualità offrirà a tutti noi
il lavoro per il futuro.
Testi utili possono essere le numerose encicliche che affrontano il tema da quella di Paolo VI “popolorum progressio” a quelle ultime di Papa Benedetto XVI “caritas in veritate”.
In un precedente post ho pubblicato la mia tesi ove magari potete trovare spunti interessanti,
tuttavia non voglio tediarvi qui con riferimenti che potrete facilmente trovare,
personalmente interessa che si dia ampio spazio a queste persone che rischiano
e con i fatti dimostrano l’amore per il prossimo,
dando lavoro e offrendo spesso sè stessi come testimoni della carità.
grazie

l’Imprenditore cristiano alla luce del Magistero della Chiesa

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In Occasione dell’anniversario della mia licenza in Teologia Pastorale
conseguita presso la Pontificia Università Lateranense
sotto la guida del Prof. Flavio Felice
e commissione composta dal Prod. Rocco Pezzimenti
e Prof. Gianni Manzone,
mi fa piacere condividere con voi la tesi dal titolo:
L’IMPRENDITORE CRISTIANO ALLA LUCE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
LICENZA IN S. THEOLOGIA

Un tema a me caro al quale dedicherò riflessioni pastorali.
Al seguente Link potete leggerla interamente sperando che possa
sviluppare una profonda riflessione,
proprio oggi in piena crisi che necessitiamo
la nascita crescita e sviluppo
di veri imprenditori cristiani.
Buona Lettura
L’IMPRENDITORE CRISTIANO ALLA LUCE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA LICENZA IN S. THEOLOGIA